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Silvio Berlusconi 02/12/2006

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La sinistra e gli ultimi
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"Cos'altro dovrebbe fare
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agli elettori, la moralità dell’operare  
per mantenere gli impegni e per         
mantenere la parola data.                  
Per noi, la moralità nella politica        
consiste soprattutto nel mantenere  
gli impegni."   Silvio Berlusconi 


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25 aprile 2007

THANK YOU USA !

Ogni anno,nella ricorrenza del 25 Aprile mi trovo costretta per un motivo  o l’altro a ribadire la realtà storica di quello che è stata la “resistenza italiana” ,quest’anno in particolare nel leggere ed ascoltare esternazioni di ex carristi assurti a ricoprire cariche istituzionali.

Innanzi tutto non si può falsificare la realtà storica affermando che coloro i quali combatterono nella resistenza non erano una minoranza, erano invece proprio una minoranza, poche decine di migliaia di uomini,male armati che combattevano in clandestinità,diverso invece è il discorso sul popolo italiano, per la maggioranza avverso al regime nazi-fascista ,ma questo solo dopo gli immani lutti e distruzioni che aveva portato l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania.

Nessuno può dunque ragionevolmente credere che poche migliaia di uomini ,per giunta clandestini e male armati potessero aver ragione dell’esercito nazista in Italia senza l’intervento anglo-americano , a quest’ora probabilmente stavano ancora qui,questo per la verità storica e senza nulla togliere a coloro che hanno combattuto e fatto la loro parte.

Vi è poi da dire che molte azioni dei partigiani sono state spunto per rappresaglie contro la popolazione civile senza nessuna utilità sulla guerra in corso,basti ricordare ad esempio l’attentato di via Rasella a Roma a cui seguì l’eccidio delle fosse Ardeatine, gli americani sarebbero giunti a liberare Roma comunque nello stesso arco temporale.

In Italia coloro che hanno combattuto per la resistenza si possono dividere essenzialmente in due categorie, da una parte vi erano coloro che combattevano per la libertà d’Italia tra questi semplici cittadini senza nessuna connotazione politica, i cattolici,popolari,repubblicani ecc, dall’altra invece vi erano coloro che combattevano non per liberare l’Italia ma per la “rivoluzione proletaria” per i quali la patria non era l’Italia bensì il mondo intero liberato dal capitalismo e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, costoro erano appunto i “porci comunisti” che ci avevano già venduto all’Unione Sovietica di Stalin.

Per capire come costoro combattessero per  la nostra patria citerò a titolo di esempio cosa pensava Togliatti dell’Italia e degli Italiani tratto dal suo intervento al XVI congresso del PCUS : «E’ per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere dieci volte più del migliore italiano».

Nemmeno si può ignorare il piano  cosiddetto a tenaglia ,che prevedeva l’invasione dell’Italia  ed era sui tavoli dell’armata rossa, e Togliatti che andava a riferire giornalmente all’ambasciata sovietica personalmente o a mezzo di persona di fiducia , quello di cui si trattava nel governo provvisorio italiano.

Così come è realtà storica che nell’immediato dopoguerra bande di comunisti trucidarono migliaia di persone che con il fascismo e il nazismo non avevano nulla a che fare ,le loro uniche colpe erano di essere possidenti o piccoli imprenditori, e anche sacerdoti.

Fu a causa della presenza dell’esercito americano in Italia e degli accordi di Yalta che Stalin non si sentì di  appoggiare la rivoluzione proletaria  italiana che dovette essere rimandata a tempi migliori e i comunisti furono “costretti al gioco democratico”, tanto che lo stesso Togliatti prese un impegno solenne nei confronti dei comunisti italiani: «L'ideologia che ci ha guidati e che ci guida nel determinare le nostre posizioni è l'ideologia marxista... Sarebbe strano che si chiedesse agli uomini che dirigono il nostro partito che non si rivolgessero più, come a guida sicura, a Marx, a Engels, a Lenin, a Stalin... Due sono le direttive del partito: prima, seguire la linea ideologica di Marx, Engels, Lenin e Stalin; seconda, attuare in Italia un regime sul modello di quello russo».

L’Unità 5 Gennaio 1948

Fortunatamente nelle elezioni del 1948 il popolo italiano “scelse la libertà” ,poi grazie alla Democrazia Cristiana ,agli USA e al piano Marshall ci siamo garantiti 50 anni di pace ,prosperità e progresso.

