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AZZURRA LIBERTA'-ASCOLTA
 

INNO FORZA ITALIA-ASCOLTA
 



In una democrazia è il popolo
che sceglie i leader, non sono
i leader che scelgono il popolo.
Silvio Berlusconi 02/12/2006

MENO MALE CHE SILVIO C'E'



PROGRAMMA DI GOVERNO
2008-2013


TUTTI I CANDIDATI DEL
POPOLO DELLA LIBERTA'





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...andremo avanti con la forza
della gente contro i parrucconi
della politica.-Silvio Berlusconi
P.zza S.Babila Milano 18/11/2007





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"La difesa della libertà è la
missione più alta,più nobile,
più entusiasmante che      
ciascuno di noi possa avere
l'avventura di fare."     
Silvio Berlusconi  
























"E' sorta in questi anni 
un'altra Italia, umile e  
tenace , orgogliosa e    
onesta, moderata  ma   
ferma  nel  difendere   
i  principi  di  libertà,   
che  non  ha  nessun    
passato da nascondere 
e  che  soprattutto non 
ha paura di sperare e di
credere. Questa  Italia 
siamo  noi,  si  chiama  
FORZA  ITALIA  "     
Silvio Berlusconi





STO LEGGENDO:
CAMBIARE REGIME
La sinistra e gli ultimi
45 dittatori(Einaudi)


"Cos'altro dovrebbe fare
la sinistra,se non lottare
contro  le dittature  e
battersi per liberare i
popoli oppressi?"



LA GRANDE BUGIA 
"Le sinistre italiane e
il sangue dei vinti".
 


GRAZIE ORIANA: PENSIERI
E PAROLE INEDITI DOPO
L'11 SETTEMBRE.



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"Troppo spesso è stata dimenticata   
la moralità del fare, la moralità del    
realizzare il programma annunciato  
agli elettori, la moralità dell’operare  
per mantenere gli impegni e per         
mantenere la parola data.                  
Per noi, la moralità nella politica        
consiste soprattutto nel mantenere  
gli impegni."   Silvio Berlusconi 


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6 ottobre 2008

DAL COMUNISMO ALLO SFASCISMO

"L'opposizione è ormai sprofondata dal comunismo allo sfascismo, immersa nelle tenebre dell'invidia e dell'odio sociale".
"Siamo decisi a governare anche da soli ed andare avanti con la realizzazione del programma per gli italiani. Speravamo ci fosse un interlocutore per fare le regole insieme e invece è sprofondato nelle tenebre dell’invidia sociale. Oggi dobbiamo far fronte alle necessità del Paese contando solo sulle nostre forze".
"I cambiamenti non si possono fare con i disegni di legge ma con la decretazione. Il decreto è l'unico metodo che abbiamo per governare". Lo afferma il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla festa del PDL. "Ridicolo - aggiunge - parlare di regime o di dittatura perché c'é sempre il capo dello stato che firma certificando la necessità e l'urgenza che c'é quasi sempre".
Silvio Berlusconi rilancia l'appello ai presidenti delle Camere perché si cambino i regolamenti parlamentari, tornando a lamentare la scarsa efficienza del Parlamento. Chiudendo la festa del PDL cita l'esempio del ddl Carfagna contro la prostituzione. "Io avrei voluto un decreto legge perché se questo problema non è un urgenza ditemi voi qual'é. Oggi ho telefonato al ministro Carfagna per chiederle cosa fosse successo al provvedimento. Lei mi ha risposto che il disegno di legge non è stato ancora assegnato alla Commissione dopo più di un mese dalla sua presentazione. E' chiara la necessità di riformare i regolamenti e rivolgo un invito forte ai presidenti delle Camere in questo senso in modo che questo nostro Parlamento sia uno strumento di governo efficiente del nostro paese".
05/10/2008




7 maggio 2008

BERLUSCONI AI GIOVANISSIMI: ABBIATE CORAGGIO

"Leggete 'Il libro nero del comunismo' perché il comunismo non ha cessato di esistere". E ancora: "Bisogna sempre essere coraggiosi e osare". Silvio Berlusconi è salito in cattedra per mezz'ora. Nel parlamentino di Palazzo Grazioli ha infatti incontrato un gruppo di studenti della scuola media 'Raffaele Resta' di Turi, in provincia di Bari.
I ragazzi, impegnati in un progetto di "educazione alla legalità" sono stati stamane, come racconta il loro preside, la prima scolaresca ad essere ricevuta in Campidoglio dal neosindaco della Capitale Gianni Alemanno.
Giunti a Via del Plebiscito,di ritorno dal Campidoglio, i ragazzi della scuola pugliese hanno riconosciuto la residenza del Cavaliere ed hanno chiesto al Preside ed ai professori di incontrare il Presidente,hanno quindi iniziato ad intonare un coro 'Silvio, Silvio',qualcuno, nello staff, si fa latore della richiesta.
Ed eccoli, i ragazzi, che varcano la soglia della residenza di Berlusconi. Una mezz'ora, strappata alla messa a punto del mosaico esecutivo. Mezz'ora nella quale, raccontano insegnanti e studenti, il leader del PDL ricorda l'importanza della mamma nella sua discesa in campo.
Sapendo che la scolaresca veniva dalla Puglia, ha confermato che l'ex governatore della Regione, Raffaele Fitto, sarà ministro agli Affari regionali. "Io lo avrei voluto come vicepresidente della Camera - avrebbe detto Berlusconi - ma lui ha preferito far parte della compagine di governo".
Ma siccome Silvio Berlusconi è anche il patron del Milan, inevitabile che il discorso cadesse anche sul calcio. Il Cavaliere ha ribadito che ai rossoneri non serve Ronaldinho, mentre ha esaltato il neo acquisto Mathieu Flamini. Alla fine Berlusconi ha salutato i ragazzi donando loro un cd con foto e con gli inni di FI e PDL in versione karaoke dal titolo 'A Silvio' e una foto con dedica. Prima di congedarsi il premier in pectore ha detto: "Scusate ora devo lasciarvi, devo mettere a punto gli ultimi tasselli della squadra di governo".
Adnkronos

Credo che ci siano pochissimi leader e personaggi pubblici al mondo in grado di mettere d’accordo tutte le generazioni e tutti i ceti sociali, giovanissimi, adulti e anziani,uomini e donne, poveri,ricchi e ceto medio, Berlusconi è uno di questi pochi eletti, teniamocelo stretto.




25 aprile 2007

THANK YOU USA !

Ogni anno,nella ricorrenza del 25 Aprile mi trovo costretta per un motivo  o l’altro a ribadire la realtà storica di quello che è stata la “resistenza italiana” ,quest’anno in particolare nel leggere ed ascoltare esternazioni di ex carristi assurti a ricoprire cariche istituzionali.

Innanzi tutto non si può falsificare la realtà storica affermando che coloro i quali combatterono nella resistenza non erano una minoranza, erano invece proprio una minoranza, poche decine di migliaia di uomini,male armati che combattevano in clandestinità,diverso invece è il discorso sul popolo italiano, per la maggioranza avverso al regime nazi-fascista ,ma questo solo dopo gli immani lutti e distruzioni che aveva portato l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania.

Nessuno può dunque ragionevolmente credere che poche migliaia di uomini ,per giunta clandestini e male armati potessero aver ragione dell’esercito nazista in Italia senza l’intervento anglo-americano , a quest’ora probabilmente stavano ancora qui,questo per la verità storica e senza nulla togliere a coloro che hanno combattuto e fatto la loro parte.

Vi è poi da dire che molte azioni dei partigiani sono state spunto per rappresaglie contro la popolazione civile senza nessuna utilità sulla guerra in corso,basti ricordare ad esempio l’attentato di via Rasella a Roma a cui seguì l’eccidio delle fosse Ardeatine, gli americani sarebbero giunti a liberare Roma comunque nello stesso arco temporale.

In Italia coloro che hanno combattuto per la resistenza si possono dividere essenzialmente in due categorie, da una parte vi erano coloro che combattevano per la libertà d’Italia tra questi semplici cittadini senza nessuna connotazione politica, i cattolici,popolari,repubblicani ecc, dall’altra invece vi erano coloro che combattevano non per liberare l’Italia ma per la “rivoluzione proletaria” per i quali la patria non era l’Italia bensì il mondo intero liberato dal capitalismo e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, costoro erano appunto i “porci comunisti” che ci avevano già venduto all’Unione Sovietica di Stalin.

Per capire come costoro combattessero per  la nostra patria citerò a titolo di esempio cosa pensava Togliatti dell’Italia e degli Italiani tratto dal suo intervento al XVI congresso del PCUS : «E’ per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere dieci volte più del migliore italiano».

Nemmeno si può ignorare il piano  cosiddetto a tenaglia ,che prevedeva l’invasione dell’Italia  ed era sui tavoli dell’armata rossa, e Togliatti che andava a riferire giornalmente all’ambasciata sovietica personalmente o a mezzo di persona di fiducia , quello di cui si trattava nel governo provvisorio italiano.

Così come è realtà storica che nell’immediato dopoguerra bande di comunisti trucidarono migliaia di persone che con il fascismo e il nazismo non avevano nulla a che fare ,le loro uniche colpe erano di essere possidenti o piccoli imprenditori, e anche sacerdoti.

Fu a causa della presenza dell’esercito americano in Italia e degli accordi di Yalta che Stalin non si sentì di  appoggiare la rivoluzione proletaria  italiana che dovette essere rimandata a tempi migliori e i comunisti furono “costretti al gioco democratico”, tanto che lo stesso Togliatti prese un impegno solenne nei confronti dei comunisti italiani: «L'ideologia che ci ha guidati e che ci guida nel determinare le nostre posizioni è l'ideologia marxista... Sarebbe strano che si chiedesse agli uomini che dirigono il nostro partito che non si rivolgessero più, come a guida sicura, a Marx, a Engels, a Lenin, a Stalin... Due sono le direttive del partito: prima, seguire la linea ideologica di Marx, Engels, Lenin e Stalin; seconda, attuare in Italia un regime sul modello di quello russo».

L’Unità 5 Gennaio 1948

Fortunatamente nelle elezioni del 1948 il popolo italiano “scelse la libertà” ,poi grazie alla Democrazia Cristiana ,agli USA e al piano Marshall ci siamo garantiti 50 anni di pace ,prosperità e progresso.

 Non ci potrà essere “memoria storica condivisa” sino a quando non si ammetterà che una gran parte della resistenza italiana ,quella che si richiamava al comunismo, combatteva la dittatura nazifascista per instaurarne un’altra quella del proletariato e per questo ci avevano gia venduto,pertanto è quanto mai ridicolo che oggi  il presidente della repubblica Napolitano, parli  di come la liberazione fu in effetti anche "premessa e condizione per un'Italia nuova, per la Costituzione, per la faticosa ed entusiasmante edificazione di una democrazia vitale per la rinascita economica e sociale, per lo sbocciare della realtà istituzionale dell'Europa e delle organizzazioni internazionali".

Napolitano ricordi prima di tutto a stesso lui dove stava e chi erano i suoi “compagni di merende”,lui e il partito dove ha militato non hanno nulla a che vedere con la rinascita economica dopo che volevano imporre a De Gasperi  di non accettare il piano Marshall, e meno che mai con la realtà istituzionale europea, all’epoca Napolitano&C.  giravano  per l’Italia predicando “l’eurocomunismo” (Sic), famoso in questo contesto un suo discorso a Siena che non riporto per carità di patria.

L’Europa è stata fatta e voluta dai De Gasperi e Adenauer ,dai Martino e Schumann,dai Spaak e dai Monnet , da Einaudi  ecc.ecc., non dai “pistolini di Stalin e Pol Pot”  che all’epoca predicavano l’eurocomunismo, evidentemente si è perso del tutto il senso del ridicolo.

Pertanto il nostro grazie va prima di tutto agli USA senza il cui decisivo apporto non saremmo nemmeno qui a parlarne, prima perché ci hanno liberato dal nazifascismo e poi perché ci hanno preservato dal comunismo,poi a tutti i cittadini e partigiani che hanno lottato nella resistenza per la Patria, e anche ai partigiani comunisti in buona fede poiché sicuramente ce ne sono stati, ma sicuramente non si possono ringraziare coloro che volevano liberaci da una dittatura per imporne un’altra a loro convenienza.

Del resto anche Stalin e l’armata rossa poterono combattere e vincere solo grazie agli USA, dal settembre del ’41 Washington, oltre a concederle un primo prestito di un milione di dollari, fornì all’Unione Sovietica centinaia e centinaia di migliaia di tonnellate di armamenti e materie prime che nei primi due anni ammontarono a 171 navi, 2mila 800 carri armati, 1960 aerei, 527mila 692 tonnellate di munizioni e 44mila 583 tonnellate di carburante. Approvvigionamenti vitali, come confermò lo stesso Stalin. Quando, all’inizio del 1943, gli Stati Uniti gli fecero sapere che gli Uboot tedeschi stavano infliggendo gravissime perdite ai convogli e che il flusso dei rifornimenti avrebbe subito un momentanea contrazione, replicò immediatamente: ”Voi comprendete senza dubbio che ciò non potrà non influire sfavorevolmente sulla situazione delle truppe sovietiche”.

Voglio chiudere questa riflessione sul 25 Aprile riportando un ringraziamento agli USA che è stato fatto in un’occasione speciale giusto un anno fa.

 

Per la generazione di italiani alla quale appartengo gli Stati Uniti rappresentano il faro della libertà e del progresso civile ed economico.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver salvato il mio Paese dal fascismo e dal nazismo a costo del sacrificio di tante giovani vite americane. Sarò sempre grato agli Stati Uniti perchè nei lunghi decenni della guerra fredda hanno difeso l’Europa dalla minaccia dell’Unione Sovietica. Impegnando ingenti quantità di uomini e di mezzi finanziari in questa battaglia vittoriosa contro il comunismo gli Stati Uniti permisero a noi europei di destinare risorse preziose alla ripresa e allo sviluppo della nostra economia.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver aiutato il mio Paese a vincere la povertà ed a conseguire crescita e prosperità dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie alla generosità del Piano Marshall.
Ed oggi sono ancora grato agli Stati Uniti che continuano a pagare un alto prezzo in termini di vite umane nella lotta contro il terrorismo, per la sicurezza comune e per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo.
Quando guardo la vostra bandiera, non mi stancherò mai di ripeterlo, non vedo soltanto la bandiera di una grande democrazia e di un grande Paese, ma vedo soprattutto un simbolo, un messaggio universale di democrazia e libertà.

Allow me to conclude:

Vorrei concludere ricordando una breve storia.
La storia di un ragazzo che alla fine dei suoi studi liceali fu portato dal padre a visitare il cimitero in cui riposano molti giovani valorosi soldati, giovani che avevano attraversato l’Oceano per ridare dignità e libertà ad un popolo oppresso. Nel mostrargli quelle croci, quel padre fece giurare a quel ragazzo che non avrebbe mai dimenticato il supremo sacrificio con cui quei soldati americani avevano difeso la sua libertà. Gli fece giurare che avrebbe serbato per il loro Paese eterna gratitudine.
Quel padre era mio padre, quel ragazzo ero io.
Quel sacrificio e quel giuramento non li ho mai dimenticati e non li dimenticherò mai. Vi ringrazio."

 

Dal discorso al Congresso degli Stati Uniti- Silvio Berlusconi- Washington, 1 marzo 2006


23 aprile 2007

PERCHE' IL PARTITO DEMOCRATICO.

Noi ci uniamo con i Ds nel Partito democratico "perché il comunismo organizzato è stato sconfitto dalla  storia".  "Se uno mi avesse detto" quando ero un giovane dirigente della Cisl "che avrei militato nello stesso partito con uno della Cgil, sarei andare a sbattere con la moto. Oggi accade perché il comunismo organizzato è stato sconfitto dalla storia".

Franco Marini 22/04/07

 

ALLELUIA !!!



18 maggio 2006

I CRIMINI DEL COMUNISMO: LE CORRESPONSABILITA' DEI COMUNISTI ITALIANI

Le corresponsabilità dei comunisti occidentali: il caso del Pci.

Né Antonio Gramsci né gli altri socialisti italiani filobolscevichi, che nel 1921 fonderanno il Pci, avanzano alcun rimprovero a Lenin per il terrore praticato nei primi anni del regime. Nel 1926, da Mosca, Palmiro Togliatti riprende duramente l'amico Gramsci, che ha osato criticare Stalin per la maniera in cui ha gestito la successione a Lenin al vertice del Pcus. Divenuto segretario del Pci dopo l'arresto di Gramsci, nel 1929 Togliatti abbandona Bukharin, cui è stato vicino, e si allinea sulle posizioni di Stalin. Da quel momento egli stesso e l'intero partito non lesineranno le lodi più menzognere nei confronti di Stalin e dell'Urss staliniana. Togliatti nell'ottobre 1936 su "L'Internationale Communiste" a proposito dei processi di Mosca: "L'Unione sovietica è il paese della democrazia più conseguente"; trotskisti e zinovevisti mirano alla "restaurazione del capitalismo" passando "da un'opposizione in seno al partito e contro il partito fino all'ultima tappa, all'avanguardia della controrivoluzione e del fascismo"; "Coloro che hanno smascherato e annientato i banditi terroristi si sono resi benemeriti di fronte all'umanità intera"; "Il processo di Mosca è stato un atto di difesa della democrazia, della pace, del socialismo, della rivoluzione"; coloro che hanno chiesto garanzie giuridiche per gli imputati "si sono addossati il peso di una missione poco onorevole". La risoluzione del Pci pubblicata su "Lo Stato Operaio" del marzo 1938, relativa ai processi di Mosca, si conclude con un entusiasta: "Viva il continuatore dell'opera di Feliks Dzerszhinskij, Nicola Ezhov!". I processi di Mosca verranno difesi del resto fino al 1956. Lo storico Gastone Manacorda nel 1948: "Non certo l'Unione Sovietica ha da arrossire [...] per aver saputo tempestivamente scoprire e stroncare la quinta colonna che i nazisti alleati col trotzkismo andavano organizzando nell'interno del paese, penetrando fino nei gangli più vitali dello Stato, dell'esercito, dello stesso partito bolscevico. Sembra incredibile che ancora possa avere qualche successo il mito di questi processi, quando ormai il carattere di quinta colonna nazista della congiura bukhariniano-trotzkista è larghissimamente documentato da fonti non sospette".

Ma nelle repressioni staliniane Togliatti assume anche una parte attiva. Nel 1936 sovrintende l'operazione (fallita) volta a catturare ed eliminare Trotskij appena riparato in Messico. In Spagna come responsabile dell'Internazionale comunista, asseconda la campagna di sterminio dei trotzkisti e degli anarchici. Nel 1937 è coinvolto nell'eliminazione di Andrés Nin, capo dei comunisti antistalinisti spagnoli. Nella primavera 1938 prende parte alla riunione del Presidium del Comintern che condanna Bela Kun. Nell'agosto 1938 viene richiamato a Mosca per apporre la sua firma sul decreto di scioglimento del Pc polacco, che apre la via all'eliminazione fisica di tutti i maggiori dirigenti di questo. Durante la guerra, al comunista Bianco che gli chiede di intervenire a favore dei prigionieri italiani in Russia (circa 100 mila: ne torneranno solo 13 mila), risponde nel febbraio 1943: "La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l'Unione sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire. [...] Non c'è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantesca del fascismo. [...] Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, è il più efficace degli antidoti. [...] T'ho già detto: io non sostengo affatto che i prigionieri si debbano sopprimere, tanto più che possiamo servircene per ottenere certi risultati in un altro modo; ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro, non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia".

Ministro nei governi di unità nazionale durante la liberazione, Togliatti chiede la censura per le pubblicazioni antisovietiche. Egli, di persona o per mezzo di altri esponenti comunisti nel governo, riferisce quotidianamente all'ambasciatore sovietico le attività che si svolgono entro il governo e i ministeri italiani. Nel febbraio 1948 ispira l'editoriale de "L'Unità" La vittoria di Praga, che definisce l'illegale presa del potere da parte dei comunisti cecoslovacchi come una mossa preventiva volta a sventare un colpo di stato americano (mentre il matematico e dirigente comunista Lucio Lombardo Radice precisa: "E' assurdo voler porre il problema dell'indipendenza nazionale nei confronti dell'Urss allo stesso modo in cui lo si pone nei confronti dei paesi imperialisti. Non può esistere timore, sospetto di oppressione nazionale del paese del socialismo a danno di altri popoli").

