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  Aurora86 AZZURRA LIBERTA' - * BLOG MORALMENTE INFERIORE *
 
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AZZURRA LIBERTA'-ASCOLTA
 

INNO FORZA ITALIA-ASCOLTA
 



In una democrazia è il popolo
che sceglie i leader, non sono
i leader che scelgono il popolo.
Silvio Berlusconi 02/12/2006

MENO MALE CHE SILVIO C'E'



PROGRAMMA DI GOVERNO
2008-2013


TUTTI I CANDIDATI DEL
POPOLO DELLA LIBERTA'





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...andremo avanti con la forza
della gente contro i parrucconi
della politica.-Silvio Berlusconi
P.zza S.Babila Milano 18/11/2007





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"La difesa della libertà è la
missione più alta,più nobile,
più entusiasmante che      
ciascuno di noi possa avere
l'avventura di fare."     
Silvio Berlusconi  
























"E' sorta in questi anni 
un'altra Italia, umile e  
tenace , orgogliosa e    
onesta, moderata  ma   
ferma  nel  difendere   
i  principi  di  libertà,   
che  non  ha  nessun    
passato da nascondere 
e  che  soprattutto non 
ha paura di sperare e di
credere. Questa  Italia 
siamo  noi,  si  chiama  
FORZA  ITALIA  "     
Silvio Berlusconi





STO LEGGENDO:
CAMBIARE REGIME
La sinistra e gli ultimi
45 dittatori(Einaudi)


"Cos'altro dovrebbe fare
la sinistra,se non lottare
contro  le dittature  e
battersi per liberare i
popoli oppressi?"



LA GRANDE BUGIA 
"Le sinistre italiane e
il sangue dei vinti".
 


GRAZIE ORIANA: PENSIERI
E PAROLE INEDITI DOPO
L'11 SETTEMBRE.



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"Troppo spesso è stata dimenticata   
la moralità del fare, la moralità del    
realizzare il programma annunciato  
agli elettori, la moralità dell’operare  
per mantenere gli impegni e per         
mantenere la parola data.                  
Per noi, la moralità nella politica        
consiste soprattutto nel mantenere  
gli impegni."   Silvio Berlusconi 


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11 novembre 2008

ESSERE UMANO ?

Chissà come soffre, quanta bile deve essersi riversata nel suo corpo dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, che in aggiunta all’arteriosclerosi e al rincoglionimento proprio di quell’età, alla frustrazione di aver tenuto per tutta una vita orgogliosamente in tasca la tessera di “comunista” e poi aver visto i suoi sogni svanire nel nulla, è quasi giustificato quindi uno come Andrea Camilleri, quando si unisce ad allegri girotondi insieme a “porche con le ali” , pseudo intellettuali e guitti&giacobini da operetta, oppure va arringando liceali nelle loro assemblee.
Non credo che il ministro Maria Stella Gelmini si sia offesa perché uno come Camilleri durante un arringa agli studenti di un liceo ha detto che “non è un essere umano”, non credo proprio, casomai gli avrà suscitato sentimenti di umana pietà, comprensione e compatimento, non può offendere infatti chi, a proposito di esseri umani, a voler essere buoni, è “poco più di un vecchio verme munito di gambe e braccia” , sempre che i vermi non si offendano naturalmente.






8 ottobre 2008

USA CARTE FALSE CHI E’ COMUNISTA VERO

 Tra una riunione e l’altra e mentre sta monitorando l’evolversi della crisi finanziaria ,il super ministro dell’economia,Giulio Tremonti, trova il tempo di replicare al “perdente di successo”, Veltroni e al ministro ombra Bersani, da lui ribattezzato compagno “Bersanov”, che lo avevano accusato di aver provato ad introdurre in Italia nel 2003, anche da noi i mutui subprime , e di non esserci riuscito solo grazie al fermo niet dell’opposizione.
«Chi usa carte false dimostra di essere un comunista vero , perché nel testo che ho firmato per il DPEF 2003-2007 quella ipotesi non c’è e visto che avevamo una maggioranza bulgara, se avessimo voluto farlo, l’avremmo fatto.
"Ho sempre sostenuto quello che sostengo adesso e non sono mai stato un liberista selvaggio. Ricordo invece le memorabili lezioni di Prodi sulla globalizzazione, sulla casalinga di Voghera col salame ungherese. E mi ricordo chi è andato alla City e si è messo in ginocchio e chi ha detto ’siamo stati legittimati dai mercati finanziari’. Del resto una larga fetta della sinistra, caduto il tempio del comunismo, ha trasferito i suoi denari da Mosca a Londra, tentando, appunto, di legittimarsi. Hanno anche adottato lo stile di vita dei managers. Certo mi rendo conto che è molto dura assistere nella propria vita due volte al crollo di un sistema: prima il comunismo, poi i mercati...".
Giulio Tremonti