 Non ci potrà essere “memoria storica condivisa” sino a quando non si ammetterà che una gran parte della resistenza italiana ,quella che si richiamava al comunismo, combatteva la dittatura nazifascista per instaurarne un’altra quella del proletariato e per questo ci avevano gia venduto,pertanto è quanto mai ridicolo che oggi  il presidente della repubblica Napolitano, parli  di come la liberazione fu in effetti anche "premessa e condizione per un'Italia nuova, per la Costituzione, per la faticosa ed entusiasmante edificazione di una democrazia vitale per la rinascita economica e sociale, per lo sbocciare della realtà istituzionale dell'Europa e delle organizzazioni internazionali".

Napolitano ricordi prima di tutto a stesso lui dove stava e chi erano i suoi “compagni di merende”,lui e il partito dove ha militato non hanno nulla a che vedere con la rinascita economica dopo che volevano imporre a De Gasperi  di non accettare il piano Marshall, e meno che mai con la realtà istituzionale europea, all’epoca Napolitano&C.  giravano  per l’Italia predicando “l’eurocomunismo” (Sic), famoso in questo contesto un suo discorso a Siena che non riporto per carità di patria.

L’Europa è stata fatta e voluta dai De Gasperi e Adenauer ,dai Martino e Schumann,dai Spaak e dai Monnet , da Einaudi  ecc.ecc., non dai “pistolini di Stalin e Pol Pot”  che all’epoca predicavano l’eurocomunismo, evidentemente si è perso del tutto il senso del ridicolo.

Pertanto il nostro grazie va prima di tutto agli USA senza il cui decisivo apporto non saremmo nemmeno qui a parlarne, prima perché ci hanno liberato dal nazifascismo e poi perché ci hanno preservato dal comunismo,poi a tutti i cittadini e partigiani che hanno lottato nella resistenza per la Patria, e anche ai partigiani comunisti in buona fede poiché sicuramente ce ne sono stati, ma sicuramente non si possono ringraziare coloro che volevano liberaci da una dittatura per imporne un’altra a loro convenienza.

Del resto anche Stalin e l’armata rossa poterono combattere e vincere solo grazie agli USA, dal settembre del ’41 Washington, oltre a concederle un primo prestito di un milione di dollari, fornì all’Unione Sovietica centinaia e centinaia di migliaia di tonnellate di armamenti e materie prime che nei primi due anni ammontarono a 171 navi, 2mila 800 carri armati, 1960 aerei, 527mila 692 tonnellate di munizioni e 44mila 583 tonnellate di carburante. Approvvigionamenti vitali, come confermò lo stesso Stalin. Quando, all’inizio del 1943, gli Stati Uniti gli fecero sapere che gli Uboot tedeschi stavano infliggendo gravissime perdite ai convogli e che il flusso dei rifornimenti avrebbe subito un momentanea contrazione, replicò immediatamente: ”Voi comprendete senza dubbio che ciò non potrà non influire sfavorevolmente sulla situazione delle truppe sovietiche”.

Voglio chiudere questa riflessione sul 25 Aprile riportando un ringraziamento agli USA che è stato fatto in un’occasione speciale giusto un anno fa.

 

Per la generazione di italiani alla quale appartengo gli Stati Uniti rappresentano il faro della libertà e del progresso civile ed economico.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver salvato il mio Paese dal fascismo e dal nazismo a costo del sacrificio di tante giovani vite americane. Sarò sempre grato agli Stati Uniti perchè nei lunghi decenni della guerra fredda hanno difeso l’Europa dalla minaccia dell’Unione Sovietica. Impegnando ingenti quantità di uomini e di mezzi finanziari in questa battaglia vittoriosa contro il comunismo gli Stati Uniti permisero a noi europei di destinare risorse preziose alla ripresa e allo sviluppo della nostra economia.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver aiutato il mio Paese a vincere la povertà ed a conseguire crescita e prosperità dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie alla generosità del Piano Marshall.
Ed oggi sono ancora grato agli Stati Uniti che continuano a pagare un alto prezzo in termini di vite umane nella lotta contro il terrorismo, per la sicurezza comune e per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo.
Quando guardo la vostra bandiera, non mi stancherò mai di ripeterlo, non vedo soltanto la bandiera di una grande democrazia e di un grande Paese, ma vedo soprattutto un simbolo, un messaggio universale di democrazia e libertà.