Nel dopoguerra cominciano ad affiorare sulla stampa indipendente le denunce dello stalinismo e Togliatti è in prima linea nel rifiutarle e ridicolizzarle. Nel 1950 attacca sprezzantemente "i sei che sono falliti", gli ex-comunisti Silone, Gide, Koestler, Wright, Spender e Fisher, coautori del volume di denuncia dello stalinismo Il Dio che è fallito, appena tradotto in Italia da Comunità. Ancora nel 1950 su 1984 di Orwell: "E' una buffonata informe e noiosa, giudicabile semmai come strumento di lotta che uno spione ha voluto aggiungere al suo arsenale anticomunistico"; "C'è tutto, come si vede; ci sono, principalmente, tutte le bassezze e le volgarità che l'anticomunismo vorrebbe far entrare nella convinzione degli uomini. Mancano solo, ci pare, i campi di concentramento, perché per sua sventura l'autore è scomparso prima che questa campagna venisse lanciata. Altrimenti ci sarebbe, senza dubbio, un capitolo in più"; "Il tutto, come si vede, è primitivo, infantile, logicamente non giustificato". Nel 1950: "Al sentire Gide, di fronte al problema dei rapporti fra i partiti e le classi, dare tutto per risolto identificando l'assenza di partiti d'opposizione, in una società senza classi, con la tirannide e relativo terrorismo, vien voglia di invitarlo ad occuparsi di pederastia, dov'è specialista, ma lasciar queste cose, dove non ne capisce proprio niente". Nel 1951: "Silone [...] è un poco di buono [...]. Quando Silone se ne andò, anzi fu messo fuori dalle nostre file (per conto suo ci sarebbe rimasto, a dir bugie e tessere l'intrigo), l'avvenimento contò. Silone ci aiutò, in sostanza, non solo a approfondire e veder meglio, discutendo e lottando, parecchie cose; ma anche a riconoscere un tipo umano, determinate, singolari forme di ipocrisia, di slealtà di fronte ai fatti e agli uomini". La Russia comunista è dipinta come un paradiso. Nel 1951: "Noi facciamo uno sbaglio, di solito, quando parliamo della Russia. Ci lasciamo alle volte abbagliare troppo dagli aspetti immediati del progresso economico e sociale e ad essi ci fermiamo. Sono progressi enormi, che hanno trasformato una società e ora incominciano a trasformare anche gli aspetti delle cose naturali. Non esiste un regime che abbia fatto e sia capace di fare altrettanto. Vorrei dire, però, che anche se il progresso materiale fosse stato rninore, o rivelasse lacune, decisiva è stata ed è la trasformazione dell'uomo. Quel dirigente della organizzazione della produzione, dello Stato, del partito, che ti accoglie alla frontiera, nella sede cittadina, nel reparto di fabbrica, nella redazione, nella clinica, nella scuola, sui campi, che, anche se vecchio d'anni, è giovanile, sicuro di sé, sereno, pieno di slancio, padrone del suo lavoro fino all'ultimo particolare locale e fino alla nozione esatta del posto che quel particolare ha nel quadro della vita nazionale, attento ai bisogni e all'animo degli uomini che lo circondano, spronato da uno spirito critico sempre sveglio e persino esasperato, disinteressato personalmente ma non privo di vita personale libera e molteplice - questo è un uomo nuovo ed è la vera sostanziale conquista del regime comunista". Togliatti plaude anche alle ultime campagne staliniane di repressione. Nel 1952: "Slansky ed i suoi sono stati sorpresi mentre operavano sul terreno della congiura politico-militare, per tentare il colpo di stato controrivoluzionario. Così come avevano tentato Trotskij e i suoi".

Nel Comitato centrale del 13 marzo 1956, di ritorno dal XX Congresso del Pcus, in cui Kruscev ha per la prima volta denunciato i crimini dello stalinismo, Togliatti rilancia l'idea delle diverse "vie nazionali al socialismo", si richiama a Gramsci e al modo in cui il Pci ha "utilizzato il parlamento" a differenza del Pc greco, ma accenna solo elusivamente ad "errori" di Stalin, mentre l'unico a domandare spiegazioni, in particolare riferimento a Bela Kun e all'epurazione del Pc polacco, è Umberto Terracini. Quando nel marzo 1956 il "New York Times" dà notizia del rapporto segreto di Kruscev, Togliatti parla in privato di "chiacchiere senza importanza". Nell'intervista a "Nuovi Argomenti" del maggio 1956 dichiara non distrutti "quei fondamentali lineamenti della società sovietica, da cui deriva il suo carattere democratico e socialista e che rendono questa società superiore, per la sua qualità, alle moderne società capitalistiche"; parla soprattutto di "errori" di Stalin; polemizza contro gli "alfieri dell'anticomunismo", "calunniatori ufficiali"; dichiara compito del Pcus riportare il paese "a una normale vita democratica, secondo il modello che era stato stabilito da Lenin nei primi anni della rivoluzione" (negli stessi giorni in cui l'insigne latinista e dirigente del Pci Concetto Marchesi fa l'apologia dello stalinismo, definendo il XX Congresso un "fragoroso confessionale di domestici peccati" e alludendo sprezzantemente alla rozzezza intellettuale di Kruscev). Togliatti è con i sovietici nella repressione dei moti polacchi e ungheresi. Nel luglio 1956 scrive che le file dei rivoltosi di Poznan sono composte "esclusivamente di elementi della malavita" (quando il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio ha già ammesso che il moto in Polonia deriva da "un malcontento diffuso e profondo nella massa degli operai"). Nell'ottobre 1956 preme addirittura sui dirigenti sovietici titubanti perché intervengano in Ungheria, e, una volta che questi si sono decisi, approva pubblicamente la repressione della rivolta di Budapest, respingendo gli attacchi della stampa borghese (mentre in privato giunge a brindare all'intervento sovietico). In quei giorni l'intellettuale e dirigente comunista Mario Alicata: "in questo momento l'esercito sovietico sta difendendo l'indipendenza dell'Ungheria". Al XXII congresso del Pcus del novembre 1961, Kruscev riprende e approfondisce la denuncia dello stalinismo. Dall'Italia Togliatti commenta le sue parole. Ammette le "tragiche violazioni della legalità socialista", riferendosi (solo) alla condanna di comunisti assolutamente innocenti durante le purghe, ma le imputa a "errori del passato collegati al culto della persona di Stalin", all'"annullamento di ogni carattere collegiale della direzione", all'"accentramento nella persona di Stalin non solo della direzione politica, ma della stessa possibilità dell'elaborazione teorica". E parla di "contraddizioni sempre più acute tra la sostanza e le basi fondamentalmente democratiche della società nuova, fondata su di un'economia socialista e sul potere dei soviet da una parte, e dall'altra una direzione per molti aspetti autoritaria e coercitiva", nonché di "lotta giusta e motivata contro le opposizioni trotskiste e di destra". Ascrive a merito del regime la "trasformazione sociale delle campagne, sia pure attuata con eccessiva fretta e con errori" (i milioni di contadini morti); e conclude: "Gli errori e le deformazioni, per quanto gravi, non hanno compromesso e intaccato le basi e la sostanza profondamente democratica della società socialista". Nel 1964 ha parte attiva nel complotto che porta alla destituzione di Kruscev.

Tutto il partito - compresi importanti intellettuali - si è abbandonato al culto della personalità di Stalin. Il 6 marzo 1953, il giorno dopo l'annuncio della morte di Stalin, "L'Unità" diretta da Pietro Ingrao titola E' morto l'uomo che più ha fatto per la liberazione del genere umano. Lucio Lombardo Radice nel 1947: "Le vite come quella di Stalin, come già quella di Lenin, sono il primo esempio di una condizione umana più elevata, di un'umanità che domina le condizioni esterne invece di esserne dominata: le vite di uomini liberi e liberatori". Nel 1948: "Marxista creatore, Stalin non è soltanto uno studioso di genio che analizza i problemi storico-politici alla luce dei principi del marxismo; è questo, sì, ma è anche e soprattutto il grande rivoluzionario, il grande costruttore, che analizza i rapporti per trasformarli, che studia i problemi per risolverli praticamente". Nel 1950: "Non solo gli scienziati marxisti, ma tutti gli studiosi serii e onesti hanno unanimemente reso omaggio alla profondità e all'importanza dei giudizi e delle definizioni di Stalin relativi alla linguistica, al suo carattere, alla sua evoluzione". Nel 1952: "Millenovecentoventiquattro: l'anno della morte di Lenin, l'anno di difficoltà economiche e di aspre lotte all'interno del Partito. Preoccupazione costante di Stalin in questo anno, come sempre, è lo sviluppo democratico del Partito". Nell'aprile 1956, dopo la divulgazione del rapporto Kruscev: "Dirò che anche per me, intellettuale e "vecchio" militante comunista, si pongono molti nuovi e difficili problemi. Nessun "rimorso", ho detto, anzi orgoglio per aver tenacemente in questi venti anni difeso ed esaltato l'Urss e con essa il compagno Stalin, non solo perché egli in quel periodo la rappresentava di fronte al mondo, ma anche per il suo grande contributo personale, che un esame critico dei suoi errori e sue colpe non annulla"; "continuo a considerare Stalin un classico del marxismo, uno dei più grandi pensatori e rivoluzionari della nostra epoca". Anche i linguisti Giacomo Devoto e Tullio De Mauro ritengono opportuno citare gli insegnamenti di Stalin nel campo della linguistica. Lo storico Gastone Manacorda nel 1948, a dieci anni dalla pubblicazione del Breve corso (la Storia del Partito comunista dell'Unione sovietica, in cui Stalin codifica il marxismo e dell'Urss presenta una storia incredibilmente deformata), lo celebra su "L'Unità" con l'articolo Nel decimo anniversario di un grande libro. Valentino Gerratana nel 1951: "Viene così sfatata la leggenda piuttosto diffusa, e tuttora difesa come vangelo dalla pubblicistica reazionaria, secondo cui nei primi anni del potere sovietico, fino alla morte di Lenin, Stalin avrebbe avuto una parte di secondo piano rispetto a quella, ad esempio, di un Trotskij. Certo Trotskij conosceva assai bene l'arte borghese di mettersi in mostra, ma la verità è che, ancor prima di smascherarsi definitivamente, già nei primi anni di esistenza dello stato sovietico, tutta la sua attività era rivolta a sabotare la rivoluzione, a tradirne le conquiste, a liquidarne al più presto i risultati. Ed e merito di Stalin aver saputo riconoscere fin dall'inizio i piani di Trotskij, intervenendo energicamente per neutralizzarli e farli fallire". Concetto Marchesi nel 1953: "L'opera di Stalin è opera liberatoria da qualunque oppressione: da quella che fa l'uomo schiavo della fame e della fatica a quella che lo fa strumento e oggetto di rovina. Ciò che è avvenuto in Russia per opera sua avverrà in tutto il mondo". Il critico d'arte Antonello Trombadori nell'agosto 1956, dopo le denunce kruscioviane: "Lenin e di Stalin, due uomini diversi, due diverse figure, ma l'una e l'altra indissolubilmente, organicamente inserite nella trasformazione rivoluzionaria del vecchio, decrepito impero russo in quella fucina di problemi moderni, avanzati, contraddittori, liberatori di masse sterminate, che è l'attuale Unione Sovietica". La venerazione ufficiale si estende peraltro ai più biechi collaboratori di Stalin. Nel 1948, morto Zdanov, coordinatore del Cominform e zelante esecutore della politica staliniana nei confronti degli intellettuali, il pittore Renato Guttuso lo commemora come "uno degli uomini migliori del mondo". Ma anche il poeta cileno Pablo Neruda segue commosso i funerali di Vishinskij, il pubblico accusatore dei processi-spettacolo staliniani: "La luce di Vishinskij ritorna nelle viscere della madre patria sovietica". Il culto della personalità travalica del resto gli stretti confini del partito. In occasione della morte di Stalin, il discorso più commosso al Parlamento italiano è pronunciato da Sandro Pertini, che si definisce "umile e piccolo uomo davanti a tanta grandezza, a una simile pietra miliare sul cammino dell'umanità": "si resta stupiti per la grandezza di questa figura che la morte pone nella sua giusta luce. Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto".

Il mito dell'Unione sovietica è stato coltivato sistematicamente ben oltre la morte di Stalin. Nel 1946 il Pci diffonde l'opuscolo ad uso dei militanti Russia, paese libero, pacifico e felice. Lucio Lombardo Radice nel 1949: "Per la prima volta nella storia dell'umanità lo sviluppo della società avviene non più per il giuoco cieco di leggi elementari, molecolari, non più attraverso il contrasto di classi in lotta, ma in forma pienamente consapevole, davvero umana". Mario Alicata nel 1952 dichiara che in Urss "l'uomo è più libero che in tutti i paesi del mondo" e che "questo è il primo paese della storia del mondo in cui tutti gli uomini siano finalmente liberi". Lo storico Giuseppe Boffa nel 1957: "Questo è il paese dove più avanti è stata portata la causa della liberazione sociale, con lo sprigionamento di un immenso potenziale di autentica libertà". Ancora nel dicembre 1981 Giancarlo Pajetta dice che "la crisi del mondo capitalistico non ha eguali e non è reversibile" mentre il socialismo, benché drammaticamente imperfetto, è "qualcosa di perfettibile".


                                 


18 maggio 2006

I CRIMINI DEL COMUNISMO: LE CORRESPONSABILITA' DEGLI INTELLETTUALI D'OCCIDENTE

Gli intellettuali apologeti dello stalinismo.

L'esaltazione di Stalin, dell'Urss e del terrore comunista non sono rintracciabili solo presso gli intellettuali italiani. Già nel 1919 lo storico della rivoluzione francese Albert Mathiez giustifica il terrore ed esalta Lenin paragonandolo a Robespierre. E nel 1931 il poeta francese Louis Aragon in Prélude au temps des cerises: "Canto la Ghepeù che si forma / In Francia adesso. / Canto la Ghepeù necessaria di Francia. / Canto la Ghepeù di nessuno e dappertutto. / Chiedo una Ghepeù per preparare la fine di un mondo. / ... / Viva la Ghepeù contro il papa e i pidocchi. / Viva la Ghepeù contro la sottomissione alle banche. / Viva la Ghepeù contro le manovre dell'est. / Viva la Ghepeù contro la famiglia. / Viva la Ghepeù contro le leggi scellerate. / Viva la Ghepeù contro gli assassini tipo / Caballero Boncour MacDonald Zoergibel. / Viva la Ghepeù contro tutti i nemici del proletariato. / VIVA LA GHEPEÙ". Il romanziere americano Upton Sinclair scrive a proposito della collettivizzazione: "Buttano fuori i contadini ricchi dalla terra e li mandano a lavorare, in gran numero, nei depositi di legname e nelle ferrovie"; costerà "un milione di vite, forse cinque milioni", ma "non c'è mai stato nella storia umana un qualche grande cambiamento sociale senza che ci fossero dei morti. La Rivoluzione francese è costata milioni di morti". Dopo l'assassinio di Kirov (dicembre 1934), lo scrittore Maksim Gorkij lancia un appello a "sterminare il nemico senza pietà né misericordia", avallando in questo modo le purghe staliniane. Il filosofo Maurice Merleau-Ponty, che nel 1950 si sarebbe allontanato dallo stalinismo, in Umanesimo e terrore (1947), polemizzando con Koestler, giustifica ancora il Grande terrore come premessa necessaria per la costruzione di "una nuova società nel segno del proletariato". Ma è Bertolt Brecht, autore tra l'altro anche di una Lode del Partito e di una Lode dell'Urss, che sa esprimere al meglio l'atteggiamento degli intellettuali che difendono il terrore comunista. Lode del comunismo (1933): "Gli sfruttatori lo chiamano delitto. / Ma noi sappiamo: / E' la fine dei delitti". A coloro che verranno (1938): "Voi che sarete emersi dai gorghi / Dove fummo travolti / Pensate / Quando parlate delle nostre debolezze / Anche ai tempi bui / Cui voi siete scampati. / Andammo noi, piú spesso cambiando paese che scarpe, / Attraverso le guerre di classe, disperati / Quando solo ingiustizia c'era, e nessuna rivolta. / Eppure lo sappiamo: / Anche l'odio contro la bassezza / Stravolge il viso. / Anche l'ira per l'ingiustizia / Fa roca la voce. Oh, noi / Che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, / noi non si poté essere gentili. / Ma voi, quando sarà venuta l'ora / Che all'uomo un aiuto sia l'uomo, / Pensate a noi / Con indulgenza". Nel marzo 1953: "Gli oppressi di tutti e cinque i continenti devono avere provato una stretta al cuore alla notizia della morte di Stalin. Egli era l'incarnazione delle loro speranze". Nel giugno 1953, in occasione della rivolta operaia repressa dai carri armati sovietici, Brecht scrive a Ulbricht per rinnovargli la manifestazione del suo attaccamento al regime. In quei giorni, dopo avere citato l'insoddisfazione di parte dei lavoratori berlinesi, dichiara: "Elementi fascisti organizzati hanno cercato di sfruttare questa insoddisfazione per i loro sanguinari propositi. Per diverse ore Berlino è stata sull'orlo di una terza guerra mondiale. Soltanto grazie al rapido e puntuale intervento delle truppe sovietiche questo tentativo è stato vanificato. E ovvio che l'intervento delle truppe sovietiche non era diretto in alcun modo contro le dimostrazioni dei lavoratori. E' evidente che era diretto esclusivamente contro il tentativo di provocare un nuovo olocausto"; "una marmaglia fascista e guerrafondaia", composta "di giovani diseredati di ogni risma", aveva invaso Berlino Est e soltanto l'esercito sovietico aveva impedito una nuova guerra mondiale. E il filosofo György Lukacs, ancora nell'intervista alla "New Left Review" del luglio-agosto 1971, sentenzia: "Il peggiore dei regimi comunisti è meglio del migliore dei regimi capitalisti".

Un posto a parte hanno le testimonianze degli intellettuali sulle condizioni di vita sovietiche (frutto di itinerari turistici sapientemente pianificati dal governo comunista). Nel 1928 Maksim Gorkij, vecchio simpatizzante bolscevico, deluso dei primi anni del regime sovietico ed esule in Occidente, accetta di visitare le isole Solovetskie, primo nucleo del Gulag, e le descrive in un libro assai elogiativo. Non è che il primo dei viaggi compiuti in Russia dai "compagni di strada". Il commediografo inglese George Bernard Shaw visita l'Urss nel 1931: ammira il realismo di Stalin, che a suo avviso corregge le utopie internazionalistiche di Lenin. Dichiara: "il socialismo della Russia è socialismo fabiano". Testimonia che l'Urss del 1930 non ha alcun problema alimentare e dice delle prigioni: "In Inghilterra un delinquente entra come un uomo normale e ne esce come "un tipo criminale", mentre in Russia egli entra come un tipo criminale e ne verrebbe fuori come un uomo ordinario, se lo si convincesse a venir fuori del tutto. Ma per quanto ho potuto capire loro potevano star dentro quanto tempo volevano". Si rifiuta di condannare la repressione staliniana: "Non possiamo permetterci di abbandonarci ad atteggiamenti morali quando il nostro vicino più intraprendente umanamente e coscienziosamente sta liquidando un manipolo di sfruttatori e di speculatori in modo che il mondo sia più pulito per l'uomo onesto"; "Stalin ha mantenuto le promesse fino a un livello che sembrava impossibile dieci anni fa; ed io, di conseguenza, mi tolgo il cappello davanti a lui". L'ex-presidente del consiglio francese Édouard Herriot visita l'Ucraina nel 1932 e non trova traccia di carestia. L'ascoltato giornalista della destra tedesca Ernst Niekisch visita l'Urss nel 1932 e torna impressionato dalle realizzazioni del piano quinquennale. I coniugi Webb, teorici del riformismo laburista, esaltano l'Urss già nel 1931, vedendovi la realizzazione di un socialismo tecnocratico. Visitano insieme l'Urss nel 1932 e Sidney vi tornerà da solo nel 1934. Il loro resoconto di viaggio si intitola Comunismo sovietico: una nuova civiltà? nella prima edizione del 1935 e Comunismo sovietico: una nuova civiltà (senza interrogativo) nella seconda del 1937. Definiscono "evidentemente libero da ogni forma di atrocità fisica" il sistema penale sovietico. Visitato anche il cantiere del canale del Mar Bianco, gestito dalla polizia politica, esaltano la capacità di redenzione del lavoro là svolto dai deportati, che, dicono, "facevano a gara" tra loro, coinvolti nell'"emulazione socialista"; sostengono che "questa partecipazione appassionata equivaleva a riconoscere ufficialmente la capacità dell'Ogpu non soltanto nel realizzare una grandiosa opera di ingegneria, ma soprattutto nell'ottenere una vittoria nel campo della rieducazione umana". Affermano: "Stalin non è un dittatore, ma un rappresentante al Soviet supremo dell'Urss regolarmente eletto in un collegio elettorale di Mosca". Non sono peraltro i soli laburisti inglesi ad ammirare Stalin: anche il teorico Harold Laski nel 1935, dopo un viaggio nell'Urss, giudica la prigione sovietica "infinitamente più avanzata" dell'inglese; e lo storico del socialismo G.H.D.Cole: "E' molto meglio essere governati da Stalin che da un gruppo di scemi e apatici socialdemocratici". Il romanziere Herbert Wells incontra Stalin nel 1934. Tornato in Inghilterra, riconosce la mancanza di libertà esistente nell'Urss, ma afferma che essa è giustificata dallo sforzo della creazione di una società razionale. Nel 1935 anche il filosofo di Cambridge Ludwig Wittgenstein visita l'Urss e per alcuni anni coltiva l'idea di trasferirvisi, convinto che essa rappresenti un'alternativa valida alla decadenza dell'Occidente. Lo impressiona l'assenza di disoccupazione. Dice: "La tirannia non mi indigna". Non mutano il suo atteggiamento né i processi di Mosca né il patto Stalin-Hitler. Vorrebbe vivere nell'Urss di Stalin, oppure nell'Italia di Mussolini, che gli paiono "paesi austeri". Nei primi anni '30 l'economista John Maynard Keynes studia l'agricoltura sovietica, ma non si accorge della carestia che la sta travolgendo. Dei processi pensa che siano sostanzialmente corretti e che sventino un tentativo rivoluzionario contro Stalin. L'industriale elettrico e petroliere francese Ernest Mercier visita l'Urss nel 1935 e torna entusiasta dei risultati del piano quinquennale. Anche lo scrittore pacifista Romain Rolland la visita nel 1935 e ne riporta un'impressione molto positiva. Nel 1936, a sua volta, l'ambasciatore americano Joseph Davis esalta il "liberalismo" della nuova costituzione sovietica. I riconoscimenti americani vengono anche da cariche più elevate. Nel 1944 sono nell'Urss il vicepresidente Henry Wallace e il democratico Owen Lattimore, professore alla John Hopkins. Visitano il campo di lavoro di Madagan a Kolyma, che per la durata della loro permanenza viene trasformato in campo modello senza torri di guardia e filo spinato, tanto che essi ne possono fare una descrizione idilliaca. Invece, gli italiani non comunisti, ovviamente, visitano l'Urss solo dopo la guerra. Nel 1950, la "diretta esperienza" di viaggio permette allo storico della letteratura Luigi Russo di testimoniare che "nessun altro popolo come i popoli sovietici è tanto geloso della propria libertà".