Che dire ancora? Una volta i comunisti italiani ricevevano i dollari da Mosca. Poi, caduto il comunismo, hanno scoperto il mercato. E, come tutti i neofiti, invece di fare impresa hanno fatto gli affaristi, e gli è andata pure bene, provate un po’ a pensare se adesso erano i “padroni di una banca” come auspicavano Consorte, Fassino, D’Alema, La Torre & C. .
Certo non c’è da invidiarli, dopo il comunismo crollano i mercati finanziari, questo li costringerà ancora una volta a riposizionarsi, una vera e propria “bulimia da ripensamenti”…..






13 ottobre 2007

GIU' IL COLBACCO !!!

Ora però seriamente: rendetevi conto, abbiate un po’ di rispetto. Erano il Partito Comunista: il più grande Partito Comunista d’Europa. Partito. Comunista. Falce & martello. Unione Sovietica. Poi hanno perso l’Unione Sovietica. Hanno perso falce & martello, che furono svenduti a quelli che erano due perfetti sconosciuti: Bertinotti e Garavini. Hanno perso la parola Comunista. Sono diventati il Partito Democratico della Sinistra. Hanno digerito, e votato, un ex radicale anticlericale, Rutelli. L’hanno visto prosternarsi dal Papa. Hanno digerito Greganti e tutte le balle dei finanziamenti basati sulle salamelle. Hanno perso anche la parola Partito, sono diventati i Democratici di Sinistra. Hanno digerito gente come Marrazzo, hanno votato persino Badaloni. Hanno votato un boiardo democristiano come Prodi. Due volte. Ora perderanno anche la parola Sinistra. Diverranno il Partito Democratico. Con De Mita. Con Follini. Con Valerio Zanone. Hanno discusso di candidare anche Anna Finocchiaro: è rimasta Rosy Bindi. Sono rimasti cinque candidati di cui tre ex democristiani. Il favorito è un signore che ha dichiarato di non essere mai stato comunista. Rendetevi conto, questa è gente che ha sofferto. Che soffre. Un po’ di rispetto.

Thanks a Filippo Facci 




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permalink | inviato da Aurora86 il 13/10/2007 alle 1:58 | Versione per la stampa


1 ottobre 2007

IL SINDACATO COME LA BULGARIA COMUNISTA.

Nelle mani dei lavoratori e dei pensionati c'è una grande responsabilità: con il loro sì al referendum si approverà il protocollo sul welfare e eviterà anche che salti il "banco".
Così si è espresso il segretario della CGIL,Guglielmo Epifani sul referendum dei lavoratori chiamati ad approvare il protocollo sul welfare nei prossimi giorni in un’intervista a Repubblica.
Queste dichiarazioni hanno scatenato l’ira del segretario della FIOM Cremaschi che accusa: “mi sento personalmente umiliato per come si sono ridotti Cgil, Cisl e Uil: il loro ruolo è quello di essere i 3-4 senatori mancanti per la maggioranza. Sono supplenti umilianti del governo. Ci sono gravi responsabilità da parte dei gruppi dirigenti per aver portato il sindacato ad avere un ruolo così marginale".
Un affondo durissimo quello di Cremaschi: Epifani ci dà ragione. Da tempo diciamo che questo accordo è un disastro, perché peggiora le condizioni di tanta gente. Non ci sarebbe nessuna ragione di firmarlo, se non quella di sostenere il governo. Purtroppo Epifani dice la verità - non che il voto dei lavoratori faccia cadere il governo, una sciocchezza - ma nel senso che questo accordo è stato fatto avendo in mente solo gli equilibri politici e non gli interessi reali del Paese.
"Questo apre un problema evidente nel sindacato, che non ha il compito di far cadere i governi ma nemmeno quello di sostenerli. Questa intervista dimostra che c'è un problema grande come una casa di autonomia del sindacato e che Epifani dà ragione a tutti coloro che nelle fabbriche dicono che il sindacato, a seconda di chi è al governo, cambia la propria politica. Basti pensare appunto allo scalone Maroni e alla legge 30, contro cui siamo scesi in piazza e che adesso sono rafforzati nell'intesa. L'intervista di Epifani è la più chiara affermazione delle ragioni del no". 
"Quella sul welfare è una consultazione dove nelle fabbriche può parlare solo il sì e il controllo del referendum è fatto dalle strutture per il sì. Quindi, la gestione è in mano solo al sì. I lavoratori non potrebbero neanche conoscere ufficialmente le ragioni del no. Poi, per fortuna, siccome viviamo nell'Occidente riusciamo a comunicare attraverso i volantini e internet. Ci sono infatti diversi spot su 'youtube' per il no. Questo modo di organizzare il referendum da parte del sindacato è un ultimo pezzo di socialismo reale, del tipo Bulgaria comunista. Se non ci fossero internet e i volantini, teoricamente potrebbe parlare solo una parte".
Cremaschi ha scoperto l’acqua calda, da tempo immemorabile ormai si dice e si ripete che la “trimurti sindacale” è una costola politica,arretrata e antistorica, capace soltanto di difendere rendite di posizione e  diritti acquisiti,ma che si guarda bene di occuparsi di coloro che quei diritti non li hanno e non li avranno mai.
Costoro sono i maggiori responsabili del “furto legalizzato” che stanno compiendo i padri nei confronti dei figli, basta citare per tutti la modifica dello scalone pensionistico che verrà finanziato con l’aumento dei contributi a carico dei lavoratori precari.
Questo sindacato è la vera palla al piede del nostro paese,sono riusciti a far ingoiare ai lavoratori lo scippo del TFR, l’aumento delle tasse in busta paga, e adesso ci provano,e sicuramente ci riusciranno,a far passare persino l’aumento dell’età pensionabile,cosa buona e giusta per carità, ma che dimostra, caso mai ce ne fosse ancora bisogno,l’assoluta inadeguatezza e politicizzazione di un sindacato che si muove o si immobilizza a seconda di chi governa.
Del resto basta ascoltare i lavoratori di Mirafiori che a fine turno escono dall’assemblea dove i rappresentanti sindacali sono stati accolti  a fischi e pernacchie : “Con Berlusconi saremmo scesi in piazza”.