Allow me to conclude:

Vorrei concludere ricordando una breve storia.
La storia di un ragazzo che alla fine dei suoi studi liceali fu portato dal padre a visitare il cimitero in cui riposano molti giovani valorosi soldati, giovani che avevano attraversato l’Oceano per ridare dignità e libertà ad un popolo oppresso. Nel mostrargli quelle croci, quel padre fece giurare a quel ragazzo che non avrebbe mai dimenticato il supremo sacrificio con cui quei soldati americani avevano difeso la sua libertà. Gli fece giurare che avrebbe serbato per il loro Paese eterna gratitudine.
Quel padre era mio padre, quel ragazzo ero io.
Quel sacrificio e quel giuramento non li ho mai dimenticati e non li dimenticherò mai. Vi ringrazio."

 

Dal discorso al Congresso degli Stati Uniti- Silvio Berlusconi- Washington, 1 marzo 2006


13 maggio 2006

CINQUANTA ANNI FA IN UNGHERIA,12 MAGGIO 1956.

 di Massimo Caprara *

«Svelto. È urgente. Ti vuole Togliatti». Il deputato comunista che era sceso di corsa dagli uffici del Gruppo parlamentare comunista alla Camera, a Montecitorio, mi raggiunse nel Transatlantico ormai deserto la sera del 2 novembre 1956, quando sull'Italia passava il rumoroso ponte aereo di sostegno allo sbarco inglese all'istmo di Suez.
«Convoca il direttivo del Gruppo. Giuliano Paietta (1915-1988) - piú giovane dei fratello Giancarlo (1911-1990) - è incaricato di parlare domani in Aula per noi» mi avvertì Togliatti al telefono. Poi, dopo una pausa, senz'attendere risposta, precisò: «Sono entrati a Budapest». «Accidenti», mi scappò detto. «Ma sono i nostri» replicò il capo del Partito. «Li comanda il generale d'armata Lascenko», tagliò corto Togliatti e troncò bruscamente la telefonata. La sua precisazione corresse la mia errata sensazione che a invadere l'Ungheria fossero le truppe della Nato, irrompendo da quei confini austriaci che l'Unità in quei giorni assicurava ultrapieni d'armi a disposizione del Cardinale Josef Mindszenty, Primate d'Ungheria, arrestato dal regime comunista e poi rifugiatosi nell'ambasciata degli Stati Uniti. Era l'inizio dell'indimenticabile 1956.