Esemplare anche la vicenda del filosofo e scrittore Jean-Paul Sartre. Nel 1947 rompe con Raymond Aron, nel 1948 con Arthur Koestler, nel 1951 con Maurice Merleau-Ponty, perché non accetta di seguire gli ex amici nella condanna dello stalinismo. Dopo un lungo periodo di polemiche col Pc francese, che ha raggiunto il culmine all'epoca di Le mani sporche, nel 1952 si riavvicina al partito e lo difende dalle accuse di dogmatismo dell'intellettuale comunista Pierre Hervé. Nel 1951-52 Sartre rompe anche con Albert Camus, a causa di L'uomo in rivolta, nel quale legge un attacco allo stalinismo. Rifiuta di pronunciarsi nelle polemiche sui campi di concentramento sovietici ("Non essendo noi membri del Partito né simpatizzanti dichiarati, non era nostro dovere pronunciarsi sui campi di lavoro sovietici") e sull'affare Slansky. Nel 1952 partecipa alla conferenza del movimento per la pace organizzata dai comunisti a Vienna, dichiarando, in modo evidentemente menzognero, che i tre più importanti eventi della sua vita sono stati il Fronte popolare del 1936, la Liberazione e "il presente congresso". Nel 1954, dopo un viaggio in Russia, in una serie di articoli per "Libération": "In Urss la libertà di critica è totale"; "I cittadini sovietici criticano il loro governo molto più apertamente e in modo più efficace di quanto non facciamo noi"; "La condizione dei cittadini sovietici è in costante miglioramento in una società che continua a progredire"; essi sono "ammirevolmente nutriti ed alloggiati", e che non si recano all'estero non perché il governo lo impedisca, ma perché non hanno alcun desiderio di farlo; "Il cittadino sovietico vive in un sistema competitivo a tutti i livelli, ma l'interesse del singolo e quello della collettività gli appaiono coincidenti"; "Oggi, nell'Urss, l'emancipazione delle donne è totale"; "L'appartenenza alla classe dirigente, qui, non è una sine cura, perché essa è sottoposta alla critica permanente di tutti i cittadini"; "L'Urss marcia verso il futuro". Rifiuta di accettare il rapporto segreto di Kruscev "per non togliere la speranza a Billancourt", cioè agli operai comunisti. Dichiara nel 1956: "Io, come voi, trovo inammissibile l'esistenza di quei campi di concentramento, ma è altrettanto inammissibile l'uso giornaliero che ne fa la stampa borghese". Lamenta che la denuncia sia stata compiuta da Kruscev "senza spiegazioni, senza analisi storica, senza prudenza".

L'antifascismo spesso induce anche i non comunisti a guardare con simpatia a Stalin e all'Urss. Nel giugno 1935, Willi Münzenberg, l'abile propagandista del Comintern, organizza a Parigi in chiave antifascista un "Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura". Vi partecipano nomi eccellenti della cultura progressista europea: Alain, Rolland, Barbusse, Aragon, Malraux, Gide, H.Mann, Brecht, Erenburg, A.Tolstoj. Il comunismo viene proclamato maggiore alleato dell'antifascismo. Ma Gaetano Salvemini è accolto con freddezza quando denuncia il caso di Victor Serge, perseguitato in Russia per le sue idee libertarie. Nella Cambridge della metà degli anni '30 i sovietici possono reclutare come spie alcuni studenti (il "ring of five": Anthony Blunt, Guy Burgess, David Maclean, John Cairncross e Kim Philby, tutti destinati a occupare ruoli di grande responsabilità nei ministeri e nei servizi segreti inglesi) che vedono nell'Urss il "baluardo contro il fascismo". Anche i progressisti italiani non comunisti si lasciano affascinare dall'Urss. Nel 1936 il giurista democratico Silvio Trentin, esponente di Giustizia e Libertà, esalta la nuova costituzione sovietica e dichiara che il terrore in Russia è ormai una pagina chiusa. Dopo la guerra, il filosofo Norberto Bobbio, in Politica e cultura (1955), pur sostenendo che il socialismo deve creare "nuove forme di libertà" senza abolire le antiche, ai paesi socialisti attribuisce il merito di avere "effettivamente iniziato una nuova fase di progresso civile, di democrazia sostanziale con la collettivizzazione degli strumenti di produzione", e concede che "il regime socialista, lungi dal sopprimere la libertà in astratto, sopprime le libertà che son diventate privilegi".

Neppure il Grande terrore staliniano del 1936-38 riesce a distruggere negli intellettuali il credito che l'Urss si è conquistata come baluardo dell'antifascismo. Nel 1936-37, impressionata dagli eventi sovietici, la Lega dei diritti dell'uomo (l'associazione formatasi tra gli intellettuali francesi all'epoca dell'affare Dreyfus per difendere i principi della libertà e della democrazia) promuove un'inchiesta: malgrado le critiche di una minoranza, la maggioranza, guidata dal radicale Victor Basch, sostiene la credibilità delle confessioni, ritenendo impossibile che esse siano tutte estorte e ricordando comunque che le rivoluzioni, come la francese, aprono la strada del progresso anche se possono occasionalmente macchiarsi di violenze. Henri Barbusse, scrittore premio Goncourt 1916, crede alle confessioni di Mosca. Lo scrittore tedesco Lion Feuchtwanger e l'ambasciatore americano Joseph Davis assistono personalmente ai processi e ne escono convinti della colpevolezza degli imputati. Upton Sinclair dice che le confessioni ai processi di Mosca non possono essere estorte, perché sono rese da personaggi che hanno saputo resistere alle torture della polizia zarista. Lattimore trova che i processi dimostrino il potere di denuncia di cui in Urss gode il cittadino comune e parla di "democrazia". I giornali liberal americani "The Nation" e "The New Republic" difendono con ostinazione la regolarità dei processi. Alcuni esponenti della sinistra libertaria americana, con l'appoggio del filosofo John Dewey, creano una commissione d'inchiesta per riesaminare i processi di Mosca. Ma contro di essa prendono pubblicamente posizione altri intellettuali, tra i quali gli scrittori Theodore Dreiser, Granville Hicks e Corliss Lamont. Brecht: "Anche i più feroci nemici dell'Unione sovietica e del suo governo sono stati costretti ad ammettere che i processi hanno chiaramente accertato l'esistenza di attive cospirazioni contro il regime. [...] A queste cospirazioni si sono uniti tutti i parassiti, i criminali di professione, gli informatori, tutta la feccia in patria e all'estero". Quando la sua ex amante Carola Neher viene arrestata a Mosca, dice: "Se è stata condannata, dovevano esserci delle prove contro di lei". Brecht peraltro commenta anche cinicamente: "più innocenti sono, più si meritano una pallottola in testa". Lo scrittore francese André Malraux: "Proprio come l'Inquisizione non distrusse la fondamentale dignità del cristianesimo, così i processi di Mosca non hanno diminuito la fondamentale dignità del comunismo".


Anche le denunce del Gulag trovano scarso seguito. André Gide visita l'Urss nel 1936, e, a differenza dei più, non ne riporta un'impressione positiva. In Ritorno dall'Urss (1936) denuncia la repressione staliniana, ma la denuncia viene accolta con indignazione dagli intellettuali comunisti e antifascisti. In Ritocchi (1937) Gide ribadisce le sue osservazioni e anzi paragona il terrore comunista a quello fascista. Le prime ampie testimonianze sul Gulag vengono dai polacchi rilasciati nel 1941-42. I casi più significativi sono però del dopoguerra. Viktor Kravcenko, un membro della commissione sovietica per gli acquisti tecnologici inviato dall'Urss negli Stati Uniti nel 1943, decide di restare in America. Nell'aprile del 1944 rompe con Mosca e quindi scrive e pubblica un libro, Ho scelto la libertà, dove spiega le cause di questa rottura, racconta della vita in Unione Sovietica e della politica di Stalin nei confronti dei contadini, degli ingegneri e dei vecchi bolscevichi. Il libro viene tradotto in ventidue lingue e letto dappertutto. In Francia esce nel 1947. Per al prima volta, la Francia e il mondo occidentale tutto discutono dei lager sovietici. Allora, il settimanale letterario francese vicino al Pcf "Les Lettres Françaises", diretto da Aragon, inizia una campagna contro Kravcenko, infangandone il nome, offendendolo, sostenendo che il libro non è stato scritto da lui e che l'autore è un fascista che porta acqua al mulino di Hitler. La rivista soprattutto nega l'esistenza dei campi di concentramento. Kravcenko reagisce e intenta causa per diffamazione contro la rivista. Il processo si tiene tra il gennaio e il marzo 1949, concludendosi peraltro con una sentenza favorevole a Kravcenko. Ma è significativo il fatto che la rivista abbia potuto citare come testimoni intellettuali e politici prestigiosi: Fernand Grenier, deputato comunista, ministro nel 1944, racconta che nei suoi due viaggi in Urss, 1933 e 1936, ha visto solo contadini russi felici. Vercors, resistente, autore del Silenzio del mare, dichiara che nel libro di Kravcenko si sente "aria di Vichy" e che esso non avrebbe mai potuto essere pubblicato all'indomani della liberazione. Lo storico Jean Baby dichiara che il resoconto della situazione russa è del tutto implausibile. Il presidente dell'Associazione francese dei deportati, Lampe, dichiara che i russi amano la patria, e che quelli che dicono di scegliere la libertà, scelgono di fatto il tradimento. Il filosofo Roger Garaudy mette in ridicolo il libro e ironizza sull'affermazione che sotto lo zarismo c'erano migliaia di persone in carcere, mentre sotto il comunismo ce ne sono milioni. Lo scienziato premio Nobel Frédéric Joliot-Curie testimonia che i russi sono felici e sostengono il regime, definendo quello di Kravcenko "un libro sporco". Quando Kravcenko viene invitato in Italia, il Pci stesso organizza prontamente una serie di manifestazioni ostili. Dal novembre 1950 al gennaio 1951 si tiene a Parigi un secondo processo tra "Les Lettres Françaises" e David Rousset, intellettuale ex trotskista, già deportato dai tedeschi, che nel 1946 ha ricevuto il premio Renaudot per il libro L'univers concentrationnaire e che nel novembre 1949 ha lanciato un appello agli ex deportati nei lager nazisti perché formino una commissione d'inchiesta sui lager sovietici. In seguito al suo appello, nel febbraio 1950, Margarete Buber-Neumann in Pour l'enquête sur les camps soviétiques. Qui est pire, Satan ou Belzébuth? sul "Figaro littéraire" racconta della sua duplice esperienza di deportata nei campi sovietici e nazisti (comunista esule in Russia all'avvento del nazismo, poi deportata nel Gulag all'epoca del Grande terrore, con altri 500 comunisti tedeschi era stata riconsegnata alla Gestapo, dopo il patto Stalin-Hitler). In appoggio ai dissidenti sovietici e per contrastare le iniziative dell'Urss per guadagnare un'egemonia sul mondo della cultura occidentale, i maggiori intellettuali anticomunisti (tra gli altri, Croce, Dewey, Jaspers, Maritain, Russell, Aron, Auden, Caillois, Camus, Faulkner, Malraux, Th.Mann, Queneau, Seton-Watson, Salvatorelli, Salvemini, Spadolini, Silone, Soldati) promuovono un Congresso per la Libertà della Cultura, che si insedia a Parigi nel 1952, ma trova un ambiente complessivamente ostile. Pablo Neruda ancora nel 1972 giudica "problemi assolutamente personali" quelli incontrati da Solzhenitsyn, aggiungendo: "non ho alcuna voglia di diventare uno strumento di propaganda antisovietica".

Le case editrici ritardano la denuncia dei crimini comunisti. Boris Souvarine, francese convertito al bolscevismo dall'Ottobre, poi espulso dall'Urss per trotskismo, nel 1935 trova difficoltà a pubblicare il suo Stalin, che Gallimard rifiuta e accetta invece Plon, malgrado l'opposizione del filosofo Gabriel Marcel. All'epoca il timore è quello di indebolire il Fronte popolare e l'antifascismo. Negli anni '40 il timore sarà quello di incrinare l'alleanza occidentale-sovietica. Nel 1944 lo scrittore inglese libertario George Orwell scrive La fattoria degli animali, opera di critica molto radicale, e abbastanza trasparente, al regime sovietico. Cerca di farla pubblicare dalla casa editrice Macmillan, diretta in quel momento dal grande poeta inglese di orientamento cattolico conservatore Thomas Eliot, ma ottiene un rifiuto. Del tutto speciali le resistenze editoriali in Italia. La società aperta di Popper (1945) viene pubblicata in Italia solo nel 1974. Socialismo di von Mises dopo 70 anni. La via della schiavitù di von Hayek dopo quasi 60 anni. Gustaw Herling, Un mondo a parte (1951) è la prima opera letteraria a denunciare il gulag. In Italia resta quasi sconosciuta fino alla terza edizione del 1992 presso Feltrinelli. Nel 1975 Einaudi respinge la pubblicazione di Kolyma di Varlam Shalamov, proposta da Vittorio Strada. Il "Corriere della Sera" sotto la direzione di Ottone decide di annullare un'anteprima dall'edizione di racconti che stava per essere edita da Savelli nel 1976. Guido Ceronetti, che giudica Shalamov testimone dell'orrore del XX secolo pari a Kafka e Céline, propone Kolyma ad Adelphi a metà degli anni Ottanta, ma Adelphi lo pubblica solo nel 1995. Nel 1995, infine, Einaudi pubblica l'intera opera, ma annulla l'introduzione di Herling e Piero Sinatti. Il Grande Terrore di Robert Conquest, l'opera fondamentale sulle purghe staliniane, tradotta per Mondadori nel 1970, resta introvabile per decenni, finché Rizzoli non la ripubblica nel 1999.


Gli intellettuali cercano nuovi paradisi. Col XX congresso del Pcus e l'invasione dell'Ungheria, nel 1956, il fascino dell'Urss sugli intellettuali comincia a declinare. Ma non pochi trovano presto nuovi miti. All'indomani della rivoluzione di Castro, l'economista americano Paul Baran prevede che a Cuba il socialismo riuscirà a produrre una ricchezza "di proporzioni gigantesche". Sartre, che è diventato antisovietico dopo i fatti d'Ungheria, e il sociologo americano Charles Wright Mills visitano a Cuba. La lasciano pieni di speranza. Dichiara Sartre: "Il paese emerso dalla rivoluzione cubana è una democrazia diretta". Molti intellettuali occidentali, soprattutto americani, si recano annualmente a Cuba per partecipare al taglio della canna da zucchero insieme alla Brigata Venceremos. Molto affascinati da Castro sono in particolare i leader della protesta nera negli Usa. Così, Angela Davis: "tagliare la canna da zucchero era diventata una cosa qualitativamente diversa con la rivoluzione". E il teorico delle Pantere Nere Huey Newton: la società cubana "è veramente, per ognuno, una grande famiglia che si preoccupa del benessere di tutti". Al Congresso culturale cubano del 1968 partecipano tra gli altri lo psichiatra David Cooper, lo scrittore e disegnatore Jules Feiffer, lo storico Eric Hobsbawm, gli scrittori H.M.Enzensberger e Susan Sontag. Tutta la sinistra europea condanna l'intervento americano in Vietnam, ma la guerra spinge anche diversi intellettuali americani a solidarizzare con il governo di Hanoi, chiudendo gli occhi sulla brutalità della dittatura comunista. Le scrittrici Susan Sontag e Mary Mc Carty visitano il Vietnam e assicurano che i vietnamiti si preoccupano molto coscienziosamente della salute degli americani catturati. La Sontag: "Quando l'amore entra nella sostanza delle relazioni sociali, il legame di un popolo ad un singolo partito non è necessariamente disumanizzante". L'attrice Jane Fonda invita le truppe americane a solidarizzare con i vietnamiti parlando da Radio Hanoi. Neppure il disimpegno americano del 1973 consente sempre di recuperare un atteggiamento lucido nei confronti del regime vietnamita. Un manifesto del 1977, firmato tra gli altri, dall'economista Paul Sweezy, dallo scrittore David Dellinger e dal filosofo e poeta Corliss Lamont, dichiara: "l'attuale stato di sofferenza in cui si trova il popolo vietnamita è in gran parte conseguenza della guerra, di cui gli Stati uniti continuano ad avere la responsabilità". Nel 1979 Corliss Lamont e altri attaccano la cantante Joan Baez che ha osato criticare il regime vietnamita, assicurando che "il Vietnam gode ora di diritti umani come non è mai avvenuto nel corso della sua storia". Ma è soprattutto la Cina di Mao, in particolare la Cina della Rivoluzione culturale, che si conquista negli anni '60 e '70 la fama di regime capace di realizzare un vero protagonismo popolare. La scrittrice Maria Antonietta Macciocchi è la sua propagandista più entusiasta: la Cina è "il più straordinario laboratorio politico del mondo", dove "la politica significa sacrificio, coraggio, altruismo, modestia e frugalità". Sartre e la sua compagna, la scrittrice Simone De Beauvoir, la visitano e la esaltano. La De Beauvoir sentenzia: "la diversità con il sistema staliniano è evidente, dal momento che in Cina non esiste nessun tipo di internamento amministrativo". Esalta il sistema carcerario cinese, contrapponendolo alle prigioni di Chicago, che ha visitato, e loda il sistema maoista della delazione, perché in Cina "la giustizia è organizzata per il bene della gente". Nega che gli intellettuali siano sottoposti a pressioni: "Ogni scrittore decideva per suo conto su che cosa avrebbe scritto il suo prossimo libro". Inoltre, è pensando alla Rivoluzione culturale che Sartre dichiara nel 1971: "L'intellettuale che non combatte, sia fisicamente che intellettualmente, in prima linea contro il sistema è uno che, fondamentalmente, sostiene il sistema, e dovrebbe essere giudicato di conseguenza"; "Quando i giovani si scontrano con la polizia, nelle piazze, il nostro dovere non è soltanto di dimostrare che i poliziotti sono violenti, ma unirci alla gioventù nella pratica della controviolenza"; "L'intellettuale, più di ogni altro, deve capire che ci sono soltanto due tipi di persone: l'innocente e il colpevole. Quindi comportarsi di conseguenza". Sotto l'influenza del maoismo, Sartre è disposto a tollerare ogni forma di violenza, purché non esercitata attraverso apparati burocratici. Dice: "Devi sempre stare dalla parte della rivoluzione e se finisce male, se sarò tradito, cambierò idea". Esalta il terrorismo palestinese: "il terrorismo è l'arma del povero"; e giunge perfino a difendere la strage di Monaco. Ma già negli anni '60 aveva fatto l'apologia della violenza. Aveva scritto nella prefazione a Franz Fanon, Dannati della terra (1961): "uccidere un europeo è conseguire contemporaneamente due scopi: eliminare l'oppressore e l'uomo che di quell'oppressione è il frutto". Nel 1962: "A mio giudizio il problema di fondo è di rifiutare la tesi secondo cui la sinistra non dovrebbe mai rispondere alla violenza con la violenza". Nel 1968 saluta le barricate studentesche in un'intervista a Radio Lussemburgo: "La violenza è l'unica cosa che resta agli studenti che non sono ancora entrati nel sistema creato dai loro padri"; "Nei nostri paesi occidentali infiacchiti, l'unica forza di contestazione di sinistra è costituita dagli studenti". Nella primavera 1970 accetta di fare parte del gruppo maoista Sinistra Proletaria e diviene direttore responsabile del suo giornale "La Cause du Peuple" (che incita i militanti a chiudere nelle "prigioni del popolo" i direttori delle fabbriche e a linciare deputati e ministri). Della Cina anche lo storico inglese Basil Davidson loda il "rimodellamento" degli scrittori, mentre lo svedese Jan Myrdal, esponente del movimento studentesco, loda la maoista "rieducazione" degli intellettuali nelle campagne come provvedimento capace di abolire il carattere castale della cultura. Davidson nota anche come dopo la rivoluzione cinese "non ci fosse più bisogno di scioperare per i lavoratori". Perfino la Cambogia dei Khmer rossi ha trovato difensori. Il linguista americano Noam Chomsky ancora nel 1977 giudica "storie" quelle delle atrocità khmer e "assolutamente inattendibili" i racconti dei profughi. Sostiene che le esecuzioni si contano al massimo nell'ordine delle centinaia, e che esse, comunque, vanno spiegate con "la minaccia di fame derivante dalle distruzioni e dagli assassinii americani". Mentre Jan Myrdal e il vecchio radicale americano Scott Nearing (già apologeta dell'Urss negli anni '30) descrivono con entusiasmo anche l'Albania comunista di Enver Hoxha, che hanno potuto visitare.