2 agosto 2007

E’ UNA “VERGOGNA” ESSERE STATO COMUNISTA.

 E’ nato nel 1955 a Roma e qui risiede da sempre. E’ sposato con Flavia e ha due figlie, Martina e Vittoria. Nel 1976 viene eletto Consigliere comunale a Roma, ruolo che ricopre fino al 1981. Nel 1987 viene eletto deputato.
Questo l’incipit della biografia di Walter Veltroni che compare sul sito web lanuovastagione, che prosegue poi con l’adesione al PDS di Achille Occhetto e il proseguimento della carriera politica sino ad oggi.
A questo punto una domanda sorge spontanea: con quale formazione politica si è candidato Veltroni prima al comune di Roma e poi alla camera dei deputati?
Forse come indipendente, in qualche lista civica, o che altro?
Eppure la militanza nel PCI fa curriculum,così come essere stato membro della direzione nazionale della Federazione Giovanile Comunisti Italiani,quella che all’art.1 del suo statuto recitava” La Fgci si riconosce nella strategia del Partito Comunista Italiano, contribuisce ad arricchirla, ed educa i suoi iscritti alla conoscenza del marxismo e del leninismo, nello spirito dell'antifascismo e dell'internazionalismo proletario”,chissà perché questi passaggi così significativi della carriera politica di Veltroni vengono ignorati,sarà una svista? Una dimenticanza? O un consapevole occultamento?
Si lo so cosa volete dirmi, che Veltroni da un pezzo ha dichiarato di essere sempre stato “anticomunista”, credo che nessuno,io per prima, abbia difficoltà a crederlo.
In Italia infatti tutti gli anticomunisti come Veltroni si iscrivevano al PCI, così come tutti coloro che andavano per le piazze a chiedere firme per Solzhenicyn e raccoglievano sputi e insulti dai compagni, e naturalmente tutti gli anticomunisti come Veltroni per abbattere i regimi totalitari dell’est europeo,andavano a Berlino Est ai festival della Gioventù comunista ad applaudire i tetri e sanguinari burocrati di Breznev.
Evidentemente doveva essere un omonimo quel Veltroni che il 24 febbraio 1974 organizzava una formidabile manifestazione anticomunista intitolata: Togliatti con noi. Nel nome di Togliatti le lotte dei giovani per la pace, la libertà, il socialismo.
Dite la verità,non vi fanno quasi tenerezza anche a voi, questi ex e post comunisti che, dopo essere stati costretti dalla “VERGOGNA” e dal “FALLIMENTO” a cambiare più volte nomi e simboli, evitano accuratamente di citare le parole comunista e comunismo nelle loro biografie e nei loro curriculum come una vergogna incancellabile?




18 maggio 2006

I CRIMINI DEL COMUNISMO: LE CORRESPONSABILITA' DEI COMUNISTI ITALIANI

Le corresponsabilità dei comunisti occidentali: il caso del Pci.

