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Silvio Berlusconi 02/12/2006

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...andremo avanti con la forza
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della politica.-Silvio Berlusconi
P.zza S.Babila Milano 18/11/2007





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"La difesa della libertà è la
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Silvio Berlusconi  
























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CAMBIARE REGIME
La sinistra e gli ultimi
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"Cos'altro dovrebbe fare
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"Le sinistre italiane e
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la moralità del fare, la moralità del    
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agli elettori, la moralità dell’operare  
per mantenere gli impegni e per         
mantenere la parola data.                  
Per noi, la moralità nella politica        
consiste soprattutto nel mantenere  
gli impegni."   Silvio Berlusconi 


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15 novembre 2008

TAGLIARE SI PUO' ANZI SI DEVE

Più che un onda è stato un gavettone, si può sintetizzare così il flop della manifestazione contro la riforma della scuola svoltasi a Roma dove hanno partecipato poche decine di migliaia di persone, 200.000 secondo gli organizzatori, numeri che,come abbiamo visto nelle settimane scorse sono puro esercizio di fantasia, per la questura infatti non erano più di 30.000 , addirittura a molti studenti il biglietto di viaggio è stato pagato dalla CGIL e dal PRC ,ogni altro commento mi sembra del tutto inutile e inopportuno.
Si è manifestato dunque per la difesa dello status quo dell’università italiana, che come ho spiegato più volte,salvo lodevoli eccezioni che pure ci sono, è una fabbrica di somari e ignoranti, 5500 corsi di laurea tra i più disparati, il doppio della media europea, 90 atenei e 320 sedi distaccate, nessuno di questi presenti tra i primi 150 del mondo, che sfornano un numero di laureati inferiore a quello del Cile, e sulla cui preparazione media è meglio stendere un velo pietoso, insomma una catastrofe e il bello è che si manifesta per conservare tutto ciò.
Ha ragione il ministro Gelmini quando definisce il sistema scolastico e universitario italiano una macchina con il motore rotto a cui è inutile aggiungere benzina cioè soldi se il motore è guasto, oggi come oggi l’università italiana rappresenta un enorme costo per i contribuenti senza nessun risultato apprezzabile,anzi ogni anno si spendono più soldi e va sempre peggio, senza cambiamento non c’è futuro, non ci possiamo più permettere certi lussi, i costi si devono tagliare e la spesa va riqualificata, tagliare si può,anzi si deve, è molto meglio spendere i soldi per togliere l’ICI dalla prima casa piuttosto che spenderli per alimentare baronie e clientele varie nelle università, dove i concorsi vengono vinti dai soliti noti e si danno incarichi a precari che vengono rinnovati in continuazione senza avere un progetto preciso, altrimenti quelli che servono si assumano in ruolo, si sprecano preziose risorse per favoritismi a destra e a manca, per creare corsi di laurea e cattedre inutili, ma cosa c’è da difendere di questo sistema? Persino l’Economist , settimanale britannico che non è mai stato tenero con il governo Berlusconi, sostiene il ministro Gelmini e scrive che
l’università italiana ha disperatamente bisogno di una riforma,essendo il settore peggio gestito, peggio performante e più corrotto d’Italia, e tuttavia resiste al cambiamento.
Il decreto Gelmini sull’università pubblicato qualche giorno fa in gazzetta ufficiale, cui seguirà un articolato disegno di legge di riforma del sistema universitario è una prima risposta nel segno della meritocrazia, qualità, razionalizzazione ed efficienza, apprezzato anche dal Presidente Napolitano.
Solo gli atenei con i bilanci in regola potranno procedere a nuove assunzioni, le commissioni esaminatrici dei concorsi saranno composte da esterni selezionati con sorteggio, si incrementa il fondo per il diritto allo studio e per gli alloggi degli studenti di 200 milioni.
Forza allora ministro Gelmini, affondi il bisturi per eliminare il cancro e le metastasi della conservazione e dello status quo, è un servizio che va reso all’Italia e soprattutto alle nuove generazioni.