                                 


18 maggio 2006

I CRIMINI DEL COMUNISMO: LE RADICI IDEOLOGICHE

LE RADICI IDEOLOGICHE: MARX E LENIN TEORICI DEL TERRORE


Marx.
Nei suoi scritti giovanili già critica la democrazia.
La questione ebraica (1844): i diritti dell'uomo affermati dalla Rivoluzione francese "non sono altro che i diritti del membro della società civile, cioè dell'uomo egoista, dell'uomo separato dall'uomo e dalla comunità"; la libertà è solo "la libertà dell'uomo in quanto monade isolata e ripiegata su se stessa"; "il diritto dell'uomo alla proprietà privata è il diritto di godere arbitrariamente senza riguardo agli altri uomini, indipendentemente dalla società, della propria sostanza e di disporre di essa, il diritto all'egoismo"; l'uguaglianza "non è altro che l'uguaglianza della libertà sopra descritta, e cioè che ogni uomo viene considerato come una siffatta monade che riposa su se stessa"; "la sicurezza è l'assicurazione del suo egoismo". Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione (1844): "l'arma da critica non può certamente sostituire la critica delle armi, la forza materiale deve essere abbattuta dalla forza materiale".
Nel Manifesto del Partito comunista (1848) Marx elabora l'idea che la società comunista può essere raggiunta solo attraverso la "lotta di classe" rivoluzionaria del proletariato e teorizza l'abolizione dei diritti individuali di libertà: "il proletariato si servirà del dominio politico per strappare alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello stato"; deve "distruggere tutte le sicurezze private e tutte le guarentigie private finora esistite". Negli stessi mesi si richiama esplicitamente alla pratica del terrore esercitata dai giacobini cinquant'anni prima. Vittoria della controrivoluzione a Vienna (1848): "C'è un solo mezzo per abbreviare, semplificare, concentrare l'agonia assassina della vecchia società e le doglie sanguinose della nuova società, un solo mezzo: il terrorismo rivoluzionario". Anche l'amico e collaboratore Engels in quegli anni teorizza il terrore. In La lotta delle nazioni, risposta all'Appello agli slavi di Bakunin (1848), Engels dichiara che "la prossima guerra mondiale farà sparire dalla faccia della terra non soltanto classi e dinastie reazionarie, ma interi popoli reazionari", come, appunto, diverse etnie slave che hanno contrastato la rivoluzione tedesca. Di nuovo, ne Il panslavismo democratico sulla "Neue Rheinische Zeitung" rifiuta le "frasi sentimentali sulla fratellanza" offerte dalle "nazioni più controrivoluzionarie d'Europa" e afferma che "l'odio per i russi è stato ed è ancora la prima passione rivoluzionaria dei tedeschi" e che la rivoluzione richiede "il terrorismo più risoluto" e una "lotta di annientamento contro lo slavismo traditore". E Marx, fallita la rivoluzione, in La soppressione della "Neue Rheinische Zeitung" (1949): "Noi non abbiamo riguardi; noi non ne attendiamo da voi. Quando sarà il nostro tempo, non abbelliremo il terrore". L'anno dopo, Marx e Engels insieme, nell'Indirizzo al Comitato centrale del marzo 1850, invocano una "decisissima centralizzazione del potere nelle mani dello stato" e "misure di terrore". Teorizzano l'impiego di qualsiasi mezzo, anche immorale, necessario per fare trionfare la rivoluzione. Scrivono a G.A.Koettgen: "Agite gesuiticamente, buttate alle ortiche la germanica probità, onestà, integrità [...] I mezzi per noi aumenteranno, l'antagonismo fra il proletariato e la borghesia si inasprisce. In un partito si deve appoggiare tutto ciò che aiuta ad avanzare, senza farsi noiosi scrupoli morali".
Vent'anni dopo, Marx ed Engels accusano la Comune di Parigi di non avere saputo usare fino in fondo la violenza rivoluzionaria. Marx, La guerra civile in Francia (1871): la Comune ha il merito di avere sostituito l'"autogoverno dei produttori" al "vecchio governo centralizzato", mostrando la forma politica che deve assumere la lotta di classe proletaria. Engels, in Dell'autorità (1873), precisa: "Una rivoluzione è certamente la cosa piú autoritaria che vi sia; è l'atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volontà all'altra parte per mezzo di fucili, baionette e cannoni, mezzi autoritari, se ce ne sono; e il partito vittorioso, se non vuole aver combattuto invano, deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi ispirano ai reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno, se non si fosse servita di questa autorità di popolo armato, in faccia ai borghesi? Non si può al contrario rimproverarle di non essersene servita abbastanza largamente?". Nella Critica al programma di Gotha (1875), Marx parla della "dittatura del proletariato" necessaria nella transizione alla società comunista e specifica che essa non sarà di breve durata.

Lenin.

In gioventù manifesta simpatia per la formazione terrorista Volontà del Popolo. La conversione al marxismo non dissolve il culto per la violenza rivoluzionaria che lo ha ispirato da giovane. Già in Da dove cominciare (1901) ricorda: "In linea di principio noi non abbiamo mai rinunciato e non possiamo rinunciare al terrorismo". Con Che fare? (1902) si pronuncia per la trasformazione del partito marxista russo in un partito di "rivoluzionari professionali" ideologicamente compatto, retto da una ferrea disciplina e pronto a guidare l'insurrezione armata. In Due tattiche della socialdemocrazia (1905) dichiara esplicitamente obiettivi e forme del terrore di massa: "regolare i conti con lo zarismo e l'aristocrazia alla plebea, sterminando implacabilmente i nemici della libertà". Convocato nel 1907 davanti al Consiglio del partito per l'asprezza delle critiche ai menscevichi, ammette di avere perseguito consapevolmente una tattica indirizzata a diffamare l'avversario politico e a creare odio nei suoi confronti: egli pensa che il rivoluzionario non debba essere trattenuto da alcuno scrupolo morale. Lezioni della Comune (1908): la rivoluzione proletaria della Comune è fallita per l'eccessiva generosità del proletariato; "avrebbe dovuto sterminare i suoi nemici", invece che "esercitare un'influenza morale su di loro". In Stato e rivoluzione (1917) sviluppa le idee di Marx ed Engels sulla Comune, insistendo sul fatto che la dittatura del proletariato è incompatibile col parlamentarismo e che il proletariato rivoluzionario deve "spezzare" la macchina dello stato borghese. In I bolscevichi conserveranno il potere? (1917): "La rivoluzione è la lotta di classe e la guerra civile più acuta, più selvaggia e più esasperata", richiede un "uso implacabilmente duro, rapido e deciso della violenza". L'anno dopo, già al potere, ne La dittatura del proletariato e il rinnegato Kautsky (1918) attacca duramente il leader socialista tedesco, che difende il metodo democratico e critica l'autoritarismo dei bolscevichi. Nel luglio 1918 attacca decisamente Zinovev che ha trattenuto i bolscevichi di Pietrogrado dallo scatenare il "terrore di massa": "Bisogna stimolare forme energiche e massicce del terrore contro i controrivoluzionari". Ma lo stesso Zinovev in una assemblea di partito a Pietrogrado il 17 settembre 1918: "Dobbiamo conquistare per noi novanta dei cento milioni di abitanti della Russia che vivono sotto i soviet. Al resto non abbiamo nulla da dire: devono essere sterminati". Il discorso viene accolto da scroscianti applausi. E' stato pubblicato recentemente un documento del 1918 nel quale Lenin scrive di suo pugno che le rivolte contadine "devono essere represse senza pietà". Ordina ai comunisti di un villaggio: "impiccate senza esitare, così la gente vedrà, almeno cento noti kulaki, ricchi, sanguisughe". Nel 1919: "Noi non riconosciamo né libertà né uguaglianza né democrazia del lavoro, se queste cose si oppongono agli interessi dell'emancipazione del lavoro dall'oppressione del capitale". Immemore del proclamato diritto dei popoli all'autodeterminazione, nell'estate del 1920, ordina ai comandanti dell'Armata rossa: "noi dobbiamo prima sovietizzare la Lituania e renderla dopo ai lituani". In L'estremismo, malattia infantile del comunismo (1920): "Bisogna affrontare tutti i sacrifici e - in caso di necessità - ricorrere a tutte le astuzie, a tutte le furberie, ai metodi illegali, alle reticenze, all'occultamento della verità, pur di introdursi nei sindacati, pur di rimanere in essi, pur di svolgervi a qualsiasi costo un lavoro comunista". Teorizza la "violenza sistematica contro la borghesia e i suoi complici", parla di "ripulire il suolo della Russia di qualsiasi insetto nocivo; delle pulci: i furfanti; delle cimici: i ricchi, etc.". Parla di "lotta finale", di "guerra implacabile", di "annientamento implacabile" e di "sterminio sanguinoso dei ricchi". Definisce i borghesi "parassiti" e "vampiri". Nel 1922, al momento di lanciare la prima grande offensiva contro la Chiesa ortodossa: "E' precisamente ora e solo ora, quando nelle regioni affamate la gente mangia carne umana, e centinaia se non migliaia di cadaveri riempiono le strade, che noi possiamo (e perciò dobbiamo) effettuare la confisca dei beni ecclesiastici con la più feroce e spietata energia, senza fermarci prima di avere schiacciato ogni resistenza"; "applicate ai preti la più estrema forma di punizione".
Angelica Balabanoff, dirigente dell'Internazionale comunista, ricorda il cinismo con cui Lenin consigliava di diffamare i riformisti e i comunisti non fedeli alla Russia bolscevica, per distruggerne la reputazione presso gli operai, o di corrompere con denaro gli avversari del comunismo. Nel 1924 lo scrittore socialista Maksim Gorkij ritrae il Lenin da lui incontrato come una persona per cui gli esseri umani non hanno "quasi alcun interesse" e la classe operaia è solo "materia prima" per l'azione politica. La sua doppiezza è sistematica e teorizzata. Nel 1905 è scettico sui soviet, in quanto organizzazioni non di partito; nel 1917 teorizza il potere assoluto dei soviet; dalla presa del potere in poi svuota i soviet di qualsiasi significato politico. Fino al 1905, da marxista ortodosso, sostiene che i contadini sono piccolo-borghesi e quindi nemici della lotta socialista proletaria; dopo il 1905 adotta, contro i menscevichi, l'idea che i contadini siano alleati della lotta socialista proletaria; tra il 1917 e l'inizio del 1918, per ingraziarsi i contadini, accetta la parola d'ordine della spartizione delle grandi proprietà, fino ad allora sostenuta dai socialisti rivoluzionari e rifiutata dai bolscevichi come reazionaria; nel 1918 la sconfessa a favore di una accelerata collettivizzazione delle terre. Sostiene il diritto di secessione delle nazionalità, ma sotto il vincolo della priorità degli interessi del proletariato. La libertà non ha per lui alcun interesse: si interessa agli esperimenti di Pavlov, ed esprime rammarico che il condizionamento non sia applicabile su scala di massa, rendendo inutile la polizia. Scrive a Stalin nel 1922 "noi purificheremo la Russia per molto tempo"; e, sempre nel 1922, a Kurskij, a proposito della sostituzione della Cheka con la Gpu e i metodi legali: "Il tribunale non deve eliminare il terrore; prometterlo significherebbe ingannare se stessi o ingannare gli altri; bisogna giustificarlo e legittimarlo sul piano dei principi, chiaramente, senza falsità e senza abbellimenti. La formulazione deve essere quanto più larga possibile, poiché soltanto la giustizia rivoluzionaria e la coscienza rivoluzionaria decideranno delle condizioni di applicazione più o meno lunga".

Trotskij.
Nel 1924 esplicita nel modo più chiaro il disprezzo per la verità che segna la mentalità dei bolscevichi: "Nessuno di noi desidera o può contestare la volontà del Partito. Chiaramente, il Partito ha sempre ragione. [...] Noi possiamo avere ragione solo con e attraverso il Partito, perché la storia non ha dato altro modo di avere ragione. [...] E se il Partito adotta una decisione che l'uno o l'altro di noi ritiene ingiusta, egli dirà: giusto o ingiusto, è il mio partito, e io sosterrò le conseguenze della decisione fino alla fine".


Appendice sul nichilismo russo.
Nei bolscevichi, e in Lenin soprattutto, le teorizzazioni marxiane del terrore vengono a rafforzare atteggiamenti politici che provengono anche da tradizioni autoctone, in particolare da quella tradizione nichilista, che si è intrecciata in profondità con la storia dell'anarchismo russo e del populismo. Sergei Nechaev (1847-1882) è il rappresentante più caratteristico di tale tradizione. Il suo Catechismo rivoluzionario, elaborato all'inizio degli anni '70 verosimilmente con la collaborazione di Bakunin, tratteggia con precisione la figura del rivoluzionario completamente dedito alla causa e indifferente a ogni considerazione morale e a ogni sentimento umano. Dice del rivoluzionario: "Non ha né interessi personali, né affari, né sentimenti, né inclinizioni, né proprietà, nemmeno un nome. In lui tutto è assorbito da un interesse esclusivo, un solo pensiero, una sola passione: la rivoluzione" (art.1). "Nel profondo del suo essere, non solo a parole, ma con i fatti, egli ha spezzato ogni legame con l'ordine civile e con mondo civilizzato, con le leggi, le convenienze, con la moralità e le convenzioni generalmente riconosciute in questo mondo. Egli ne è il nemico implacabile e, se continua a vivere in questo mondo, non è che per distruggerlo piú sicuramente" (art.2). "Egli disprezza l'opinione pubblica. Disprezza e odia la morale sociale attuale in tutti i suoi atti istintivi e in tutte le sue manifestazioni. Per lui morale è tutto ciò che favorisce il trionfo della rivoluzione, immorale e criminale tutto ciò che la impedisce" (art.4). "Nell'assolvimento di questo compito, avvicinandoci al popolo, noi dobbiamo, in primo luogo, allearci con gli elementi della vita popolare che non hanno mai cessato, dalla fondazione dello Stato moscovita, di protestare, non solo a parole ma con i fatti, contro tutto ciò che è direttamente o indirettamente legato allo Stato, contro la nobiltà, contro la burocrazia, contro i preti, contro il mondo commerciale e contro i piccoli trafficanti sfruttatori del popolo. Noi dobbiamo perciò unirci al mondo avventuroso dei briganti, i veri e gli unici rivoluzionari russi" (art.25). Il radicalismo visionario resta una caratteristica saliente del movimento rivoluzionario russo: Piëtr Tkatchev, intorno al 1870, propone di sterminare tutti i russi di più di 25 anni, considerati incapaci di realizzare l'idea rivoluzionaria (proposta che, peraltro, suscita l'indignazione di Bakunin).



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18 maggio 2006

I CRIMINI DEL COMUNISMO: LA CAMBOGIA DEI KHMER ROSSI

LA CAMBOGIA DEI KHMER ROSSI

I Khmer rossi.
I loro capi, a cominciare da Pol Pot, sono marxisti molto influenzati da Mao, hanno studiato in Francia e hanno militato nel Pcf. Il nome ufficiale dell'organizzazione è Fronte unito dell'Angkar: un partito-esercito di 120 mila miliziani, perlopiù giovanissimi, reclutati anche dai dodici anni, che combatte contro gli americani impegnati nella guerra d'Indocina e contro il regime, da essi protetto, di Lon Nol. L'organizzazione è circondata dal mistero: solo nel settembre 1977 Pol Pot annuncia ufficialmente che l'Angkar è in realtà il Partito Comunista della Cambogia. A differenza dei capi degli altri partiti comunisti, Pol Pot non ha né biografia ufficiale né immagini diffuse a scopo di propaganda né una pubblicazione ufficiale delle opere. Nella propaganda di partito, non si fa riferimento ai classici del marxismo-leninismo o a Mao Zedong. Si fa invece appello alla volontà rivoluzionaria della nazione khmer e si afferma che la nazione khmer sarà capace di diventare l'avanguardia del comunismo mondiale. Il partito si circonda di un'aura paternalistica: in pubblico ci si riferisce ai membri dell'Angkar chiamandoli "padri e madri".

Pol Pot al potere.
Massacri vengono compiuti dai Khmer rossi anche prima della conquista di Phnom Penh: nel 1974, presa Udong, antica capitale, i Khmer rossi uccidono 10 mila dei suoi abitanti. Dopo il 1973, quando gli americani decidono di ritirarsi dall'Indocina, si raffreddano i rapporti con i comunisti vietnamiti e comincia la persecuzione dei loro simpatizzanti cambogiani. Nell'aprile 1975 i Khmer rossi concludono la loro lotta per il potere in Cambogia ed entrano nella capitale Phnom Penh. Li guida un inusitato programma di rinnovamento radicale della nazione. Convinti che la metropoli rappresenti di per sé un focolaio di corruzione, in 24 ore evacuano completamente i 2-3 mil. di abitanti di Phnom Penh, costringendoli ad abbandonare quasi tutti i loro beni. Sopprimono anche le altre città, evacuandole e deportandone la popolazione nelle campagne nel giro di una settimana (alcune centinaia di migliaia di abitanti). Viene stabilito un rigido regime di apartheid tra la popolazione già sotto il controllo khmer ("vecchio popolo", o "'70") e i deportati dalle città, bisognosi di una più radicale rieducazione ("nuovo popolo", o "'75"): proibito parlarsi (in teoria), stabilire rapporti sociali, sposarsi. Negli ultimi mesi dell'anno gli ex-cittadini vengono nuovamente deportati verso il nord-ovest del paese. Si introduce il lavoro obbligatorio. La moneta viene abolita, rimpiazzata da un sistema di distribuzione gestito dallo stato. Si decide lo sterminio di tutti coloro che possano rappresentare il passato: monaci buddisti, missionari, funzionari del precedente regime, borghesi, coloro che si sottraggono al lavoro obbligatorio (colpevoli di "sottrarre manodopera all'Angkar", anche se invalidi o malati di mente), intellettuali (per essere uccisi basta possedere un libro, portare gli occhiali, sapere qualche parola di una lingua straniera: sarà uccisa almeno la metà dei laureati del paese e comunque il 40% degli abitanti di Phnom Penh). Si decide lo sterminio delle popolazioni dell'est, sospette di simpatie per il Vietnam. Nell'intento di cancellare ogni traccia del passato, vengono distrutti tutti i documenti di identità (ma questo paradossalmente consente di sopravvivere a molti funzionari del precedente regime). Aboliti i tribunali, non vengono sostituiti con alcun apparato di giustizia. Non c'è una polizia: la repressione è gestita senza processi dai miliziani khmer. I bambini vengono sistematicamente utilizzati come spie. Le esecuzioni avvengono fuori dai villaggi, più spesso a bastonate o per soffocamento che attraverso armi da fuoco; nel caso di personaggi esemplari, attraverso crudeli torture. I cadaveri sono raccolti in migliaia di fosse comuni, o, più frequentemente, usati per concimare le risaie. Si proibisce la vita familiare: si separano i congiunti; si puniscono le madri che dedicano attenzioni maggiori ai propri bambini; si sostituisce l'inumazione alla cremazione, che per i cambogiani è segno di cura e rispetto per i defunti; si impedisce l'assistenza personale ai familiari malati. Viene introdotto l'obbligo di prendere i pasti in mense collettive. Si riforma coattivamente il costume: obbligatoria l'uniforme (nera, maniche lunghe, abbottonata fino al collo), proibite le manifestazioni d'affetto, le espressioni di dolore, le liti. Non c'è scuola: solo qualche corso di lettura e di canti rivoluzionari. I canti rivoluzionari sono anche la sola forma d'arte consentita. Si decide la cancellazione culturale delle minoranze: l'unica lingua ammessa è il cambogiano. Viene perseguitata la minoranza musulmana Cham: sono distrutte le moschee, è proibita la preghiera, viene imposta l'abiura, spesso obbligando a scegliere tra la morte e la consumazione di carne di maiale. Ma la resistenza dei Cham dura per anni e nel 1978 il governo decide il loro sterminio: ne morrà almeno il 50%. Il lavoro obbligatorio dura almeno 11 ore al giorno, viene interrotto solo un giorno ogni dieci, dedicato all'educazione politica. Nessuno (tantomeno gli ingegneri presenti tra i cittadini deportati) osa criticare l'imperizia con la quale sono realizzate le opere di irrigazione volute dal governo e dirette dai miliziani khmer. Già nel 1976 è la catastrofe economica: la superficie coltivata è solo il 50% di quella del 1975. Nel 1977 vengono arrestati e uccisi anche i familiari dei funzionari sterminati nel 1975. I massacri si susseguono fino al 1979, quando l'esercito vietnamita occupa la Cambogia e pone fine al regime khmer.