Né Antonio Gramsci né gli altri socialisti italiani filobolscevichi, che nel 1921 fonderanno il Pci, avanzano alcun rimprovero a Lenin per il terrore praticato nei primi anni del regime. Nel 1926, da Mosca, Palmiro Togliatti riprende duramente l'amico Gramsci, che ha osato criticare Stalin per la maniera in cui ha gestito la successione a Lenin al vertice del Pcus. Divenuto segretario del Pci dopo l'arresto di Gramsci, nel 1929 Togliatti abbandona Bukharin, cui è stato vicino, e si allinea sulle posizioni di Stalin. Da quel momento egli stesso e l'intero partito non lesineranno le lodi più menzognere nei confronti di Stalin e dell'Urss staliniana. Togliatti nell'ottobre 1936 su "L'Internationale Communiste" a proposito dei processi di Mosca: "L'Unione sovietica è il paese della democrazia più conseguente"; trotskisti e zinovevisti mirano alla "restaurazione del capitalismo" passando "da un'opposizione in seno al partito e contro il partito fino all'ultima tappa, all'avanguardia della controrivoluzione e del fascismo"; "Coloro che hanno smascherato e annientato i banditi terroristi si sono resi benemeriti di fronte all'umanità intera"; "Il processo di Mosca è stato un atto di difesa della democrazia, della pace, del socialismo, della rivoluzione"; coloro che hanno chiesto garanzie giuridiche per gli imputati "si sono addossati il peso di una missione poco onorevole". La risoluzione del Pci pubblicata su "Lo Stato Operaio" del marzo 1938, relativa ai processi di Mosca, si conclude con un entusiasta: "Viva il continuatore dell'opera di Feliks Dzerszhinskij, Nicola Ezhov!". I processi di Mosca verranno difesi del resto fino al 1956. Lo storico Gastone Manacorda nel 1948: "Non certo l'Unione Sovietica ha da arrossire [...] per aver saputo tempestivamente scoprire e stroncare la quinta colonna che i nazisti alleati col trotzkismo andavano organizzando nell'interno del paese, penetrando fino nei gangli più vitali dello Stato, dell'esercito, dello stesso partito bolscevico. Sembra incredibile che ancora possa avere qualche successo il mito di questi processi, quando ormai il carattere di quinta colonna nazista della congiura bukhariniano-trotzkista è larghissimamente documentato da fonti non sospette".

Ma nelle repressioni staliniane Togliatti assume anche una parte attiva. Nel 1936 sovrintende l'operazione (fallita) volta a catturare ed eliminare Trotskij appena riparato in Messico. In Spagna come responsabile dell'Internazionale comunista, asseconda la campagna di sterminio dei trotzkisti e degli anarchici. Nel 1937 è coinvolto nell'eliminazione di Andrés Nin, capo dei comunisti antistalinisti spagnoli. Nella primavera 1938 prende parte alla riunione del Presidium del Comintern che condanna Bela Kun. Nell'agosto 1938 viene richiamato a Mosca per apporre la sua firma sul decreto di scioglimento del Pc polacco, che apre la via all'eliminazione fisica di tutti i maggiori dirigenti di questo. Durante la guerra, al comunista Bianco che gli chiede di intervenire a favore dei prigionieri italiani in Russia (circa 100 mila: ne torneranno solo 13 mila), risponde nel febbraio 1943: "La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l'Unione sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire. [...] Non c'è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantesca del fascismo. [...] Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, è il più efficace degli antidoti. [...] T'ho già detto: io non sostengo affatto che i prigionieri si debbano sopprimere, tanto più che possiamo servircene per ottenere certi risultati in un altro modo; ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro, non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia".

Ministro nei governi di unità nazionale durante la liberazione, Togliatti chiede la censura per le pubblicazioni antisovietiche. Egli, di persona o per mezzo di altri esponenti comunisti nel governo, riferisce quotidianamente all'ambasciatore sovietico le attività che si svolgono entro il governo e i ministeri italiani. Nel febbraio 1948 ispira l'editoriale de "L'Unità" La vittoria di Praga, che definisce l'illegale presa del potere da parte dei comunisti cecoslovacchi come una mossa preventiva volta a sventare un colpo di stato americano (mentre il matematico e dirigente comunista Lucio Lombardo Radice precisa: "E' assurdo voler porre il problema dell'indipendenza nazionale nei confronti dell'Urss allo stesso modo in cui lo si pone nei confronti dei paesi imperialisti. Non può esistere timore, sospetto di oppressione nazionale del paese del socialismo a danno di altri popoli").