UPDATE: «Vogliamo cancellare dalla scuola e dall’università l’ideologia dell’egualitarismo, del 18 o del 6 politico a tutti, e lo vogliamo fare perché abbiamo fiducia nelle persone».
"Sono orgogliosa del decreto che abbiamo approvato nel penultimo consiglio dei ministri. E' un decreto molto scarno, consta di solo tre articoli, ma vuole essere un primo passo verso il cambiamento", lo dice il ministro dell’istruzione Maria Stella Gelmini intervendo all’assemblea dei Circoli del Buon Governo a Montecatini Terme.
"In quel decreto - sottolinea - abbiamo voluto mettere al centro del sistema universitario lo studente e le loro famiglie". E, aggiunge il ministro, pur in presenza "di una finanziaria in cui il nostro obiettivo non è quello di mettere le mani nelle tasche degli italiani, quindi di non aumentare la tassazione, ma di spendere al meglio il denaro pubblico, abbiamo trovato risorse per le borse di studio". Questo governo, sottolinea "per la prima volta è in grado di concedere 180 mila borse di studio a tutti i ragazzi capaci e meritevoli". Inoltre, continua il ministro, "è giusto sostenere le residenze universitarie".
Il diritto allo studio non si attua con l'università sotto casa oppure moltiplicando gli insegnamenti ha proseguito il ministro Mariastella Gelmini, acclamatissima dai giovani presenti, ha sottolineato che l'offerta formativa deve tener conto delle esigenze del mondo del lavoro.
Per dare nuovi finanziamenti all'università tenteremo nuovi percorsi - ha precisato il ministro -. Spero in un grande coinvolgimento delle imprese, ma deve essere chiaro che questo non significa privatizzazione. Stiamo faticando a trovare risorse nel pubblico come nel privato. Ma non possiamo arrenderci a restare tra gli ultimi posti nel mondo come qualità». Gelmini ha quindi ricordato che la nostra prima università si colloca al 192esimo posto nella classifica mondiale: Vogliamo che presto almeno una si classifichi fra le prime cento.
Dobbiamo avere il coraggio di cambiare, mettendo da parte la paura. Chi sta con i giovani non può che percorrere strade nuove. Le porte del ministero sono aperte a tutti coloro che vogliono dare un contributo alla nostra sfida. Le critiche vanno accettate, ma non accetterò mai di difendere situazioni indifendibili.
Adnkronos














12 gennaio 2008

VEDI LA SPAZZATURA E POI MUORI.

Dopo che si è occupato dell’Italia povera e depressa, il prestigioso settimanale britannico “The Economist” si occupa dei rifiuti della Campania, e non poteva essere altrimenti visto che le immagini del degrado sono arrivate in ogni angolo del pianeta.

I rifiuti accumulati nelle strade della città non sono solo poco salutari, ma soprattutto rappresentano un azzardo politico. Ricordano agli elettori la fragilità della loro civiltà - il che può indurli a ribellarsi ai propri rappresentanti politici. La spazzatura non raccolta aiutò a indebolire il governo Labour di James Callaghan nel famoso «inverno del malcontento» nel 1978-79.
Così a prima vista sorprende che il governo di centrosinistra di Romano Prodi abbia lasciato impuzzolentire la situazione dei rifiuti in Campania, la regione di Napoli. Dall’8 gennaio qualcosa come 60mila tonnellate di spazzatura sono state accumulate in strada, circa 5mila delle quali nella sola Napoli. I residenti si sono opposti alla riapertura di una discarica fuori dalla città affrontando scontri notturni con la polizia.
Questa crisi è tanto contro il governo quanto contro la spazzatura. Non è scoppiata in una notte. La Campania è afflitta dalla piaga dei rifiuti da circa 14 anni. Circa 8 miliardi di euro (11 miliardi di dollari) sono stati già spesi. I camion della nettezza urbana si sono fermati il 21 dicembre, perché le discariche intorno a Napoli erano piene e un inceneritore che doveva essere pronto non lo era. Entrambi gli sviluppi erano prevedibili. Il sindaco di centrosinistra di Napoli, Rosa Russo Iervolino, aveva avvisato Prodi della crisi all’orizzonte un anno fa. Ma niente è stato fatto. Il problema principale è che la Campania non ha inceneritori moderni. Il motivo è che i piani per costruirli hanno incontrato la determinata, e spesso aggressiva, contrarietà degli abitanti del luogo. La loro protesta è stata spesso sostenuta, se non orchestrata, dalla potente organizzazione criminale, la camorra, che realizza succulenti profitti dallo stoccaggio dei rifiuti in discariche illegali. Ma molti napoletani sono sinceramente preoccupati delle emissioni degli inceneritori proposti alla città. C’erano state critiche sul loro progetto. E poiché meno di un ottavo dei rifiuti della città è differenzato prima di essere raccolto, c’è il timore che materiale tossico possa essere bruciato insieme a materiale innocuo.
Prodi prima ha mandato l’esercito per togliere la spazzatura dalle strade intorno agli edifici scolastici, affinché le scuole riaprissero dopo le vacanze. Poi, l’8 gennaio, ha annunciato una serie di misure. Ha nominato un commissario speciale, l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, con potere di spazzare via la montagna di rifiuti, un mandato di 120 giorni e un aiuto continuato e garantito da parte dell’esercito. Prodi ha anche promesso tre nuovi inceneritori e «sufficienti» nuovi siti per le discariche. Ha dato alle autorità locali 4 mesi per la raccolta differenziata, pena il commissariamento. Prodi in precedenza aveva detto di voler risolvere in maniera definitiva il problema dei rifiuti a Napoli. Il suo piano potrebbe funzionare se venisse applicato. Ma a tal proposito c’è certamente molto scetticismo. De Gennaro è almeno il settimo «zar dei rifiuti» campani. Il premier non ha stabilito una scadenza per completare gli inceneritori, la cui realizzazione richiede almeno tre anni. Né ha detto come ha intenzione di superare l’opposizione degli abitanti alla creazione di discariche, che potrebbe addirittura essere più feroce rispetto a quella opposta alla costruzione di inceneritori.
Almeno una delle misure annunciate da Prodi ha avuto un impatto immediato. Le altre regioni italiane dovranno farsi carico di una parte dei rifiuti della Campania. Ma questo contrasta sia con la normativa italiana sia con quella europea (l’Unione europea ha già minacciato un intervento contro l’Italia sui rifiuti di Napoli). Prodi lo ha definito un espediente a breve termine per consentire misure di più lungo respiro. Ma nella crisi dei rifiuti della Campania niente si è dimostrato più inutile di soluzioni a lungo termine.