Il bilancio.
L'ex-presidente Lon Nol calcola in 2 mil. 500 mila le vittime dei Khmer rossi. Le autorità vietnamite di occupazione in 3 mil. 100 mila. Ma anche i Khmer rossi testimoniano indirettamente l'entità dei massacri da loro compiuti: in un opuscolo ufficiale del 1987, il dirigente khmer Khieu Samphan cerca di spiegare il vistoso crollo della popolazione, attribuendo agli occupanti vietnamiti l'uccisione di un milione e mezzo di cambogiani. Gli studi recenti di Sliwinski calcolano i morti in poco più di 2 mil., il 26% della popolazione: il 34% degli uomini, il 18% delle donne (segno che la maggior parte dei decessi è dovuto ad assassinio).

 
                                      


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18 maggio 2006

I CRIMINI DEL COMUNISMO: LA CINA DI MAO

LA CINA DI MAO

I soviet della cina del sud.
Nato dalla scelta di Mosca di radicare il movimento comunista internazionale nelle lotte anticoloniali dei paesi arretrati, oltre che in quelle proletarie del mondo industrializzato, il Pc cinese negli anni '20 si allea con i nazionalisti del Guomindang e trova le prime basi nelle città costiere della Cina. Nel 1927, tuttavia, il Pcc ritiene di maturi i tempi per strappare il potere al proprio alleato e organizza l'insurrezione armata a Canton e a Shanghai. Ma il tentativo fallisce e il Pcc deve subire la dura reazione del Capo del Guomindang, Chiang Kai-shek, che fa fucilare a migliaia i militanti comunisti. Sconfitto nelle città, il Pcc è costretto a riorganizzarsi nelle campagne e trova le proprie nuove basi nei villaggi della Cina del sud. Fornisce la giustificazione di tale scelta il giovane Mao Zedong nel Rapporto sul movimento contadino dello Hunan (1927): il movimento comunista cinese deve radicarsi tra i contadini e avere il suo nerbo nell'"esercito popolare di liberazione" che conduce la lotta contro il Guomindang. La prima esperienza politica orientata in tal senso è quella guidata da Peng Pai nel 1928 in alcuni villaggi del Guangdong: i quadri del Pcc sobillano i contadini poveri a espropriare i ricchi possessori delle terre; l'esercito comunista stesso (e non un'apposita polizia politica come in Urss) si incarica della punizione esemplare del nemico di classe; i proprietari non sono eliminati in segreto, ma, coinvolgendo la popolazione dei villaggi, a conclusione di processi pubblici nei quali i contadini sono istigati a denunciare, giudicare e mettere a morte i loro nemici; la punizione del nemico di classe, conformemente del resto a una tradizione di crudeltà tutta cinese, comporta abitualmente il supplizio pubblico, la tortura, nonché, spesso, il cannibalismo di vendetta. In quattro mesi, dai villaggi del Guoandong fuggono 50 mila persone. L'esperienza viene ripetuta ed estesa nei "soviet" guidati da Mao sui monti tra lo Hunan e lo Jiangxi (1927-31): secondo Domenach, solo il terrore, al di fuori dei combattimenti, fa 186 mila vittime. Oltre i proprietari torturati e giustiziati, vi sono molte migliaia di vittime della purga condotta da Mao contro i quadri meno allineati del partito e dell'esercito, che comporta anch'essa episodi di indicibile crudeltà nei confronti degli epurati e dei loro familiari. Nel 1931 in Hunan e Jiangxi si arriva alla Proclamazione della Repubblica cinese dei soviet, il cui Consiglio dei commissari del popolo è presieduto da Mao. Ma, nello stesso anno, criticato per i suoi metodi terroristici, Mao perde la direzione del partito. Inoltre, attaccati dai nazionalisti del Guomindang, i comunisti devono abbandonare le loro basi e attraverso una "lunga marcia" di ben 10 mila km si spostano nel nord, fino alla regione dello Shengxi, dove nel 1936 occupano la capitale Yanan. Da Yanan il Pcc, sospese le ostilità col Guomindang, conduce la resistenza contro i giapponesi, che hanno invaso la Cina nel 1937.

Il comunismo di Yanan.
A Yanan, Mao, che ha recuperato il potere, stabilisce il nucleo di quella che un decennio più tardi sarà la Repubblica popolare cinese e delinea le strutture del suo comunismo basato sull'alleanza tra i contadini e l'esercito. L'espropriazione degli agricoltori ricchi assicura un indubbio sostegno da parte dei contadini poveri. Ma la pressione fiscale sul mondo contadino è comunque terribile: nel 1941 viene prelevato il 35% del raccolto, 4 volte più che nelle zone controllate dal Guomindang. Mao non disprezza inoltre il traffico di oppio, che assicura al Pcc fino al 1945 tra il 26 e il 40% delle entrate. Il potere è totalitario e traduce in forme cinesi i metodi staliniani. Nella campagna di "rettifica" del 1942-43 contro gli intellettuali comunisti dissidenti, che è affidata a Kang Sheng, un comunista cinese preparato dall'Nkvd, si mette a punto il metodo delle sessioni di lotta: l'inquisito è esposto pubblicamente alle accuse di una popolazione istigata dai quadri del partito e costretto all'"autocritica". La vittima più illustre è Wang Shiwei, un intellettuale che ha difeso la libertà di critica contro Mao. Sono molte le esecuzioni e impressionante è la catena dei suicidi.

La fondazione della Repubblica popolare.
Sconfitto il Giappone, il Pcc riprende la lotta contro il Guomindang, e, forte dell'appoggio dei contadini, riesce nel 1949 battere definitivamente Chiang Kai-shek e a proclamare la Repubblica popolare cinese. Tra il 1946 e il 1952 la riforma agraria, sperimentata prima nel sud e poi a Yanan, coinvolge tutto il paese. Nelle grandi "riunioni di amarezza" i proprietari e i contadini ricchi vengono accusati e umiliati dalla massa dei contadini, coordinata dai quadri comunisti, condannati a morte e pubblicamente giustiziati. Mao dichiara nel 1950: "Dobbiamo uccidere tutti quegli elementi reazionari che meritano di essere uccisi". Il mondo contadino si lega con un patto di sangue al partito. Tra il 1956 e il 1957 l'agricoltura viene poi collettivizzata, ma l'impresa, a differenza di quanto era avvenuto nell'Urss, non aliena al partito i contadini: viene attuata sulla base del villaggio e lascia ancora al contadino la possibilità di abbandonare la cooperativa. Complessivamente le lotte agrarie portano comunque nei campi di concentramento più dell'1% degli abitanti delle campagne.
Tra il 1949 e il 1957, intanto, il Pcc rafforza il proprio controllo sulle città, attraverso una serie di purghe urbane che emarginano o eliminano, uno dopo l'altro, i diversi nemici di classe. Nel 1949-52 una prima "campagna contro la criminalità" porta all'eliminazione fisica di 2 mil. di "banditi" e alla deportazione di altrettanti residenti nelle città (secondo dati del Pcc). Nelle città viene generalizzato il sistema del controllo reciproco (baojia), inizialmente introdotto dal Guomindang: si formano i comitati di strada e di quartiere, responsabili del controllo sui cittadini; sono imposti il certificato di residenza urbana e la registrazione delle visite di estranei. Le vie delle città cominciano a essere costellate di cassette per le denunce anonime. I comitati urbani sono inoltre incaricati di disciplinare l'intervento della popolazione nei grandi processi pubblici, che, nelle città come già nelle campagne, vengono intentati ai "controrivoluzionari". Nel 1950 viene scatenata la "campagna contro i controrivoluzionari": si legalizza la retroattività della pena e con ciò si rendono punibili anche i "controrivoluzionari storici". Mao teorizza esplicitamente la persecuzione della dissidenza: "Dopo aver annientato i nemici armati, resteranno ancora i nemici non armati; è inevitabile che combattano disperatamente contro di noi e noi non dobbiamo mai prenderli alla leggera". Nel 1951 vi sono le campagne dei "tre contro" e dei "cinque contro", dirette a sgominare la borghesia cittadina, e la "campagna di riforma del pensiero" contro gli intellettuali occidentalizzati: vengono istituti i "collettivi di lavoro", cui debbono affiliarsi gli intellettuali per potere svolgere un'attività culturale e davanti ai quali devono periodicamente presentarsi per dare conto dei propri "progressi". I missionari vengono sistematicamente colpiti con l'accusa di spionaggio, e, tra il 1950 e il 1955, sono cancellati dalla Cina. Così, senza scomodi testimoni, dopo il 1955, il governo può internare nei campi di concentramento centinaia di migliaia di cristiani di tutte le confessioni. Gli operai sono sollecitati a ispezionare i libri contabili delle imprese e a condurre le "tigri capitaliste" alle riunioni di lotta nelle quali vengono accusate e giudicate pubblicamente. Schiacciati dalle tasse, obbligati a mettere i capitali a disposizione dello stato dal 1953, obbligati ad affiliarsi a società pubbliche di approvvigionamento dal 1954, nel gennaio 1956 gli imprenditori accettano in massa la "proposta" della collettivizzazione delle imprese. Nel 1955 è la volta della "campagna per l'eliminazione dei controrivoluzionari nascosti", diretta contro gli intellettuali che cercano di mostrare una qualsiasi forma di indipendenza: vittima illustre lo scrittore marxista Hu Feng. Finisce sotto accusa il 10% dei quadri del partito. Mao nel 1957 valuta in 800 mila le persone eliminate dalle purghe urbane (su 2-3 mil. del complesso delle vittime dalla fine della guerra), ma è probabile che esse siano più di un milione. Gli internati nei campi di concentramento sono il 4% degli abitanti delle città. Si valuta che durante questi anni nelle città vi siano 700 mila suicidi. Nel maggio 1957 Mao vara infine una liberalizzazione intellettuale ("Cento fiori") che lascia venire allo scoperto le critiche dei "compagni di strada". Ma essa viene cancellata nel giugno da una nuova "campagna contro gli elementi di destra", la quale consente di colpire appunto le persone che si sono esposte con le critiche sollecitate appena il mese precedente: Mao stabilisce che la nuova campagna debba epurare il 5% di ogni unità di lavoro e di fatto essa porta nei campi 400-700 mila quadri. Dopo le ondate di repressione del 1949-57 e in omaggio al principio maoista "Non dimenticate la lotta di classe", tutti i cinesi si trovano ufficialmente classificati in una "categoria rossa" (operai, contadini poveri, quadri del partito, soldati dell'esercito popolare, "martiri rivoluzionari") o in una "categoria nera" (proprietari, contadini ricchi, controrivoluzionari, "cattivi elementi", "elementi di destra"): l'appartenenza viene trasmessa ai discendenti ed è decisiva per l'assegnazione dei benefici statali e per le assunzioni. Basandosi sull'insieme delle ricerche recenti, Margolin valuta in 6-10 mil. le vittime del terrore comunista tra il 1949 e il 1957.

Il sistema concentrazionario. Viene organizzato completamente solo dopo le campagne degli anni '50. Si arriva al campo di concentramento dopo essere passati per i "centri di detenzione" nelle città, dove si svolge l'istruttoria (a volte anche per dieci anni e con 3 mila ore di interrogatori) e dove alla sera i reclusi sono tenuti allo studio obbligatorio del marxismo-leninismo e del pensiero di Mao: gli inquisiti hanno l'obbligo di passare per la meditazione, la confessione e il pentimento. Struttura principale del sistema concentrazionario è il laogai (abbreviazione di laodong gaizao, "riforma attraverso il lavoro"), campo di concentramento e di lavoro, strumento principale della repressione, che è spesso occultato dietro l'insegna di imprese industriali o agricole. I reclusi vi sono organizzati militarmente e sono privi di diritti civili. La sottoalimentazione è deliberata (12-15 kg di riso al mese, ma il lavativo può vederla scendere fino a 9 kg) e mira a spezzare la volontà dell'internato. Il lavoro dura almeno 12 ore al giorno, ma si incoraggia la competizione tra i reclusi affinché prolunghino il lavoro fino a 16 o 18 ore. Non c'è giorno di riposo, se non nelle feste nazionali, quando si è tenuti a subire interminabili prediche ideologiche. Il lavoro è affiancato dall'indottrinamento e gli internati esercitano reciprocamente e periodicamente un controllo di ortodossia ideologica. L'aggravio delle pene è frequente per ogni tipo di mancanza. La violenza da parte delle guardie è rara, ma frequente quella demandata agli altri detenuti. Vi passano decine di milioni di cinesi: in media vi sono recluse 10 mil. di persone. La mortalità media è del 5% annuo: in tutto è probabile che nei laogai siano morte 20 mil. di persone. L'esercito massacra i detenuti implicati nelle rivolte, che, soprattutto all'inizio, sono numerose. Dopo l'eventuale rilascio, gli internati nel laogai (al 95%) passano nel jiuye, campo di sorveglianza, dove possono avere con sé le famiglie e cambiare eventualmente attività. Nel laojiao ("rieducazione attraverso il lavoro") avviene invece la detenzione amministrativa (decisa dalle autorità di governo senza necessità di un formale processo), che è più leggera, più breve (qualche anno), e accompagnata da un piccolo salario (peraltro quasi del tutto trattenuto per il vitto e l'alloggio). Vi sono poi un migliaio di prigioni, che hanno la funzione delle nostre carceri di massima sicurezza e nelle quali è concentrato solo il 13% dei reclusi. Sotto Mao, di fatto, il più delle volte la condanna è una condanna a vita. Da tenere presente inoltre la larga discrezionalità della quale godono le corti nel decidere la pena: Mao non vuole che il diritto penale sia formalizzato in un codice (il primo codice penale sarà emanato solo nel 1979, tre anni dopo la sua morte) e affida lo svolgimento dei processi alla indefinita "coscienza rivoluzionaria" dei giudici.

La conquista del Tibet.
Nel 1949 l'esercito cinese occupa il Tibet, retto dai monaci buddisti, lo smembra da un punto di vista amministrativo e lo sottrae all'autorità del Dalai Lama. Gli anni peggiori culminano nel 1959 con la collettivizzazione forzata, l'insurrezione che la segue (a partire dalla regione orientale del Kham fino alla capitale Lhasa), la brutale repressione di questa, e la fuga in India del Dalai Lama, accompagnato da 100 mila seguaci. Ma la guerriglia khampa dura fino al 1972 e Lhasa vede una nuova insurrezione anticinese nel 1969. Nel 1984 il governo tibetano in esilio accusa i cinesi di avere sterminato 1 mil. 200 mila tibetani (uno su quattro). Altri studi limitano i morti a 800 mila. Solo in minima parte i luoghi di culto sono lasciati aperti.

Il Grande Balzo in Avanti (1958).
Confortato dai buoni raccolti del 1957, nel maggio 1958 Mao propone nuovi ambiziosissimi traguardi quantitativi per l'agricoltura cinese e sollecita la creazione di nuove infrastrutture industriali e imponenti lavori di irrigazione. Fa appello alla volontà rivoluzionaria del partito: "tre anni di sforzi e mille anni di felicità". Ma, frattanto, viene internato nei campi di concentramento il personale dell'Ufficio centrale di statistica, che ha espresso dubbi sulla realizzabilità dei progetti di Mao. In agosto annuncia la formazione delle "comuni popolari": gigantesche unità produttive e sociali, destinate a raggruppare ciascuna migliaia o decine di migliaia di famiglie contadine, dove tutto diviene comune (pasti in comune, riposo in grandi camerate collettive, collettivizzazione anche degli oggetti di uso personale) e non c'è vita privata familiare. Mao pensa che esse si dovranno rendere autosufficienti attraverso lo sviluppo di attività industriali interne. Abolisce il diritto di tenere piccoli orti privati e di abbandonare le cooperative di appartenenza.
In breve gli effetti si rivelano disastrosi. Una serie di fattori aggiuntivi aggravano la catastrofe agricola: l'applicazione dei metodi del biologo sovietico Lysenko (che, sulla base dell'idea della solidarietà della specie, ha teorizzato la coltura ultraintensiva); la decisione centrale di sostituire in modo generalizzato le colture industriali e quelle dei cereali minori con la coltivazione di cereali più nutrienti, ma anche più delicati, come riso e grano (anche in Tibet, dove il grano viene tutto perduto); la fretta e la scarsa competenza con cui vengono intraprese le opere di irrigazione (che spesso sono poi abbandonate o si rivelano pericolose); l'imprevidenza con cui si avviano ovunque le improvvisate industrie volute da Mao (tragico esempio gli altiforni artigianali realizzati nelle comuni, che, oltre tutto in maniera completamente antieconomica, riescono a produrre solo acciaio di pessima qualità); alcune scelte dettate unicamente da un pregiudizio ideologico che sconfina nella follia (lo sterminio dei passeri - accusati di sfruttamento perché sottraggono i chicchi della semina - che determina la proliferazione dei parassiti e la perdita di interi raccolti). Sordo alle critiche del ministro della guerra Peng Dehuai, subito rimosso ed emarginato, nell'agosto 1959 Mao impone un'accelerazione degli sforzi e annuncia l'estensione delle comuni popolari alle città (che però non verrà mai attuata). Ai primi segni della tragedia Mao reagisce lanciando una vera offensiva militare contro le comuni dove i segni di fallimento sono più evidenti: internamenti di massa, uso sistematico della tortura, requisizione degli utensili da cucina individuali, proibizione di accendere fuochi.
I raccolti tra il 1959 e il 1961 sono in larga parte perduti, il bestiame si dimezza, la superficie coltivata diminuisce di un terzo, la mortalità si impenna e crolla la natalità: indipendentemente dalle mancate nascite, le stime delle morti attribuibili alla carestia oscillano tra i 20 mil. (cifra riconosciuta dalle autorità cinesi nel 1988) e i 43 mil. (studi occidentali; ma accettata anche dal segretario postmaoista del Pcc Zhao Ziyang). E' la più grande carestia dell'intera storia umana. Nel 1961, senza perdere nominalmente il suo ruolo di presidente del Pcc, Mao viene sostituito nel governo da un direttorio formato dal presidente della repubblica Liu Shoaqi (il quale ammette che la carestia è frutto di errori umani almeno per il 70%) e da comunisti a lui fidati, come il segretario generale del Pcc Deng Xiaoping. Si torna lentamente ai metodi del 1957: cooperative di villaggio, diritto di tenere orti privati a scopo di autoalimentazione, imprese artigianali libere. L'agricoltura cinese sarà nuovamente ai livelli del 1952 solo nel 1983.