Nel dopoguerra cominciano ad affiorare sulla stampa indipendente le denunce dello stalinismo e Togliatti è in prima linea nel rifiutarle e ridicolizzarle. Nel 1950 attacca sprezzantemente "i sei che sono falliti", gli ex-comunisti Silone, Gide, Koestler, Wright, Spender e Fisher, coautori del volume di denuncia dello stalinismo Il Dio che è fallito, appena tradotto in Italia da Comunità. Ancora nel 1950 su 1984 di Orwell: "E' una buffonata informe e noiosa, giudicabile semmai come strumento di lotta che uno spione ha voluto aggiungere al suo arsenale anticomunistico"; "C'è tutto, come si vede; ci sono, principalmente, tutte le bassezze e le volgarità che l'anticomunismo vorrebbe far entrare nella convinzione degli uomini. Mancano solo, ci pare, i campi di concentramento, perché per sua sventura l'autore è scomparso prima che questa campagna venisse lanciata. Altrimenti ci sarebbe, senza dubbio, un capitolo in più"; "Il tutto, come si vede, è primitivo, infantile, logicamente non giustificato". Nel 1950: "Al sentire Gide, di fronte al problema dei rapporti fra i partiti e le classi, dare tutto per risolto identificando l'assenza di partiti d'opposizione, in una società senza classi, con la tirannide e relativo terrorismo, vien voglia di invitarlo ad occuparsi di pederastia, dov'è specialista, ma lasciar queste cose, dove non ne capisce proprio niente". Nel 1951: "Silone [...] è un poco di buono [...]. Quando Silone se ne andò, anzi fu messo fuori dalle nostre file (per conto suo ci sarebbe rimasto, a dir bugie e tessere l'intrigo), l'avvenimento contò. Silone ci aiutò, in sostanza, non solo a approfondire e veder meglio, discutendo e lottando, parecchie cose; ma anche a riconoscere un tipo umano, determinate, singolari forme di ipocrisia, di slealtà di fronte ai fatti e agli uomini". La Russia comunista è dipinta come un paradiso. Nel 1951: "Noi facciamo uno sbaglio, di solito, quando parliamo della Russia. Ci lasciamo alle volte abbagliare troppo dagli aspetti immediati del progresso economico e sociale e ad essi ci fermiamo. Sono progressi enormi, che hanno trasformato una società e ora incominciano a trasformare anche gli aspetti delle cose naturali. Non esiste un regime che abbia fatto e sia capace di fare altrettanto. Vorrei dire, però, che anche se il progresso materiale fosse stato rninore, o rivelasse lacune, decisiva è stata ed è la trasformazione dell'uomo. Quel dirigente della organizzazione della produzione, dello Stato, del partito, che ti accoglie alla frontiera, nella sede cittadina, nel reparto di fabbrica, nella redazione, nella clinica, nella scuola, sui campi, che, anche se vecchio d'anni, è giovanile, sicuro di sé, sereno, pieno di slancio, padrone del suo lavoro fino all'ultimo particolare locale e fino alla nozione esatta del posto che quel particolare ha nel quadro della vita nazionale, attento ai bisogni e all'animo degli uomini che lo circondano, spronato da uno spirito critico sempre sveglio e persino esasperato, disinteressato personalmente ma non privo di vita personale libera e molteplice - questo è un uomo nuovo ed è la vera sostanziale conquista del regime comunista". Togliatti plaude anche alle ultime campagne staliniane di repressione. Nel 1952: "Slansky ed i suoi sono stati sorpresi mentre operavano sul terreno della congiura politico-militare, per tentare il colpo di stato controrivoluzionario. Così come avevano tentato Trotskij e i suoi".