«Viva l'Armata Rossa», concluse nel suo intervento Giuliano Pajetta urlando contro il liberale Gaetano Martino, il Ministro degli Esteri del governo di Antonio Segni. «Noi non possiamo ignorare la funzione dell'esercito sovietico liberatore» disse Pajetta in modo provocatorio, accendendo le proteste di democristiani, liberali e della destra della Camera italiana. Scoppiò un tumulto.
Dei fatti, Togliatti già sapeva. Un messaggio personale gli era stato già fatto recapitare dall'Ambasciata sovietica di via Gaeta, a Roma, con la firma del membro del Politburo Dimitri Trofimovic Svepilov e, inoltre, tra il 22 e il 24 ottobre egli aveva effettuato un viaggio lampo in macchina sino a Pola per incontrarvi i dirigenti del partito jugoslavo, Tito e Miciunovich, latori di una comunicazione riservata dell'Armata Rossa e del Comando delle truppe del Patto di Varsavia.
A Budapest, il popolo organizza violente manifestazioni contro il comunismo e il governo autoritario. Imre Nagy, capo legittimo del governo ungherese, viene accusato dai russi d'aver perduto il controllo della situazione e legalizzato l'insurrezione dando pubblica fiducia ai suoi capi e in particolare al cosiddetto teppista, Pal Maleter, il capo della rivolta.
La sera dei 6 novembre avvicinai Togliatti alla Camera. Di malavoglia egli mi disse, irritato: «È tutta colpa di quegli agitatori qualunquisti del Circolo Petöfi di Pest e dell'influenza esercitata dal filosofo Georgy Lukacs, comunista per modo di dire», sibilò con astio. «Lo rimanderemo a scrivere i suoi libri a Vienna, come ha fatto per tanto tempo» aggiunse. Ci incamminiamo lentamente verso la buvette di Montecitorio. «Per Nagy tira ormai un'aria funesta». Togliatti parlò con sicurezza distaccata.
Da Budapest, il corrispondente dell'Unità, Orfeo Vangelisti, trasmetteva in quei giorni che «gruppi di facinorosi, seguendo evidentemente un piano accuratamente studiato, hanno attaccato la sede della radio e del Parlamento. Gruppi di provocatori in camion hanno lanciato slogan antisovietici apertamente incitando a un'azione controrivoluzionaria. In piazza Stalin, i manifestanti hanno tentato di abbattere la statua di Stalin». Il grande moto ungherese veniva così ridotto e manipolato dall'organo di stampa del Pci.
Dopo un grande comizio di Imre Nagy, questi veniva arrestato dalle truppe russe e rumene a Budapest e sostituito da Janos Kadar a capo del Governo. In una affollatissima conferenza stampa, nel pianterreno dell'edificio extraterritoriale dell'Ambasciata americana, il Card. Mindszenty aveva detto a proposito dell'intervento delle truppe del Patto di Varsavia: «Lo condanno in maniera incondizionata» e aggiunto: «Anche se Kadar faceva parte del governo Nagy, io considero governo legale solo il governo Nagy. Kadar è stato insediato dagli stranieri».
A Roma usciva sull'Unità un articolo di fondo intitolato « Da una parte della barricata a difesa dei socialismo» sul quale si scriveva: «I ribelli controrivoluzionari hanno fatto ricorso alle armi. La rivoluzione socialista ha difeso con le armi se stessa, com'è suo diritto sacrosanto. Guai se così non fosse». Da Mosca arriva una dichiarazione attribuita a Krusciov che inveisce contro i disordini: «A komunistse tam rezhut» («In Ungheria scannano i comunisti»).
Il partito comunista italiano è in subbuglio. Nella Direzione, Amendola definisce l'intervento «un dovere di classe». Un'assemblea di studenti iscritti alla Federazione giovanile comunista di Roma vota all'unanimità un documento di sostegno «al processo di democratizzazione e a quei movimenti che si stanno manifestando in questo senso in Ungheria e che dovranno portare a un socialismo costruito nella democrazia e nella libertà». L'Unità lo respinge, l'Avanti! lo pubblica.
A Milano, un folto e combattivo gruppo di intellettuali, comunisti e non, approva un documento critico analogo. Rossana Rossanda e Giangiacomo Feltrinelli hanno l'incarico di andare all' Unità e di chiederne la pubblicazione. Davide Laiolo, il direttore dell'edizione di Milano, li affronta aspramente e li aggredisce urlando. Rifiuta la mozione e dichiara che finché rimarrà lui, «una spazzatura simile non comparirà mai sulle colonne del giornale». Ma la novità più esplosiva verrà dalla sede della CGIL, la Confederazione del lavoro con milioni di iscritti, con sede in corso d'Italia a Roma. «L'intervento sovietico contraddice i principi che costantemente rivendichiamo nei rapporti internazionali e viola il principio dell'autonomia degli Stati socialisti», si legge nel testo votato all'unanimità. Prima firma: Giuseppe Di Vittorio, segretario generale. È un comunista di antica data. Io arrivo proprio mentre Di Vittorio scende dalla macchina sotto il portone delle Botteghe Oscure. Fa appena in tempo a dirmi che è stato convocato d'urgenza dalla Direzione. Entro con lui nel locale della segreteria, l'ufficio di Togliatti, che subito gli dice: «Il documento della CGIL va ritirato. Devi essere tu a correggere la posizione. Lo farai nel prossimo comizio». Poi aggiunge seccamente: «A Livorno, domenica ventura». «Ma è un comizio sindacale unitario non del partito» dice Di Vittorio.
«Meglio», replica il segretario comunista. Uscendo, Di Vittorio è fiaccato, stravolto. Ha gli occhi rossi. «Che avrei potuto fare? Mi hanno, tutta la direzione, messo clamorosamente di fronte all'alternativa: o il comizio o fuori dal partito. Che farei io, Di Vittorio, senza il partito? Forse non sono già più Peppino Di Vittorio». La domenica successiva andò a Livorno, parlò e rinnegò se stesso.
Imre Nagy, attirato fuori dalla legazione jugoslava dove si era rifugiato, fu deportato, proditoriamente processato e impiccato dai russi nel 1958.
Nonostante simili gravissimi eventi, io allora non uscii dal partito. Uscii invece nel 1968, dopo l'invasione russa di Praga, quando fui radiato dal Pci. Non mi assolvo. Porto il peso dei miei errori e della colpa della mia ideologia.

*Segretario di Palmiro Togliatti

L'attuale presidente della Repubblica,in quell'occasione non ebbe nessun dubbio,anzi, approvo' e   condannò chi come Antonio Giolitti e altri dirigenti lasciavano il partito,ma non solo, secondo lui i processi e le condanne a morte dei rivoltosi d'Ungheria, avrebbero contribuito  a "salvaguardare la pace nel mondo".
  
   

                                           


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