La Rivoluzione Culturale.
Con l'intento di recuperare il controllo sul partito, nella primavera 1966 Mao lancia ai giovani l'appello a una "grande rivoluzione culturale proletaria" contro il burocratismo dei quadri dirigenti e il "revisionismo": "il mondo vi appartiene"; "è sulla pagina bianca che si scrive la poesia più bella"; "ribellarsi è giusto"; "non vogliamo la gentilezza, vogliamo la guerra"; "fate fuoco sul quartier generale". Rispondono a milioni soprattutto gli studenti, che, spesso non iscritti al Pcc, ma fanaticamente devoti a Mao e impugnando il "libro rosso" delle sue citazioni, formano i nuclei delle "guardie rosse". Si impadroniscono delle università, convinti, secondo il principio maoista, che esse debbano formare non "esperti", bensì "rossi". Li appoggiano, inizialmente, il ministro della guerra Lin Biao e l'esercito. In sostegno al movimento si decide in estate la chiusura (che si protrarrà per un anno) di scuole e università. Molte iniziative sono spontanee, ma, dal centro, attraverso il ministro della sicurezza Kang Sheng, Mao influenza le campagne di lotta, facendo pervenire alle guardie rosse liste di persone da colpire. In ottobre il movimento delle guardie rosse viene aperto ai "mal nati" "neri", che ne approfittano per reinserirsi nella vita sociale e spesso esibiscono un fanatismo ancora maggiore dei nati entro le "categorie rosse". In novembre il movimento viene aperto agli operai con la decisione di formare gruppi di guardie rosse dentro le fabbriche: aderiscono soprattutto gli operai giovani e precari. Dal dicembre si tenta di estenderlo alle campagne, attraverso la decisione di formare gruppi nei villaggi, ma le campagne resteranno sempre piuttosto sorde all'apppello. Sotto la direzione delle guardie rosse, i laogai inaspriscono il trattamento dei prigionieri.
Le guardie rosse catturano quadri e intellettuali (classificati come "nona categoria fetida" dei "neri", in omaggio al principio maoista: "la classe capitalista è la pelle, gli intellettuali sono i capelli che spuntano sulla pelle"), li umiliano pubblicamente, e, in "riunioni di lotta" in cui le vessazioni degenerano spesso in spettacoli pubblici di tortura, li costringono all'"autocritica". Tra le vittime eccellenti vi sono Liu Shaoqui, costretto all'autocritica, imprigionato, torturato fino a portarlo alla pazzia, colpito da una polmonite che i medici non vogliono curare e che ne causerà la morte nel 1969; Peng Dehuai, già emarginato nel 1959, che è ora costretto all'autocritica, viene bastonato fino ad avere spezzata la colonna vertebrale, subisce 130 sessioni di interrogatorio e muore di cancro nel 1974; il figlio di Deng Xiaoping, torturato fino ad essere reso paraplegico; l'ex-ministro della sicurezza Luo Ruiqing, fedele di Deng Xiaoping, lasciato per tre anni con un piede rotto dopo le violenze subite e trascinato di villaggio in villaggio a scopo dimostrativo; molti grandi scrittori; almeno un decimo degli insegnanti. Si suicidano o vengono uccisi almeno 142 mila insegnanti, 53 mila tecnici e scienziati, 500 professori di medicina, 2600 tra scrittori e artisti. Il 60% dei membri del Comitato Centrale del Pcc, tre quarti dei segretari provinciali e 3-4 mil. di quadri (su 18) vengono espulsi. Il movimento colpisce anche i simboli della presenza straniera: i palazzi e anche i cimiteri "imperialisti" vengono saccheggiati e distrutti; il vestiario di tipo occidentale viene proibito. Nell'ansia di liberare la Cina dalle sue tradizioni millenarie, e soprattutto dal conservatorismo "confuciano", si distruggono opere d'arte, libri, manoscritti, gran parte degli arredi dei templi.
A partire da Shanghai, nel gennaio 1967, le amministrazioni locali vengono rovesciate dalle guardie rosse, che si impadroniscono del potere a livello locale. Preoccupati, Mao e l'esercito adesso oscillano più volte tra il sostegno alla ribellione e il tentativo di riprendere il controllo. Il 1967 e buona parte del 1968 vedono il movimento degenerare in scontri tra fazioni diverse delle guardie rosse, "ribelli" e "conservatori": talvolta le battaglie sono condotte anche con l'impiego dell'artiglieria pesante, dei carri armati e dei caccia. Nel 1968 l'esercito riprende il controllo, reprime il movimento rivoluzionario attraverso feroci massacri, scioglie le guardie rosse, e, infine, invia 5 mil. e mezzo di giovani (ma prima del 1976 saranno già 15-20 mil.) a "rieducarsi" nelle campagne. Due mil. di nuovi prigionieri riempiono i laogai. L'ondata di terrore dall'alto si attenua solo nel 1971 dopo la misteriosa morte di Lin Biao, erede designato di Mao.
Le fonti cinesi ufficiali valutano in 725 mila il numero delle vittime della Rivoluzione Culturale (e della seguente repressione), ma gli studiosi occidentali le stimano più frequentemente tra i 2 e i 4 mil. Uno studio americano recente arriva a congetturare tra i 15 e i 20 mil. di morti.

              

 


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18 maggio 2006

I CRIMINI DEL COMUNISMO: L'URSS DI LENIN E STALIN 1a Parte

IL PARADIGMA DEL TERRORE DI MASSA: L'URSS DI LENIN E STALIN
Prima parte

L'Ottobre.
Nella città di Pietrogrado, un movimento genuinamente popolare, indipendente dagli stessi partiti di opposizione, porta alla fine dello zarismo nel marzo 1917. Ma la classe dirigente liberale e socialista che gestisce la fase di transizione in attesa della convocazione di un'assemblea costituente è debole e divisa. Al fronte la disciplina crolla e le truppe smobilitano spontaneamente. I contadini iniziano in modo autonomo la spartizione delle grandi proprietà fondiarie. Le minoranze nazionali si scuotono di dosso il giogo russo: nel 1918 si contano negli ex territori zaristi 33 governi autoproclamati. A Pietrogrado, in novembre (ottobre, secondo il vecchio calendario russo) il piccolo partito bolscevico, capeggiato da Vladimir Lenin, approfitta della situazione caotica per impadronirsi del potere, senza alcun concorso di massa, con un colpo di mano militare diretto essenzialmente a spodestare le altre fazioni socialiste.
I bolscevichi proclamano la volontà di creare uno stato nuovo, espressione del proletariato e capace di realizzare una democrazia non più solo formale, basata su consigli popolari (soviet) nei quali la cittadinanza stessa, ai diversi livelli della società (fabbrica, villaggio, città, provincia, etc.), si autogoverni attraverso funzionari puramente esecutivi e revocabili. Nella realtà essi creano sì rapidamente un nuovo modello di stato (destinato poi ad essere imitato da vari altri regimi anche di diversa ideologia), ma questo non è la democrazia dei soviet, bensì lo stato totalitario monopartitico, un modello di stato in cui tutto il potere politico, insieme alla regolamentazione di tutte le associazioni civili, della famiglia, delle istituzioni religiose, dell'intera vita economica, viene gestito con mezzi coercitivi da un partito unico (il bolscevico, poi comunista), basato su un'ideologia accreditata del monopolio della verità (il marxismo) e retto al suo interno da una disciplina di tipo militare. I soviet sopravviveranno solo come facciata del potere reale: funzioneranno solo come centri di trasmissione di decisioni prese, senza alcun controllo democratico, dai dirigenti del partito unico.

I primi passi dello stato totalitario.
All'indomani della presa del potere, il decreto del 27 ottobre 1917 (secondo il vecchio calendario) stabilisce la lotta alla stampa controrivoluzionaria: tramite esso, entro l'agosto 1918, viene eliminata tutta la stampa sgradita ai comunisti. Qualche giorno dopo, un decreto costituzionale attribuisce il potere legislativo al governo stesso, lasciando solo un formale potere di veto al Congresso dei soviet (da cui, tra giugno e luglio 1918, verranno esclusi tutti i non comunisti, e che si riunisce peraltro sempre meno frequentemente). Il governo legifera per decreti, alcuni dei quali, anche molto importanti (come l'istituzione della Cheka) non saranno resi pubblici. Già nel novembre 1917 vengono messi fuori legge i liberali.
Sia pure con una campagna elettorale limitata alle sole forze di sinistra, a novembre e dicembre si vota per l'Assemblea costituente. Quando questa si riunisce, il 18 gennaio 1918, tuttavia, i comunisti risultano avere solo un quarto dei seggi, mentre il Partito socialista rivoluzionario ne controlla il 60%. Il governo comunista allora scioglie d'autorità l'Assemblea costituente (19 gennaio 1918).
Nella primavera, uno dopo l'altro, vengono messi fuorilegge tutti gli altri partiti della sinistra. Il 10 luglio 1918 viene varata la prima costituzione sovietica, che riconosce formalmente ogni potere politico ai soviet, abolendo peraltro il voto segreto e privando dei diritti la nobiltà, la borghesia e il clero. Il controllo della stampa è ferreo: la costituzione proibisce l'apologia del capitalismo; il 26 novembre 1918 le opere intellettuali sono dichiarate proprietà dello stato; il 27 maggio 1919 viene introdotto il monopolio statale della carta; nel 1921 lo stato monopolizza la vendita degli stampati. In accordo con l'ideologia marxista, i comunisti si impegnano anche nel tentativo di sradicare la religione. Il decreto del 2 febbraio 1918 stabilisce che i cittadini sono liberi di professare qualsiasi o nessuna religione, ma anche che la Chiesa non può avere proprietà e non può ricevere donazioni. La costituzione del 1918 toglie poi al clero il diritto di voto, mentre decreti supplementari puniscono con i lavori forzati l'insegnamento religioso ai minori. Secondo dati del governo, 687 persone muoiono difendendo le proprietà della Chiesa o in processioni religiose nel febbraio-marzo 1918. Il 1 marzo 1919 il governo comunista lancia una campagna antireligiosa: a scopo pedagogico, vengono sistematicamente profanate le reliquie dei santi, da sempre centro della devozione popolare. Parallelamente, sotto la direzione di Josef Stalin e del suo collaboratore ebreo Samuel Agurskij, tra il dicembre 1918 e l'agosto 1919, il Commissariato centrale per gli affari nazionali ebraici liquida le istituzioni religiose, culturali ed educative ebraiche.

La resistenza al potere bolscevico.
Dal giorno della presa del potere, e fino allo scioglimento dell'Assemblea costituente, per protesta contro il regime illegalmente instauratosi, entrano in sciopero gli impiegati pubblici, bloccando l'intera amministrazione. Quasi tutta l'intellighenzia è ostile al regime. Anche il controllo operaio sulle fabbriche, annunciato da Lenin alla presa del potere, si risolve in un fallimento: gran parte dei macchinari viene venduta; metà degli operai abbandona Pietrogrado nei primi mesi 1918. E, di fronte al travolgente fenomeno dell'indipendentismo, il nuovo governo controlla quasi solo Pietrogrado, Mosca e le regioni della Russia centrale. Ma la resistenza più forte viene dai partiti, che protestano duramente per lo scioglimento dell'Assemblea costituente. Nella primavera 1918, le elezioni dei soviet locali sono vinte quasi ovunque da menscevichi e socialisti rivoluzionari. In molte parti del paese questi partiti danno vita a una resistenza armata ai comunisti. Ad essi si aggiungono anche formazioni organizzate dagli ufficiali del vecchio esercito, disposte a collaborare con la sinistra su un programma di ripresa della guerra contro la Germania e di restaurazione della democrazia (pochissimi sognano il ritorno allo zarismo). Inoltre, dopo la pace separata con la Germania siglata nel marzo 1918, anche il Partito socialista rivoluzionario di sinistra, ultimo alleato dei comunisti, passa all'opposizione, giungendo anche a praticare il terrorismo contro il nuovo governo. L'Armata rossa (creata dai comunisti, e in particolare da Trotskij) combatterà per due anni contro tutti questi gruppi (detti bianchi), nonchè contro una molteplicità di altre forze armate create dagli indipendentisti, dai contadini ribelli e dagli anarchici, e, per alcuni mesi, contro le limitate forze dei paesi occidentali, intervenute, sia pure in modo assai riluttante, per riattivare il fronte orientale.

La fuga in avanti comunista.
E' in questo drammatico contesto che Lenin decide non di rettificare la precedente politica, bensì di accelerare la costruzione della società comunista. Il governo ha fino dai primi giorni deciso la requisizione delle grandi abitazioni (6 dicembre 1917), la nazionalizzazione di circa 500 grandi imprese (15 dicembre) e di tutte le banche (27 dicembre). Ha anche già iniziato una campagna di violenze di massa contro i borghesi. Nel giugno 1918 decide la nazionalizzazione di tutta l'industria, il razionamento delle derrate alimentari, la requisizione delle eccedenze cerealicole dei contadini. Il paese dovrà passare alla gestione di tutta l'economia da parte dello stato: la produzione sarà pianificata, e, teorizzano alcuni, anche la distribuzione dovrà essere amministrata dallo stato, con conseguente fine dello scambio e abolizione della moneta.
Dalla roccaforte delle grandi città si decide di estendere la rivoluzione comunista alle campagne, portando la guerra civile nei villaggi. Si immagina di potere scatenare una lotta dei contadini poveri contro i ricchi (kulaki). L'attacco è condotto dall'estate 1918 formando Comitati dei Poveri, all'interno dei villaggi, e inviando Distaccamenti alimentari costituiti da militanti comunisti delle città, dall'esterno. Ma manca una vera borghesia agraria e i villaggi restano sostanzialmente compatti nel respingere l'aggressione da parte dei "cittadini". Le squadre comuniste finiscono per identificare i kulaki in base al mero criterio politico dell'opposizione al bolscevismo. Poiché i contadini resistono armi in pugno, il governo comincia a impiegare contro di essi anche l'Armata rossa.
Inoltre, nelle retrovie, la prestazione lavorativa viene spesso ottenuta con metodi coercitivi, approfittando dell'obbligo del lavoro introdotto dalla Dichiarazione dei diritti delle masse lavoratrici e sfruttate. Il decreto "La patria socialista in pericolo" (21-22 febbraio 1918) stabilisce la creazione di battaglioni di lavoro forzato reclutati nella borghesia per scavare trincee (il principio del lavoro obbligatorio usato spesso per umiliare i borghesi). Nel gennaio 1918 il controllo operaio passa dai comitati di fabbrica ai sindacati. Nella primavera 1918 termina ogni sindacalismo indipendente. Non c'è formale abolizione del diritto di sciopero, ma la progressiva nazionalizzazione rende lo sciopero illegale. Di fatto, contro gli scioperi, considerati in se stessi controrivoluzionari, il governo ricorre alle esecuzioni in massa e alla requisizione delle tessere annonarie. Per influenza di Trotskij nel 1918-20 vengono progressivamente estesi i settori economici "mobilitati per servizio militare": ferrovie, miniere, combustibili, comunicazioni, medicina, metallurgia. I loro dipendenti sono dunque soggetti alle corti marziali. Le unità militari non necessarie al fronte non vengono smobilitate, ma impiegate nelle Armate del Lavoro.

L'istituzionalizzazione del terrore.
La rivoluzione comunista implica un'estensione progressiva dei metodi coercitivi e della violenza. Il vecchio esercito viene disgregato: il linciaggio degli ufficiali, istigato dagli agitatori comunisti, diviene un vero massacro nella Flotta del Mar Nero. Il 16 luglio 1918 viene massacrata l'intera famiglia imperiale, agli arresti dall'Ottobre. La decisione è presa da Lenin per rompere in maniera anche simbolica la continuità della tradizione russa.
Dalla ascesa al potere i comunisti dissolvono il preesistente sistema giudiziario e perseguono la creazione di una "giustizia rivoluzionaria". Il decreto 22 novembre 1917 abolisce tutte le corti esistenti, tranne quelle locali che trattano casi minori, e tutte le professioni legali. Istituisce i Tribunali Rivoluzionari, competenti per i reati controrivoluzionari e affidati quasi tutti a bolscevichi privi di qualifica specifica e guidati dalla sola "coscienza rivoluzionaria". Nel marzo 1918 anche le corti locali vengono rimpiazzate dalle Corti del Popolo, che trattano i reati non politici. Accantonate tutte le leggi anteriori all'ottobre 1917, le nuove corti devono farsi guidare dal "senso di giustizia socialista".
D'altra parte, fino dai primi giorni del potere bolscevico, per fare fronte allo sciopero degli impiegati, è stata creata la Cheka (Commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione), una polizia politica di partito guidata da Feliks Dzerzhynskij, nobile polacco e vecchio bolscevico. Estendendo progressivamente organici e competenze, sotto diverse denominazioni successive (Cheka, Gpu, Ogpu, Nkvd, Kgb), sarà il pilastro dell'apparato repressivo comunista. Il decreto "La patria socialista in pericolo" del 21-22 febbraio 1918 concede alla Cheka il potere di passare per le armi sul posto speculatori, sabotatori e controrivoluzionari, senza attendere autorizzazione dai tribunali, della cui relativamente mite condotta Lenin è poco soddisfatto. Alla fine del 1918, in connessione con la militarizzazione del lavoro, la Cheka assume la responsabilità del controllo di tutti i trasporti. Nell'ottobre 1921 verrà attribuita alla Cheka competenza della censura preventiva per (indefiniti) motivi militari (la censura preventiva era stata abolita nel 1864). I suoi funzionari sono sempre più numerosi: a metà 1920 saranno 250 mila. Nel reclutamento sono preferiti i non russi, anche allo scopo di evitare legami con le vittime della repressione.
La svolta decisiva è nell'estate 1918. In risposta al terrorismo praticato dai socialisti rivoluzionari di sinistra, nel luglio 1918 vengono fucilati centinaia di esponenti di quel partito. Poi, dopo che ad agosto Lenin stesso è scampato a un attentato, il decreto del 5 settembre 1918 ufficializza il "terrore rosso". Nel solo autunno 1918 la Cheka effettua 10-20 mila esecuzioni. Il decreto comanda anche la creazione di campi di concentramento per i "nemici di classe" (ma i primi campi di concentramento erano stati creati da Trotskij già nell'agosto). Col decreto del 30 settembre 1918, inoltre, per fare fronte alla disperata mancanza di comandanti competenti, Trotskij ordina di prendere in ostaggio, e detenere nei campi, le famiglie degli ufficiali ex zaristi, allo scopo di costringere questi ultimi a servire nell'Armata rossa.
La guerra civile tra i rossi, i bianchi, le altre formazioni spontanee dei contadini ribelli, e infine l'esercito polacco, che nel 1920 invade la Russia e respinge poi l'Armata rossa dalla Polonia, è condotta da tutte le forze in campo con metodi spietati. Difficile una quantificazione precisa delle vittime. Da dati degli archivi sovietici, risulta che l'Armata rossa ha 700 mila morti nella lotta contro i bianchi e altri 250 mila nella lotta contro i contadini. Un milione di morti dichiarano bianchi e polacchi. Ma molti più sono i morti tra i civili. Lo storico Richard Pipes stima che i civili siano il 91% dei morti durante la guerra. La direttiva segreta del governo bolscevico all'Armata rossa del marzo 1919, in risposta a una resistenza contadina particolarmente accanita, decreta lo sterminio della dirigenza dei cosacchi e la fine di essi come popolo autonomo: ci saranno 300-500 mila uccisi o deportati destinati in gran parte alla morte, su 3 mil. di persone. Lenin dà personalmente l'ordine di sterminare in Polonia nobili, preti e contadini ricchi (immaginava di potere scatenare la guerra civile, ma al contrario l'invasione cementa l'unità nazionale polacca). Per le vittime complessive del terrore rosso le valutazioni oscillano tra le centinaia di migliaia e i 2 mil. di esecuzioni. Più di un milione e mezzo sono i russi che espatriano.

La ritirata della Nep.
Il paese, riconquistato dai comunisti, è stremato dalla guerra e dal terrore. Tra l'1 e il 17 mar zo 1921 i marinai di Kronstadt, la base militare navale un tempo roccaforte del bolscevismo, si ribellano al governo, chiedendo la fine delle persecuzioni contro la sinistra e il ripristino della legalità. La rivolta viene duramente repressa dall'Armata rossa, ma convince Lenin dell'opportunità di riconsiderare la prematura costruzione del comunismo decisa nel 1918. La disorganizzazione del sistema economico prodotta da quella decisione è tale che in quei mesi la carestia farà almeno 5 mil. di vittime (e diversi altri ne saranno evitati dai soccorsi internazionali). Secondo le proposte di Lenin, per venire incontro al diffuso bisogno di pace sociale, il X congresso del Partito comunista (marzo 1921) decide la Nep (Nuova Politica Economica), che prevede la sostituzione delle requisizioni ai contadini con un'imposta in natura, la restaurazione della libertà di commercio e della proprietà privata delle piccole e medie imprese, l'abolizione del controllo operaio, la reintroduzione del cottimo, il ristabilimento dell'azione sindacale, la creazione del Gosplan per la pianificazione statale dell'economia. Principale teorico della Nep sarà Nikolaj Bukharin.