Nel Comitato centrale del 13 marzo 1956, di ritorno dal XX Congresso del Pcus, in cui Kruscev ha per la prima volta denunciato i crimini dello stalinismo, Togliatti rilancia l'idea delle diverse "vie nazionali al socialismo", si richiama a Gramsci e al modo in cui il Pci ha "utilizzato il parlamento" a differenza del Pc greco, ma accenna solo elusivamente ad "errori" di Stalin, mentre l'unico a domandare spiegazioni, in particolare riferimento a Bela Kun e all'epurazione del Pc polacco, è Umberto Terracini. Quando nel marzo 1956 il "New York Times" dà notizia del rapporto segreto di Kruscev, Togliatti parla in privato di "chiacchiere senza importanza". Nell'intervista a "Nuovi Argomenti" del maggio 1956 dichiara non distrutti "quei fondamentali lineamenti della società sovietica, da cui deriva il suo carattere democratico e socialista e che rendono questa società superiore, per la sua qualità, alle moderne società capitalistiche"; parla soprattutto di "errori" di Stalin; polemizza contro gli "alfieri dell'anticomunismo", "calunniatori ufficiali"; dichiara compito del Pcus riportare il paese "a una normale vita democratica, secondo il modello che era stato stabilito da Lenin nei primi anni della rivoluzione" (negli stessi giorni in cui l'insigne latinista e dirigente del Pci Concetto Marchesi fa l'apologia dello stalinismo, definendo il XX Congresso un "fragoroso confessionale di domestici peccati" e alludendo sprezzantemente alla rozzezza intellettuale di Kruscev). Togliatti è con i sovietici nella repressione dei moti polacchi e ungheresi. Nel luglio 1956 scrive che le file dei rivoltosi di Poznan sono composte "esclusivamente di elementi della malavita" (quando il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio ha già ammesso che il moto in Polonia deriva da "un malcontento diffuso e profondo nella massa degli operai"). Nell'ottobre 1956 preme addirittura sui dirigenti sovietici titubanti perché intervengano in Ungheria, e, una volta che questi si sono decisi, approva pubblicamente la repressione della rivolta di Budapest, respingendo gli attacchi della stampa borghese (mentre in privato giunge a brindare all'intervento sovietico). In quei giorni l'intellettuale e dirigente comunista Mario Alicata: "in questo momento l'esercito sovietico sta difendendo l'indipendenza dell'Ungheria". Al XXII congresso del Pcus del novembre 1961, Kruscev riprende e approfondisce la denuncia dello stalinismo. Dall'Italia Togliatti commenta le sue parole. Ammette le "tragiche violazioni della legalità socialista", riferendosi (solo) alla condanna di comunisti assolutamente innocenti durante le purghe, ma le imputa a "errori del passato collegati al culto della persona di Stalin", all'"annullamento di ogni carattere collegiale della direzione", all'"accentramento nella persona di Stalin non solo della direzione politica, ma della stessa possibilità dell'elaborazione teorica". E parla di "contraddizioni sempre più acute tra la sostanza e le basi fondamentalmente democratiche della società nuova, fondata su di un'economia socialista e sul potere dei soviet da una parte, e dall'altra una direzione per molti aspetti autoritaria e coercitiva", nonché di "lotta giusta e motivata contro le opposizioni trotskiste e di destra". Ascrive a merito del regime la "trasformazione sociale delle campagne, sia pure attuata con eccessiva fretta e con errori" (i milioni di contadini morti); e conclude: "Gli errori e le deformazioni, per quanto gravi, non hanno compromesso e intaccato le basi e la sostanza profondamente democratica della società socialista". Nel 1964 ha parte attiva nel complotto che porta alla destituzione di Kruscev.