The Economist 11/01/2008






5 gennaio 2008

ITALIA POVERA E DEPRESSA/2

Gli italiani sono ubriachi di povertà e se ne sono accorti all’inizio dell’anno, dopo il Times e il New York Times anche l’Economist si accorge di un paese stremato e impoverito .
La spiegazione per l’Economist è semplice: è tutta colpa della stretta fiscale del governo, secondo il commentatore britannico «Visco ha cambiato le leggi per consentire controlli incrociati (la cosiddetta anagrafe tributaria) compresi i conti correnti bancari», ha aumentato le ispezioni in negozi, bar e ristoranti e ha obbligato i professionisti a pagare con denaro elettronico e assegni. Peccato che «più della metà dei 40 milioni di contribuenti italiani siano lavoratori dipendenti e pensionati» e che siano stati loro a soffrire di più.
E sempre i freddi numeri confermano che anche il Pil 2008 segnerà un passo indietro rispetto all’1,8% segnato nel 2007, «peraltro merito in gran parte - ammette il periodico economico - delle scelte del governo Berlusconi».
«L’anno scorso le imprese hanno ottenuto una riduzione fiscale - riconosce l’Economist - ma per le persone fisiche c’è stato un peggioramento», tanto che «perfino i sindacati chiedono tagli selettivi delle aliquote».
E qui il settimanale cita il «raro liberale Nicola Rossi», da tempo in aperta polemica con il Partito democratico nel quale milita, che afferma come i contribuenti italiani siano «gravati in maniera irragionevole da un carico fiscale senza precedenti» e che «quel tesoretto» spetti «ai lavoratori». Ma il perché questo non avvenga, secondo il periodico economico, è presto detto. Si chiama spesa pubblica, che secondo uno studio degli economisti di lavoce. info,Tito Boeri and Pietro Garibaldi, si è mangiata «più dei due terzi dell’extragettito », di cui larga parte è stato dirottato dal governo per «fini clientelari (patronage) e per «ammansire» (appease) consorterie dagli «interessi consolidati». «Non saranno in grado di ridurre le tasse finché non tagliano la spesa pubblica», dice Boeri all’Economist, una spesa pubblica «cresciuta come un treno di circa il 2% in termini reali». «Per il bene dell’economia - conclude Boeri - e per quello del centrosinistra è bene che qualcuno decida di tirare il freno a mano».
Mi sembra un analisi impeccabile,confermata anche da un recente sondaggio sul 2008 che evidenzia come 7 italiani su dieci vedono un orizzonte nero.
Insomma un ulteriore conferma,caso mai ce ne fosse ancora bisogno, che il governo e Prodi vivono su second life,raccontano favole e vedono un paese che esiste solo nella loro fantasia.




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