Il terrore negli anni della Nep.
La ritirata strategica sul piano sociale non coincide d'altra parte con uno smantellamento dello stato totalitario o un allentamento del terrore. Viene a cessare anzi ogni residuo di democrazia anche dentro il partito. Già nel 1920 è l'Ufficio organizzativo, e non l'organizzazione periferica, a nominare i funzionari locali. I membri del partito e soprattutto i funzionari hanno diritto a razioni speciali. Lo stesso X congresso che decide la Nep, in nome della lotta al "frazionismo", stabilisce anche il divieto di creare correnti in seno al partito, epura il partito di circa un terzo dei membri e attribuisce alla Segreteria il potere di scegliere i delegati al congresso. Vinta l'Opposizione Operaia, la corrente comunista per colpire la quale era stata ideata la norma contro il "frazionismo", il sindacato è trasformato da organismo rivendicativo in "cinghia di trasmissione" della volontà del partito: le sue preoccupazioni principali saranno da questo momento in poi l'aumento della produzione e il mantenimento della disciplina tra gli operai. Nel 1922 Lenin crea la carica di Segretario Generale del partito, col compito di fissare l'agenda del Politburo, provvederlo di materiali, dare attuazione alle sue decisioni e provvedere alle nomine. Alla nuova carica viene nominato Stalin.
L'azione militare contro gli oppositori continua. Le rivolte contadine ancora serpeggiano nel paese, e, secondo dati ufficiali, l'Armata rossa ha 237'908 morti nella guerra 1921-22 contro le bande contadine ribelli (soprattutto contro i ribelli di Tambov, capeggiati dal socialista rivoluzionario Alexander Antonov, che schierano decine di migliaia di combattenti). I morti tra i contadini si conteranno in numero assai maggiore. Gli insorti di Kronstadt sono massacrati a centinaia. I superstiti sono deportati sul Mar Bianco e pochi tornano vivi. Saranno essi ad inaugurare il campo di concentramento delle isole Solovetskie, organizzato tra il 1922 e il 1923, ed embrione del sistema concentrazionario sovietico. Tale sistema si espande rapidamente: nell'ottobre 1923 ci sono già 315 campi con 70 mila prigionieri. In essi vige il principio della responsabilità collettiva: la punizione per eventuali insubordinazioni ricade sulla totalità dei prigionieri. Il vitto è scarso, le condizioni igieniche sono molto misere. Data la dislocazione dei campi, il freddo è quasi insopportabile. La mortalità è dunque altissima. Tra il 1923 e il 1927 viene inoltre represso l'indipendentismo in Transcaucasia e in Asia centrale (Georgia 1924, Cecenia 1925). Anche da queste regioni le deportazioni saranno di grandi proporzioni.
La lotta anticontadina viene inoltre accompagnata da una recrudescenza della battaglia contro la religione. Secondo un'idea di Trotskij, nel marzo 1922 è lanciata la requisizione dei calici e degli oggetti di culto preziosi, ufficialmente con l'intento di rimediare agli effetti della carestia, ma in realtà con l'obiettivo di provocare la reazione della Chiesa. Di fatto si contano più di un migliaio di episodi di resistenza. I responsabili vengono portati davanti ai Tribunali rivoluzionari, mentre gli organi di partito preordinano le sentenze: circa 100 vescovi e 10 mila preti sono imprigionati, 28 vescovi e 1215 preti messi a morte, circa 8 mila persone uccise in tutto. Nel dicembre 1922 è organizzata poi una campagna di manifestazioni pubbliche per irridere il Natale. Nella primavera seguente manifestazioni simili sono ripetute in occasione della Pasqua e alcuni mesi più tardi in occasione di Yom Kippur, la principale festa religiosa ebraica.
Negli anni della Nep sono riorganizzati i sistemi della giustizia e della polizia. Il 6 febbraio 1922 la Cheka è sostituita dalla Gpu. La nuova polizia politica nasce, ufficialmente, per ripristinare la "legalità rivoluzionaria", ponendo fine alle procedure extragiudiziarie, ma, di fatto, essa mantiene gli organici della Cheka, e, il 16 ottobre 1922, ottiene l'autorità di punire senza processo, anche con la morte, i responsabili di "banditismo". Il decreto del 10 agosto 1922 dà poi al commissariato degli Interni l'autorità di disporre in via amministrativa l'esilio esterno o interno per gli accusati di attività controrivoluzionarie. Il 6 giugno 1922 viene creato il Glavlit per la censura preventiva. Col nuovo Codice penale del 1922 comincia la sistemazione del diritto rivoluzionario. La delineazione delle figure di reato è tuttavia abbastanza indeterminata da consentire larga discrezionalità nella persecuzione degli oppositori: si parla genericamente di "attività controrivoluzionarie", di "nemici del popolo" e di "sospetti". I Principi fondamentali della legislazione penale dell'Urss nel 1924 codificano il concetto di "persona socialmente pericolosa" e dichiarano la punibilità anche delle intenzioni controrivoluzionarie indirette: si delinea cioè la figura di un controrivoluzionario punibile non per atti specifici o per manifeste intenzioni criminose, ma per la semplice posizione di classe. Dal 1926 si includono nell'"attività controrivoluzionaria" punita con la morte l'adempimento intenzionalmente insufficiente dei propri doveri, la tentata fuga all'estero, i rapporti privati con governi stranieri, mentre l'"omissione di controllo sulle attività controrivoluzionarie" è punito con la deportazione (anche nel caso non si denuncino parenti e amici).



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18 maggio 2006

I CRIMINI DEL COMUNISMO:L'URSS DI LENIN E STALIN 2a PARTE

IL PARADIGMA DEL TERRORE DI MASSA: L'URSS DI LENIN E STALIN
Seconda Parte

Nascono i processi-spettacolo.
Tra il 6 giugno e il 7 agosto 1922 presso il Supremo Tribunale Rivoluzionario sono processati i capi dei socialisti rivoluzionari. Secondo il desiderio di Lenin, che invoca "processi educativi", il 20 giugno si tiene una manifestazione di massa cui partecipano anche il giudice e il procuratore del processo in corso, per chiedere la condanna a morte degli imputati: è il primo dei processi-spettacolo sovietici, istruiti non tanto per eliminare gli oppositori imputati, quanto per mobilitare politicamente la popolazione tutta. Su suggerimento di Trotskij, i giudici annunciano che le condanne a morte stabilite nella sentenza non verranno eseguite, se i socialisti rivoluzionari ancora liberi abbandoneranno l'attività cospirativa.
Si organizza l'irreggimentazione della gioventù nelle istituzioni educative controllate dal partito: dopo la ventata di pedagogia libertaria dei primissimi anni, nel 1921 sono reintrodotti nella scuola i sistemi educativi tradizionali, integrati però con la propaganda politica: i bambini fino 15 anni sono inquadrati nei Pionieri; dai 15 anni si accede alla Gioventù Comunista, o Komsomol, che seleziona i candidati al partito.

La svolta staliniana e la ripresa della costruzione del comunismo.
Approfittando abilmente della carica di segretario generale, dopo la malattia e morte di Lenin (1924), Stalin si libera dei concorrenti più pericolosi dentro il partito (Trotskij, Kamenev e Zinovev perdono le loro posizioni di potere), e, in alleanza con Bukharin, conquista entro il 1926 il pieno controllo del Pcus e dello stato. Ma, nel 1928, con un brusco cambiamento di linea e di alleanze (Bukharin viene allontanato dal potere), dopo sette anni di relativa tregua economica, Stalin decide l'abbandono della Nep e la ripresa della costruzione del comunismo. Il mercato viene sostituito da un'economia interamente pianificata dallo stato per mezzo del Gosplan. Il primo piano quinquennale dirotta la massima parte delle risorse del paese nella creazione dell'industria pesante. Il costo della gigantesca operazione sarà pagato dagli strati contadini, tutte le cui eccedenze dovranno essere utilizzate per nutrire le città e acquistare macchinari e tecnologie in Occidente. Per evitare che la requisizione delle eccedenze si traduca, come nel 1918, in una guerriglia villaggio per villaggio, si decreta, nel 1929, la abolizione della gestione privata della terra e il trasferimento dei contadini e di tutti i loro beni in grandi fattorie collettive (kolchoz e sovchoz).

La persecuzione dei nepmen e la nuova guerra contro i contadini.
La fine della Nep si accompagna a un'ondata di persecuzioni contro gli imprenditori privati, gli ingegneri e i tecnici, che della Nep erano stati i principali artefici (i nepmen). Vengono allontanati dal governo i consiglieri economici moderati, tra cui Nikolaj Kondratev, Vainstein, Feldman e Bazarov. Nel 1928 si svolge un nuovo processo-spettacolo, attorno al quale viene orchestrata l'attenzione della stampa e delle organizzazioni sociali. Ne sono vittima alcuni ingegneri degli impianti di Shaktij, falsamente accusati di sabotaggio in combutta con potenze straniere: costretti con la tortura e le minacce ai familiari, quasi tutti gli accusati si dichiarano colpevoli e la metà di loro viene condannata a morte. Nel 1931 è la volta dei bukharinisti, che della Nep erano stati i maggiori sostenitori: l'attacco si concretizza nel processo contro Bazarov e altri membri del Gosplan su posizioni moderate, nonché contro David Rjazanov, direttore dell'Istituto Marx-Engels, tutti quanti (falsamente) accusati di voler ricostituire il partito menscevico.
Ma è soprattutto la collettivizzazione dell'agricoltura a determinare i livelli più alti della repressione e del terrore. I contadini reagiscono all'espropriazione abbattendo il bestiame e resistono al trasferimento nelle fattorie collettive. Ma, a differenza del 1920-22, la resistenza contadina non riesce a organizzarsi in vere rivolte. Lo stato risponde con le fucilazioni di massa, che colpiscono centinaia di migliaia di contadini. Con convogli ferroviari o in interminabili marce, almeno 2 mil. di contadini vengono deportati nel nord o in Siberia e abbandonati alla violenza del clima, senza essere neppure accolti in veri campi di concentramento. Morranno a centinaia di migliaia. Infine, si decide di stroncare ogni velleità di resistenza contadina con l'arma della fame, attraverso la requisizione delle scorte (anche delle scorte alimentari e delle sementi). Consapevolmente pianificata e scatenata, nel 1932-33, una nuova terribile carestia si abbatte sulla Russia centrale, l'Ucraina e il Caucaso (la carestia colpirà le zone in cui nel 1930 si era verificato l'85% degli episodi di resistenza): nel biennio vi sono 7 mil. di vittime, 5 mil. delle quali nella sola Ucraina. Alla guerra contro i contadini, nel 1929-30, come già nel 1921-22, viene collegata una seconda offensiva contro la Chiesa: ulteriori restrizioni per il clero, nuova settimana senza domenica festiva per tutti, sequestro delle campane. Nessuno dei maggiori dirigenti comunisti protesta per la sorte dei contadini: non i teorici della Nep come Bukharin, non i vecchi bolscevichi esclusi dal potere, tantomeno l'operaista Trotskij. Anzi la guerra contro i contadini viene esaltata dal governo camuffandola da lotta di classe e premiandone pubblicamente gli esecutori più zelanti e spietati. Così, nel 1932, il Komsomol celebra come eroe e martire Pavlik Morozov, il quattordicenne che durante la collettivizzazione ha denunciato il padre, responsabile del villaggio, provocandone l'arresto e la fucilazione (e che per vendetta poi è stato ucciso dai parenti).
Il controllo sociale è fortemente intensificato. Un decreto del 26 marzo 1928 converte le condanne minori in lavori presso le imprese di stato. Uno del 27 giugno 1929 converte le condanne superiori ai tre anni in lavori forzati nei campi del nord e dell'oriente. Il decreto del 12 dicembre 1930 priva di diritti civili (comprese abitazione, tessera annonaria, assistenza sanitaria) le categorie sociali degli ex-privilegiati, ex-funzionari, membri del clero e di partiti politici. La legge del 7 agosto 1932 (cosiddetta "legge delle spighe", perché viene applicata anche ai casi di spigolatura) punisce come sabotaggio con la pena di morte il furto di beni dello stato. Una legge del novembre prevede il licenziamento per l'assenza ingiustificata dal lavoro di almeno un giorno (mentre il decreto del 26 giugno 1940 punirà in base al Codice penale ogni assenza sul lavoro, a partire dai ritardi di venti minuti). Una del 27 dicembre introduce il passaporto interno, per meglio controllare gli spostamenti della popolazione. Onde evitare che le fattorie collettive possano essere abbandonate per la città, il passaporto interno non viene concesso ai contadini.

Il Grande terrore.
Al XVII congresso del Pcus (gennaio 1934), che si riunisce per celebrare i risultati del primo piano quinquennale e si autodefinisce enfaticamente "congresso dei vincitori", il capo del PC di Leningrado, Sergej Kirov, si pronuncia contro le pena di morte per i reati di opinione e propone in generale una liberalizzazione del sistema. Avendo ottenuto in congresso perfino più consensi di Stalin, si decide la sua nomina a segretario del Pcus accanto a Stalin stesso. Ma l'1 dicembre Kirov viene assassinato in circostanze poco chiare (l'assassino risulterà essere stato in contatto con la Gpu che, sotto la guida di Genzich Jagoda, è ora unita al commmissariato del popolo per gli interni Nkvd). Stalin accusa del delitto i traditori e gli imperialisti stranieri.
Mentre la polizia politica conduce una campagna di arresti che colpisce i comunisti meno allineati con Stalin, il governo vara una serie di misure che preparano lo scatenamento del terrore. Il decreto del 7 aprile 1935 estende pene previste per gli adulti a tutti i maggiori di dodici anni (sarà decisivo per ricattare gli inquisiti con la minaccia di procedere nei confronti dei figli). Uno del 9 giugno prevede la pena di morte per i tentativi di espatrio clandestino, e, per mancata vigilanza rivoluzionaria, la deportazione per i familiari, informati o non del tentativo. Il decreto del 14 settembre 1936 semplifica le procedure giudiziarie nei casi di attività controrivoluzionaria, escludendo tra l'altro appello e grazia. Anche per favorire il sostegno delle democrazie occidentali di fronte alla possibile minaccia hitleriana, il 5 dicembre 1936 viene varata in Urss una nuova costituzione garantista, redatta con la collaborazione di Bukharin, ora riabilitato (la costituzione riconosce i diritti di libertà tipici dell'occidente, ma anche il diritto al lavoro, al riposo, all'istruzione gratuita). Ma le garanzie da essa formalmente sancite sono svuotate dall'assenza di una magistratura indipendente: non avranno mai un qualsiasi valore reale.
Il terrore è preceduto inoltre dallo smantellamento di una serie di organizzazioni da Stalin ritenute poco affidabili. Nella primavera 1935 Stalin scioglie sia l'Associazione dei Vecchi Bolscevichi sia l'Associazione degli ex-Prigionieri Politici. Lo scrittore comunista Maksim Gorkij, fiore all'occhiello del regime, tenta invano di riconciliare Stalin con i vecchi compagni dell'Ottobre. A partire dal 1935 viene portato il terzo e ultimo attacco contro la Chiesa, con la deportazione ed eliminazione di buona parte del clero. Tra il 1934 e il 1939 vengono soppresse le istituzioni ebraiche sopravvissute e in particolare le scuole dove si insegna in yiddish. Lo stesso Agurskij, antico persecutore degli ebrei, viene accusato di far parte della "clandestinità ebraica fascista" e imprigionato.
A partire dall'estate del 1936 si scatena l'ondata di repressione sanguinosa che sarà nota come Grande terrore. La manifestazione più clamorosa è una serie di nuovi processi-spettacolo che vedono tra gli imputati gran parte dell'antica dirigenza bolscevica. Nei casi maggiori la corte sarà presieduta da Vladimir Ulrich, mentre pubblico ministero sarà Andrej Vyshinskij. Primo è il processo contro il "centro trotstkista-zinoveviano" (19-28 ago 1936): gli imputati Kamenev e Zinovev confessano di avere fatto uccidere Kirov e di avere progettato l'assassinio di tutta la dirigenza del Pcus. Zinovev confessa addirittura di essere passato al fascismo. Tutti gli imputati vengono riconosciuti colpevoli e fucilati. Il 25 settembre 1936 il potente capo dell'Nkvd Jagoda viene destituito e rimpiazzato da Nikolaj Ezhov. Di lì a poco Ezhov denuncia anche un (fittizio) tradimento di Jagoda. Segue il processo contro il "centro parallelo trotstkista" per sabotaggio e legami col nemico tedesco e giapponese (23-30 gen 1937): sono imputati diversi vecchi militanti bolscevichi, tra cui Radek, accusati di avere clandestinamente preparato lo smembramento dell'Urss a vantaggio degli stranieri confinanti. Tutti gli imputati vengono riconosciuti colpevoli e fucilati (tranne Radek che viene deportato e scompare poi in un campo di concentramento). Nel febbraio-marzo, al Comitato centrale del Pcus, Stalin espone la tesi che la lotta di classe andrà inasprendosi, e non attenuandosi, durante la costruzione del socialismo: è la legittimazione sul piano teorico del Grande terrore. In segreto si tiene poi un processo per tradimento contro i responsabili dell'Armata rossa, basato anche su un falso dossier approntato dalla Gestapo (11 giugno 1937): tra gli altri sono imputati il generale Tukhachevskij e l'eroe della guerra civile Jona Jakir. Tutti gli imputati vengono riconosciuti colpevoli e fucilati. Jakir muore gridando: "Viva il partito! viva Stalin!". Dal giorno del processo parte un'epurazione generale nelle forze armate: alla fine del 1938 la purga è costata 3 marescialli su 5, 12 comandanti dell'esercito su 14, tutti gli 8 ammiragli, 60 comandanti di corpo d'armata su 67, 136 generali di divisione su 199, 221 generali di brigata su 397, il 45% degli ufficiali e dei commissari politici. Nel 1937 vengono sciolti in particolare quasi tutti i distaccamenti militari addestrati da Yakir alla guerra partigiana. L'armata rossa è letteralmente destrutturata: affronterà la Seconda guerra mondiale trovandosi ancora in condizioni di grave disorganizzazione. L'acme nella serie dei processi-spettacolo è raggiunto col processo contro il "blocco dei destri e dei trotstkisti" (2-13 marzo 1938): sono imputati tra gli altri Bukharin, Rykov, Jagoda e altri vecchi bolscevichi. Tutti gli imputati (definiti dal pubblico ministero Vyshinskij "cani rognosi") vengono riconosciuti colpevoli e fucilati.
In base alla figura penale dell'omissione di controllo la purga si estende anche ai parenti e agli amici degli epurati. Diverse figure importanti del partito, come Tomskij e Ordzhonikidze, si suicidano prima di essere coinvolte dal terrore. All'inizio del 1937, la tortura, già largamente usata, viene legalizzata attraverso un provvedimento reso noto alle autorità di polizia, ma tenuto segreto alla pubblica opinione. Si pratica la tortura anche sui familiari degli inquisiti, talvolta alla presenza di questi. In media, solo un inquisito su cento riesce a non confessare i reati ascrittigli. La popolazione viene sistematicamente mobilitata attraverso la stampa e le organizzazioni di partito. Nel gennaio 1937, in occasione del processo contro Radek, a Mosca una folla di 200 mila persone (ci sono -27°) è radunata per invocare la punizione degli imputati. Nel 1937-38 l'epurazione si estende ai comunisti stranieri presenti a Mosca: vengono fucilati o mandati a morire nei campi di concentramento Bela Kun, tutti i dirigenti del Pc jugoslavo, del Pc polacco e del Pc coreano (i Pc polacco e coreano vengono addirittura sciolti), molti comunisti francesi, rumeni e olandesi, 200 dei 600 comunisti italiani esuli a Mosca. Nel 1936 vengono epurati i comunisti delle repubbliche baltiche. L'Nkvd dirige inoltre la repressione della sinistra non stalinista in Spagna: decine di migliaia di combattenti del partito comunista libertario Poum e del movimento anarchico vengono fucilati (su un totale di 400 mila morti della guerra civile). Il capo del Poum Andrés Nin e il leader anarchico Camillo Berneri vengono torturati e uccisi dagli agenti dell'Nkvd. Sono assassinati anche due figli di Trotskij. Alla fine, perfino il principale responsabile della repressione spagnola, il console sovietico Vladimir Antonov-Ovseenko, viene richiamato a Mosca e fucilato con l'accusa di trotskismo. Ma anche dei 6 mila comunisti spagnoli riparati nell'Urss dopo la fine della guerra, nel 1948 sopravvivono solo in 1500.
Nel 1937-38 l'epurazione si estende anche agli scrittori: tra gli altri vengono condannati e uccisi Babel', Pil'njak, Mandel'stam, Mejerchol'd. Dei 700 scrittori che partecipano al primo Congresso degli scrittori nel 1934 solo 50 sopravvivono vent'anni dopo per partecipare al secondo. L'Associazione degli scrittori proletari, che negli anni '20 aveva protetto le avanguardie, viene sciolta e sostituita dalla nuova Unione degli scrittori: con la collaborazione di Gorkij sono codificate le norme del "realismo socialista", che impone agli scrittori di magnificare le conquiste della società sovietica. In architettura è favorito un pomposo e monumentale classicismo. Viene bandita la sociologia (forse anche perché era stata patrocinata da Bukharin). Nel 1937 viene liquidata la scuola dello storico marxista Pokrovskij. Nell'ufficiale Storia del Partito comunista dell'Unione sovietica (1938) le vicende del bolscevismo sono riscritte, cancellando ogni ruolo positivo degli avversari di Stalin. La scuola viene riformata secondo concezioni tradizionali, con voti, uniformi e programmi diversi per maschi e femmine. E' propagandato un antiintellettualismo plebeo che attribuisce valore solo al lavoro manuale. La famiglia tradizionale viene esaltata. L'aborto è reso illegale, il divorzio viene reso più difficile; è reintrodotta l'illegittimità dei figli nati fuori dal matrimonio.
Ma epurati più duramente sono gli stessi apparati dello stato e del partito. Nel 1936-38 si svolgono massicce epurazioni di dirigenti comunisti locali, tutte guidate da fedelissimi di Stalin, Lavrentij Berja nel Caucaso, Georgij Malenkov in Bielorussia, Anastasij Mikojan in Armenia, Lazar Kaganovich in Russia, Nikita Kruscev in Ucraina. Nel 1937 il 90% dei procuratori provinciali viene rimosso e spesso arrestato. Viene liquidato il 90% dei comitati locali del Pcus. Viene epurato pesantemente il Komsomol, per fare posto a una nuova dirigenza ostile al vecchio egualitarismo. Vengono eliminati anche 20 mila funzionari dell'Nkvd. Al XVIII congresso del Pcus, sono scomparsi ben 1108 dei 1966 congressisti del XVII, 110 dei 139 membri del Comitato Centrale. Sono stati eliminati tutti i dirigenti del Pcus della vecchia guardia intellettuale bolscevica, e in particolare tutti i maggiori dirigenti ebrei (eccetto Kaganovich).
Il terrore è pianificato dal centro: Stalin firma personalmente lunghe liste di personaggi da mandare a morte. E' Mosca arbitrariamente a indicare il numero dei (falsi) traditori che gli organismi locali del partito e dell'Nkvd dovranno poi individuare e perseguire. Ma c'è anche uno slittamento del meccanismo alla periferia: per non essere accusati di negligenza (e dunque di tradimento), spesso sono i dirigenti locali stessi ad elevare il numero delle persone coinvolte dalle indagini e (immancabilmente) trovate colpevoli. L'acme della purga è toccato nella prima metà del 1938, quando ormai il circuito della repressione ha coinvolto ampi strati di persone comuni prive di qualsiasi particolare collocazione istituzionale. All'epoca circa il 5% dell'intera popolazione è passata attraverso gli arresti. Pervade il paese l'ossessione del sabotaggio orchestrato da forze straniere. C'è un'atmosfera generale di paura, che induce i cittadini a ridurre le relazioni sociali e a distruggere le memorie familiari, nel timore che entrambe possano essere usate per eventuali imprevedibili iniziative inquisitorie. Le categorie più colpite: ex funzionari dello stato, membri del clero, testimoni di Geova, ex borghesi, ex funzionari della Croce Rossa, ex membri di partiti non comunisti, membri di associazioni studentesche, impiegati di ditte e legazioni straniere, cittadini che hanno contatti con l'estero (compresi i filatelici e gli esperantisti), rifugiati stranieri. Molto colpite le minoranze etniche: i greci del Mar Nero, gli armeni, i cinesi, gli ebrei ex-membri del Bund o sionisti. Le categorie istruite sono state colpite a tal punto che mancano i tecnici: le imprese hanno in organico nei ruoli tecnici soprattutto non laureati e non diplomati. Il nome di Ezhov è temutissimo. Non a caso, alla fine del 1938, quando Stalin decide di chiudere la stagione delle purghe, Ezhov stesso viene destituito e rimpiazzato da Berija alla guida dell'Nkvd. In seguito sarà ucciso nel manicomio criminale dove è stato rinchiuso. A perfezionamento del terrore, infine, anche Trotskij verrà ucciso a Città del Messico il 21 agosto 1940, raggiunto da un sicario di Stalin. Le purghe hanno comportato almeno un mil. di esecuzioni e diversi milioni di deportazioni nei campi di lavoro, dove peraltro la mortalità è altissima. Alla fine della purga solo i bambini affidati agli orfanotrofi dell'Nkvd (cioè i figli di deportati o giustiziati) sono tra i tra i 500 mila e il milione. Attraverso la purga Stalin ha potuto eliminare tutti gli oppositori potenziali e forgiare un partito sostanzialmente nuovo, compatto nella fedeltà alla persona del capo. I grandi processi sono anche serviti ad additare all'opinione pubblica un capro espiatorio per gli insuccessi del regime.