Tutto il partito - compresi importanti intellettuali - si è abbandonato al culto della personalità di Stalin. Il 6 marzo 1953, il giorno dopo l'annuncio della morte di Stalin, "L'Unità" diretta da Pietro Ingrao titola E' morto l'uomo che più ha fatto per la liberazione del genere umano. Lucio Lombardo Radice nel 1947: "Le vite come quella di Stalin, come già quella di Lenin, sono il primo esempio di una condizione umana più elevata, di un'umanità che domina le condizioni esterne invece di esserne dominata: le vite di uomini liberi e liberatori". Nel 1948: "Marxista creatore, Stalin non è soltanto uno studioso di genio che analizza i problemi storico-politici alla luce dei principi del marxismo; è questo, sì, ma è anche e soprattutto il grande rivoluzionario, il grande costruttore, che analizza i rapporti per trasformarli, che studia i problemi per risolverli praticamente". Nel 1950: "Non solo gli scienziati marxisti, ma tutti gli studiosi serii e onesti hanno unanimemente reso omaggio alla profondità e all'importanza dei giudizi e delle definizioni di Stalin relativi alla linguistica, al suo carattere, alla sua evoluzione". Nel 1952: "Millenovecentoventiquattro: l'anno della morte di Lenin, l'anno di difficoltà economiche e di aspre lotte all'interno del Partito. Preoccupazione costante di Stalin in questo anno, come sempre, è lo sviluppo democratico del Partito". Nell'aprile 1956, dopo la divulgazione del rapporto Kruscev: "Dirò che anche per me, intellettuale e "vecchio" militante comunista, si pongono molti nuovi e difficili problemi. Nessun "rimorso", ho detto, anzi orgoglio per aver tenacemente in questi venti anni difeso ed esaltato l'Urss e con essa il compagno Stalin, non solo perché egli in quel periodo la rappresentava di fronte al mondo, ma anche per il suo grande contributo personale, che un esame critico dei suoi errori e sue colpe non annulla"; "continuo a considerare Stalin un classico del marxismo, uno dei più grandi pensatori e rivoluzionari della nostra epoca". Anche i linguisti Giacomo Devoto e Tullio De Mauro ritengono opportuno citare gli insegnamenti di Stalin nel campo della linguistica. Lo storico Gastone Manacorda nel 1948, a dieci anni dalla pubblicazione del Breve corso (la Storia del Partito comunista dell'Unione sovietica, in cui Stalin codifica il marxismo e dell'Urss presenta una storia incredibilmente deformata), lo celebra su "L'Unità" con l'articolo Nel decimo anniversario di un grande libro. Valentino Gerratana nel 1951: "Viene così sfatata la leggenda piuttosto diffusa, e tuttora difesa come vangelo dalla pubblicistica reazionaria, secondo cui nei primi anni del potere sovietico, fino alla morte di Lenin, Stalin avrebbe avuto una parte di secondo piano rispetto a quella, ad esempio, di un Trotskij. Certo Trotskij conosceva assai bene l'arte borghese di mettersi in mostra, ma la verità è che, ancor prima di smascherarsi definitivamente, già nei primi anni di esistenza dello stato sovietico, tutta la sua attività era rivolta a sabotare la rivoluzione, a tradirne le conquiste, a liquidarne al più presto i risultati. Ed e merito di Stalin aver saputo riconoscere fin dall'inizio i piani di Trotskij, intervenendo energicamente per neutralizzarli e farli fallire". Concetto Marchesi nel 1953: "L'opera di Stalin è opera liberatoria da qualunque oppressione: da quella che fa l'uomo schiavo della fame e della fatica a quella che lo fa strumento e oggetto di rovina. Ciò che è avvenuto in Russia per opera sua avverrà in tutto il mondo". Il critico d'arte Antonello Trombadori nell'agosto 1956, dopo le denunce kruscioviane: "Lenin e di Stalin, due uomini diversi, due diverse figure, ma l'una e l'altra indissolubilmente, organicamente inserite nella trasformazione rivoluzionaria del vecchio, decrepito impero russo in quella fucina di problemi moderni, avanzati, contraddittori, liberatori di masse sterminate, che è l'attuale Unione Sovietica". La venerazione ufficiale si estende peraltro ai più biechi collaboratori di Stalin. Nel 1948, morto Zdanov, coordinatore del Cominform e zelante esecutore della politica staliniana nei confronti degli intellettuali, il pittore Renato Guttuso lo commemora come "uno degli uomini migliori del mondo". Ma anche il poeta cileno Pablo Neruda segue commosso i funerali di Vishinskij, il pubblico accusatore dei processi-spettacolo staliniani: "La luce di Vishinskij ritorna nelle viscere della madre patria sovietica". Il culto della personalità travalica del resto gli stretti confini del partito. In occasione della morte di Stalin, il discorso più commosso al Parlamento italiano è pronunciato da Sandro Pertini, che si definisce "umile e piccolo uomo davanti a tanta grandezza, a una simile pietra miliare sul cammino dell'umanità": "si resta stupiti per la grandezza di questa figura che la morte pone nella sua giusta luce. Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto".

Il mito dell'Unione sovietica è stato coltivato sistematicamente ben oltre la morte di Stalin. Nel 1946 il Pci diffonde l'opuscolo ad uso dei militanti Russia, paese libero, pacifico e felice. Lucio Lombardo Radice nel 1949: "Per la prima volta nella storia dell'umanità lo sviluppo della società avviene non più per il giuoco cieco di leggi elementari, molecolari, non più attraverso il contrasto di classi in lotta, ma in forma pienamente consapevole, davvero umana". Mario Alicata nel 1952 dichiara che in Urss "l'uomo è più libero che in tutti i paesi del mondo" e che "questo è il primo paese della storia del mondo in cui tutti gli uomini siano finalmente liberi". Lo storico Giuseppe Boffa nel 1957: "Questo è il paese dove più avanti è stata portata la causa della liberazione sociale, con lo sprigionamento di un immenso potenziale di autentica libertà". Ancora nel dicembre 1981 Giancarlo Pajetta dice che "la crisi del mondo capitalistico non ha eguali e non è reversibile" mentre il socialismo, benché drammaticamente imperfetto, è "qualcosa di perfettibile".


                                 


10 maggio 2006

NAPOLITANO,UNA CARRIERA SUI SILENZI

«La politica è sangue e merda»: anche quanti non condividono questa secca esternazione di un vecchio amico di Napolitano, l'ex ministro craxiano Rino Formica, converranno sul fatto che le qualità maggiormente da apprezzare in un politico sono il coraggio e la chiarezza delle posizioni,assunte anche a rischio dell'impopolarità e delle poltrone. Ebbene, il sosia di Re Umberto II di Savoia, sponsorizzato dall'ingegner De Benedetti e da Repubblica, ed enfaticamente esaltato ieri dal Corriere della Sera come il «Principe rosso», l'«uomo dei record targati Pci» nei momenti cruciali. Quando occorreva scegliere su quale posizione politica, e quale leader sostenere o affossare, si è sempre, astutamente, defilato. Nel 1956, all'indomani dell'invasione dei carri armati sovietici a Budapest,mentre Antonio Giolitti e altri dirigenti di primo piano lasciarono il partitone rosso, Napolitano arrivò a bocciare con durezza questa scelta dell'esponente piemontese, profondendosi in elogi non solo di Togliatti, ma anche di Stalin. Il quale, facendo fucilare i rivoltosi di Budapest, avrebbe addirittura contribuito a rafforzare la «pace nel mondo».
La riluttanza di Napolitano a lanciare la sfida per la conquista della leadership all'interno del Pci, anche quando dopo l'improvvisa morte di Berlinguer avrebbe avuto non poche chances di spuntarla,e la sua propensione a ritagliarsi incarichi di prestigio, ma non di primo piano, gli hanno fatto meritare la celebre stroncatura di Massimo Caprara, l'ex segretario particolare di Togliatti: «Giorgio? I suoi ruggiti somigliano, quasi sempre, a dei belati». In realtà, parafrasando Flaiano, Napolitano rappresenta il perfetto esemplare del «comunista alle vongole». Quel dirigente, cioè, che tenendo famiglia e partito, pur non condividendo affatto il compromesso storico, ha deciso di avanzare delle lievi critiche alla proposta di Berlinguer,mai spingendosi a sfidare in campo aperto il segretario. Più tardi, all'epoca del craxismo, il deputato campano fece sapere di condividere alcune battaglie di Bettino, come quella sulla riforma della scala mobile, ma non intese impegnarsi per convincere la maggioranza del Pci a non scontrarsi frontalmente con i socialisti. Fu in quel periodo che i suoi avversari interni lo declassarono da riformista a «migliorista»: per gli ex comunisti, quasi un insulto, che andava a colpire un dirigente, considerato alla stregua degli odiati socialdemocratici,che non si proponevano di cambiare la società, ma soltanto di migliorarne alcuni aspetti.
Nella sua regione, la Campania, Napolitano ha subìto, in religioso silenzio, l'ascesa di Bassolino: pur detestando don Antonio, non si è mai opposto al sistema di potere clientelare del governatore della Campania, limitandosi a far sapere, nel luglio del 2005, che condivideva solo alcune delle critiche, molto documentate, rivolte da Salvi e da Villone, della sinistra interna, sulla «questione morale» e sugli sprechi delle giunte di centrosinistra nelle regioni meridionali.
Napolitano non rinunciò alla flemma e al distacco neppure nella bufera di Tangentopoli. Mentre l'allora segretario del Pds batté un colpo, andando alla Bolognina a chiedere scusa ai militanti nel tentativo di contenere i danni che l'inchiestona della procura di Milano aveva provocato anche al suo partito, «Lord Brummel», come lo hanno battezzato gli amici per la sua antiquata eleganza, che era allora presidente della Camera, insabbiò un drammatico documento. La lettera con la quale un giovane deputato socialista di Brescia,il craxiano Sergio Moroni, raggiunto da un avviso di garanzia firmato da Antonio Di Pietro per illecito finanziamento del partito, prima di suicidarsi, aveva sollecitato che si svolgesse un approfondito e serio dibattito a Montecitorio. Invitando Napolitano a far emergere la «distinzione tra quanti hanno accettato di adeguarsi a procedure legalmente scorrette in una logica di partito e quanti, invece, ne hanno fatto uno strumento di interessi personali».
Ma quel che non può essere accettato è il diktat,secco, di Fassino: sul Colle deve salire a tutti i costi un diessino. Il primo partito del centrosinistra, reduce da un risultato tutt'altro che esaltante, è rimasto senza poltrone. E i diessini si stanno muovendo con l'obiettivo di lottizzare la presidenza della Repubblica, considerandola quasi alla stregua di un'Azienda sanitaria locale. Per Fassino e compagni, per fare il Capo dello Stato non basta aver partecipato ai congressi della Quercia, come ha fatto Giuliano Amato dopo la tragica morte del Psi,ma occorre aver avuto la tessera del vecchio Pci con le pregiate firme di Togliatti, Longo e Berlinguer. Contro questa logica, prima ancora dei leader di centrodestra, i primi a doversi ribellare dovrebbero essere i capi delle formazioni dell'area moderata e socialista dell'Unione. Se non intendono limitarsi a fare da spettatori ubbidienti ai Ds, Rutelli, Fassino e Mastella dovrebbero ridimensionare le arroganti pretese egemoniche degli alleati. Speriamo che almeno ci provino.

Pietro Mancini-Il Giornale

                 


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