Il sistema del Gulag.
La sezione Gulag dell'Nkvd controlla 80 sistemi formati ciascuno da 20-100 campi di concentramento. Il sistema di Kolyma nell'estremo oriente siberiano occupa da solo una superficie grande otto volte l'Italia. Tra il 1934 e il 1948 nei campi vengono deportati 15 mil. di persone. La popolazione del Gulag oscilla. Alla fine dell'era staliniana, nel 1953, è di 2 mil. 450 mila detenuti, mentre altri 2 mil. 750 mila "coloni speciali" dipendono da una diversa amministrazione. L'Nkvd impegna almeno 250 mila militari per vigilare i campi. All'interno dei campi solo un quarto o un terzo dei prigionieri sono detenuti politici. I delinquenti comuni godono di privilegi e vengono utilizzati per controllare e colpire i politici. I deportati sono impiegati soprattutto nel taglio del legname, nei cantieri e nelle miniere. Nei campi del nord e dell'est si lavora 12-16 ore al giorno e si ha una razione di 8 etti di pane solo se si è svolto l'intero lavoro assegnato (la dose decresce in proporzione al lavoro svolto). La produzione è rilevante. Secondo le stime dell'amministrazione carceraria, durante la guerra i detenuti assicurano circa un quarto della produzione dell'industria degli armamenti, della metallurgia e delle miniere, e il 13% del volume dei grandi lavori in Urss. La mortalità nei campi è del 10% annuo nel 1932, del 20% nel 1938. Ma è alta anche durante i trasferimenti: durante quelli invernali nelle terre artiche può toccare anche il 50%. Non è rara l'eliminazione dei deportati divenuti inabili al lavoro.

Il terrore durante la guerra.
Dopo una tregua sul finire degli anni '30, la guerra porta con sé lo scatenamento di nuove ondate di terrore. L'alleanza con Hitler del 1939 permette a Stalin di occupare un terzo della Polonia e le tre repubbliche baltiche. Dove arriva l'Armata rossa, l'Nkvd procede sistematicamente all'eliminazione o alla deportazione delle borghesie nazionali, del clero, della nobiltà. Nel 1940-41 si ha una prima sovietizzazione della Polonia: 25'700 ufficiali e dirigenti sono subito eliminati; 381 mila civili (ma gli storici polacchi parlano di 1 mil.) e 230 mila militari vengono deportati nell'oriente sovietico (dopo un anno ne sopravvivono in tutto 388 mila). Nel giugno 1941 viene effettuata la prima sovietizzazione dei paesi baltici: 25 mila deportati, presumibilmente dopo l'eliminazione dei capifamiglia.
Quando poi Hitler rompe l'alleanza con Stalin e invade l'Unione sovietica (22 giugno 1941), la resistenza alla Wehrmacht porta con sé una nuova ondata di terrore. Nel 1941-42 è deportata quasi per intero la minoranza etnica dei tedeschi del Volga, per prevenirne un possibile collaborazionismo: 1 mil. 209 mila (su una popolazione di 1 mil. 427 mila), vengono trasferiti ad est, in condizione di quasi abbandono. Vengono trasferiti ad est, perlopiù a piedi su percorsi di migliaia di chilometri, 750 mila forzati dislocati nelle zone che stanno per essere occupate dai tedeschi. Ma decine di migliaia sono direttamente eliminati perché non cadano nelle mani degli occupanti. Il sistema del Gulag si sovraccarica e solo nel 1942-43 vi si contano 600 mila decessi.
A partire dal 1943, una terza ondata di terrore viene scatenata nelle regioni via via riprese dall'Armata rossa. Ne sono vittime interi popoli accusati in blocco di collaborazionismo. Nel 1943-44 sono deportati oltre 900 mila ceceni, ingusci, tatari di Crimea, caraciai, balcari e calmucchi; 42 mila bulgari, greci e armeni; 86 mila turchi mescheti, curdi e chemscini. Nei trasferimenti muore almeno un quarto, forse la metà dei deportati. Alla fine della guerra, metà della popolazione del Kazachstan è formata da etnie esiliate. Comincia il terrore nei confronti degli ucraini. La seconda sovietizzazione delle regioni occidentali nel 1944-45 comporta la deportazione di 100 mila civili ucraini (febbraio-ottobre 1944), 100 mila bielorussi (settembre 1944-marzo 1945), 38 mila lituani (gennaio-marzo 1945). Vengono deportati inoltre 148 mila soldati russi superstiti dell'armata antisovietica organizzata dal generale Andrej Vlasov. Ultime vittime della repressione del tempo di guerra sono gli stessi militari sovietici caduti prigionieri dei tedeschi. Sospettati di tradimento per essere sopravvissuti durante la prigionia, sono inviati in appositi campi di concentramento. Passano per questa esperienza 421 mila prigionieri sovietici nel 1942-44, 4 mil. 200 mila prigionieri e civili sovietici nel 1945-46. Di essi, il 19% viene alla fine nuovamente arruolato, il 14,5% assegnato ai "battaglioni della ricostruzione", l'8,6% internato nel Gulag (sono circa 360 mila persone).

Il terrore nel dopoguerra.
La guerra, il terrore e in generale la debolezza dell'economia sovietica, soprattutto agricola, provocano una nuova carestia. Nel 1946-48 ci sono 2 mil. di morti per fame in Urss, dovuti alla scelta di puntare sull'industria. Il governo teme che la pace porti con sé l'insubordinazione della popolazione, provata dalla guerra e tentata dalle informazioni sulle condizioni di vita nei paesi occidentali, che giungono attraverso i rimpatriati. Inasprisce allora il controllo sociale. Nel 1946 vengono limitati gli orti privati dei colcosiani. Alcuni decreti del 1947 aggravano la legge del 1932 sui furti alimentari: comminano 7-10 anni di internamento per il primo furto, 25 anni o la fucilazione per i recidivi. Nell'autunno 1946 erano state condannate per furti alimentari più di 25 mila persone. Nel 1947 i condannati saranno 380 mila. Continua la repressione delle minoranze etniche. Nella primavera del 1948, per stroncare la perdurante resistenza, 21 mila lituani vengono uccisi, 50 mila vengono deportati come coloni speciali e 30 mila trasferiti nel Gulag. Nel 1949-51 viene effettuata la seconda sovietizzazione dei paesi baltici: 95 mila baltici sono deportati nel marzo-maggio 1949; 17 mila nel settembre 1951. La sovietizzazione dei moldavi nel 1949 comporta la deportazione di 120 mila persone (il 7% della popolazione). La sovietizzazione delle coste del Mar Nero, ancora nel 1949, la deportazione di 58 mila greci, armeni e turchi. Nel 1945-52 vengono deportati 172 mila resistenti ucraini. Nel 1951-52 sono deportati anche 12 mila mingreli, 5 mila iraniani della Georgia, 4 mila Testimoni di Geova, 4 mila bielorussi, mille ucraini, 3 mila tagichi, mille kulaki di Pskov, mille appartenenti alla setta dei Veri Cristiani.
Il clima si fa particolarmente pesante per gli intellettuali. Nel 1946 Andrej Zdanov, che assume la responsabilità della politica culturale del Pcus, attacca alcune riviste letterarie di Leningrado, la poetessa Akhmatova e l'umorista Zoscenko. Due anni dopo attacca il formalismo di musicisti come Prokofev e Shostakovich (aprile 1948). Per oscure ragioni, dopo la morte di Zdanov (agosto 1948), vengono fucilati molti dirigenti di partito a Leningrado. La purga arriva fino alla destituzione e all'arresto di Nikolaj Voznesenskij, presidente della commissione nazionale del piano (aprile 1949). Verrà fucilato l'anno successivo. Anche la posizione di Berja si fa fragile. Nell'ottobre 1950 viene denunciato dalla stampa un "complotto nazionalista mingrelo", ma Berja (che è originario della Mingrelia) per il momento non viene colpito. Nel 1948 viene chiuso l'Istituto di Economia Mondiale diretto da Evgenij Varga e si attaccano le teorie di Einstein, accusate di idealismo borghese. Lo stesso anno Stalin condanna la genetica mendeliana e impone agli scienziati sovietici le teorie del biologo neolamarckiano Trofin Lysenko, che sostiene l'ereditarietà dei caratteri acquisiti. Sulla base delle concezioni biologiche di Lysenko, Stalin decide il "piano per la trasformazione della natura", che prevede un rimboschimento intensivo delle zone aride del sud-est. Il fallimento è totale. Nel maggio-agosto 1950 Stalin interviene personalmente nella campagna postuma contro il linguista Nikolaj Marr, sostenendo tra l'altro che esiste una lotta per l'esistenza tra le diverse lingue.
Anche gli ebrei sono guardati con crescente sospetto. L'intellettuale ebreo Mikhoels muore in un misterioso incidente nel gennaio 1948. Stalin è particolarmente preoccupato quando una manifestazione di 50 mila ebrei sovietici saluta con entusiasmo la missione diplomatica israeliana guidata da Golda Meir (ottobre 1948): teme che la creazione dello stato di Israele possa indurre velleità di indipendenza nella popolazione ebraica. Nel dicembre 1948 viene liquidato il comitato antifascista ebreo (creato durante la guerra), colpevole di aver suggerito la Crimea, spopolata dai tatari, come area di insediamento giudaico. Negli stessi giorni viene arrestata perfino la moglie del ministro degli Esteri (e fedelissimo stalinista) Vjacheslav Molotov, la dirigente del comitato ebreo Polina Zemcuzina, che verrà deportata e liberata solo dopo la morte di Stalin. Nei mesi successivi vengono uccise centinaia di personalità ebraiche e deportate decine di migliaia di ebrei, tra i quali tutti i membri del comitato tranne Ilja Ehrenburg. Nell'aprile 1949 viene chiuso il Teatro ebraico di Mosca. Vengono lanciate inoltre campagne di stampa di ispirazione nazionalista contro i "cosmopoliti senza radici" (ma già nell'agosto 1942 il dipartimento Agit-prop del Pcus aveva stilato una nota interna sulla posizione dominante degli ebrei negli ambienti artistici, letterari e giornalistici) e in difesa del contributo russo alla civiltà (fantasiosamente, si rivendica la paternità russa di invenzioni come la macchina a vapore, la radio, l'aereo).

L'ultima purga e l'incipiente terrore antisemita.
Gli anni 1952-53 vedono maturare una nuova grande purga. Già nell'ottobre 1951 viene denunciato un "complotto nazionalista ebraico" attribuito ad Viktor Abakumov (intimo di Berija). Nella nuova edizione dell'Enciclopedia sovietica la voce "ebrei" è drasticamente decurtata e scompaiono le voci relative ai popoli deportati. I dipartimenti universitari perdono quasi metà del personale per l'estromissione degli ebrei. Nel giugno 1952 sono processati a porte chiuse i dirigenti del Comitato antifascista ebraico per un (inventato) complotto sionista sostenuto dagli imperialisti mirante a staccare la Crimea dall'Urss. Si conclude con la condanna a morte di tutti gli imputati, eccetto la famosa biologa Lena Stern. Nell'ottobre 1952, al XIX congresso del Pcus viene decisa l'integrazione del Presidium con nuovi membri supplenti, cosa che, per analogia con quanto era avvenuto nel 1936, fa sospettare a Kruscev, Malenkov e Berija l'imminenza di una nuova purga. Subito dopo la conclusione del congresso, Mikojan, accusato di essere una spia dei turchi, viene esautorato, mentre il maresciallo Voroshilov viene accusato di essere una spia inglese. Si ha poi una serie di condanne a morte contro i responsabili dell'industria tessile ucraina, tutti ebrei (novembre 1952). Inoltre Rudolph Slansky, presidente del Pc cecoslovacco, ebreo antisionista e antiisraeliano molto legato a Berija, e altri tredici dirigenti di quel partito, dieci dei quali ebrei, per diretto ordine di Stalin, vengono processati con l'accusa di avere organizzato un complotto sionista per assassinare il presidente della repubblica Gottwald e restaurare il capitalismo, in combutta con Israele e gli Usa (novembre 1952). Undici di loro vengono condannati a morte il mese successivo. Nel novembre 1952 alcuni medici del Cremlino, tra i quali diversi ebrei, vengono arrestati: nel gennaio 1953 la Tass dà la notizia che è stato sventato un complotto di medici ebrei, responsabili di avere fatto morire Zdanov e altri dirigenti comunisti, nonché intenzionati a uccidere Stalin e tutta la dirigenza sovietica. Immediatamente in tutta la stampa si scatena una martellante campagna a sfondo antisemita e viene criticato il sistema di sicurezza sovietico, posto sotto la responsabilità di Berija. Si succedono licenziamenti in massa di ebrei, arresti e migliaia di esecuzioni. Circola una petizione, preparata dall'Nkvd e firmata da grandi personalità ebraiche come lo scrittore Vasilij Grossman, i fisici Lev Landau e Petr Kapitza, il violinista David Ojstrach, nella quale viene chiesta la deportazione in massa degli ebrei sovietici in Asia per proteggerli dalla violenza antisemita. Dopo una bomba all'ambasciata sovietica di Tel Aviv, l'Urss rompe le relazioni diplomatiche con Israele, mentre la stampa collega il fatto al presunto complotto sionista antisovietico (febbraio 1953). Ma l'attuazione della progettata grande purga contro Berja e gli ebrei viene bloccata dalla morte di Stalin (5 marzo 1953). Ai suoi funerali a Mosca, Malenkov e Berija non alludono a complotti occidentali e dichiarano la possibilità di pacifiche relazioni internazionali. Per iniziativa di Berija, vengono liberati e riabilitati i medici incarcerati. Gradualmente si aprono anche le porte del Gulag. Paradossalmente Berija (arrestato nel luglio 1953 e più tardi fucilato) cadrà vittima dell'ultimo episodio sovietico di lotta al vertice condotta attraverso l'eliminazione fisica dei perdenti. Nel 1959 restano nel Gulag solo 11 mila detenuti per reati politici e il Gulag stesso si assesta su una cifra media di 900 mila detenuti, con piccole unità che prendono il posto degli enormi complessi penitenziari.

Il bilancio del terrore nell'Urss.
Al di là delle menzognere ricostruzioni fornite dal governo di Mosca fino all'era di Gorbachev, il dibattito tra gli storici, prima della fine del comunismo, era stato segnato dalla contrapposizione tra gli studi di Robert Conquest sulle repressioni staliniane, che, sulla base di estrapolazioni dai pochi dati accessibili, calcolava le sole vittime di Stalin in circa 20 mil., da un lato, e le posizioni di alcuni giovani storici revisionisti come J.Arch Getty, dall'altro, che sostenevano che le vittime fossero invece solo nell'ordine delle migliaia. Con Gorbachev, nel 1987, giungono le prime ammissioni sovietiche semi-ufficiali, che parlano di 5 mil. di famiglie contadine deportate all'inizio degli anni '30 e di 17 mil. di persone che passano attraverso il Gulag. Ma solo la caduta del comunismo a Mosca apre agli storici gli archivi del governo e della polizia, consentendo i primi studi quantitativi affidabili. Le molte ricerche soprattutto russe degli anni '90 permettono di stabilire che le vittime del comunismo non furono meno di 10 mil. durante l'epoca di Lenin e 10 mil. durante l'epoca di Stalin. Non è possibile calcolare esattamente i decessi nei campi di concentramento e possono elevare il bilancio soprattutto i caduti durante i massacranti trasferimenti ai campi, dei quali all'epoca non veniva tenuta alcuna contabilità. Le ricerche comunque continuano. Nell'ottobre 1999 la Commissione storica per la riabilitazione delle vittime del terrore nominata dal Cremlino e presieduta da Aleksandr Yakovlev calcola i morti causati dal comunismo in Urss tra il 1917 e il 1953 in 43 mil. A Mosca di grande importanza e attendibilità è anche il lavoro dell'associazione Memorial, che da anni raccoglie ogni documentazione possibile per ricostruire anche le singole vicende delle vittime del terrore.


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