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AZZURRA LIBERTA'-ASCOLTA
 

INNO FORZA ITALIA-ASCOLTA
 



In una democrazia è il popolo
che sceglie i leader, non sono
i leader che scelgono il popolo.
Silvio Berlusconi 02/12/2006

MENO MALE CHE SILVIO C'E'



PROGRAMMA DI GOVERNO
2008-2013


TUTTI I CANDIDATI DEL
POPOLO DELLA LIBERTA'





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...andremo avanti con la forza
della gente contro i parrucconi
della politica.-Silvio Berlusconi
P.zza S.Babila Milano 18/11/2007





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"La difesa della libertà è la
missione più alta,più nobile,
più entusiasmante che      
ciascuno di noi possa avere
l'avventura di fare."     
Silvio Berlusconi  
























"E' sorta in questi anni 
un'altra Italia, umile e  
tenace , orgogliosa e    
onesta, moderata  ma   
ferma  nel  difendere   
i  principi  di  libertà,   
che  non  ha  nessun    
passato da nascondere 
e  che  soprattutto non 
ha paura di sperare e di
credere. Questa  Italia 
siamo  noi,  si  chiama  
FORZA  ITALIA  "     
Silvio Berlusconi





STO LEGGENDO:
CAMBIARE REGIME
La sinistra e gli ultimi
45 dittatori(Einaudi)


"Cos'altro dovrebbe fare
la sinistra,se non lottare
contro  le dittature  e
battersi per liberare i
popoli oppressi?"



LA GRANDE BUGIA 
"Le sinistre italiane e
il sangue dei vinti".
 


GRAZIE ORIANA: PENSIERI
E PAROLE INEDITI DOPO
L'11 SETTEMBRE.



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"Troppo spesso è stata dimenticata   
la moralità del fare, la moralità del    
realizzare il programma annunciato  
agli elettori, la moralità dell’operare  
per mantenere gli impegni e per         
mantenere la parola data.                  
Per noi, la moralità nella politica        
consiste soprattutto nel mantenere  
gli impegni."   Silvio Berlusconi 


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11 luglio 2009

LA DEMOCRAZIA IN PERICOLO

C’è davvero di che preoccuparsi se il trebbiatore di Montenero di Bisaccia,alias Antonio Di Pietro, acquista due pagine a pagamento sul Guardian e sull’ Herald Tribune per denunciare il pericolo che corre la democrazia italiana a causa del Lodo Alfano (Sic) .

A parte che non si capisce quali siano questi pericoli , visto che il Lodo Alfano sospende e non annulla i processi per la durata delle alte cariche dello stato, l’unico scopo dichiarato sarebbe quello di far processare Berlusconi per il caso Mills, ma anche questo sarebbe un clamoroso buco nell’acqua, considerato che il processo, quando sarà, ricomincerà dall’inizio e senza la “pasionaria” Nicoletta Gandus, magistrale esempio di “terzietà del giudice”,  un processo fondato sul nulla, come già appurato dalla magistratura inglese, con l’unico risultato certo che non potrà mai arrivare a sentenza prima della prescrizione per decorrenza dei termini.

Ma non solo,emerge prepotentemente, ancora una volta, la mostruosa ignoranza giuridica e istituzionale del trebbiatore molisano che, con questo atto, praticamente delegittima di fatto un parlamento democraticamente e liberamente eletto che ha approvato la legge in questione, il presidente della repubblica che l’ha controfirmata senza rilevare palesi vizi di incostituzionalità, e infine la stessa Corte Costituzionale chiamata a pronunciarsi sullo stesso.
Insomma costui si arroga il diritto di stabilire cosa è costituzionale e cosa non lo è, e se non è come pensa lui la democrazia è in pericolo (Sic), un vero e proprio concentrato di “autostima” , finirà che presto lo vedremo con uno scolapasta in testa, in Italia mancano soltanto i caschi blu dell’ONU e poi siamo a posto.
 
Se poi a tuonare contro il Lodo Alfano è un “Re della Casta”, un “campione della legalità” a chiacchiere  come Di Pietro, che protesta contro il Lodo Alfano e contemporaneamente si fa scudo dell’immunità dell’europarlamento per sottrarsi al processo intentato dal giudice Filippo Verde contro di lui per diffamazione con richiesta di risarcimento danni pari a 210.000 euro, non c’è davvero nulla da prendere sul serio, c’è solo da scompisciarsi dalle risate, soprattutto pensando a tutti quei frustrati e sfigati titillati da questo piccolo  tribuno ignorante e presuntuoso, in nome della giustizia e della legalità.
 
 

 

 


10 novembre 2008

LA FELICITA' E' TUTTA NOSTRA

«Quando sento Berlusconi prendere questa cosa alla leggera e scherzare sul fatto che Obama è "sempre abbronzato", mi fa strano. Lo si metterà sull'umorismo... Ma spesso, sono molto felice di essere diventata francese», ha dichiarato Carla Bruni, moglie del presidente francese Sarkozy in un'intervista apparsa domenica su Le Journal du Dimanche.
Madame Bruni si rilassi e stia serena, il sentimento è perlomeno reciproco, la stragrande maggioranza del popolo italiano infatti,non ama certo chi come lei, è pappa e ciccia con criminali assassini, brigatisti e terroristi come Marina Petrella e usa la sua influenza con il marito per impedire alla giustizia di fare il suo corso.
Pertanto, possiamo affermare,pacatamente e serenamente,senza tema di essere smentiti che:
LA FELICITA’ E’ TUTTA NOSTRA ! ! !






10 febbraio 2007

FOIBE : UNA TRAGEDIA ITALIANA ( I PARTE )

“...Oggi ancora si parla di “profughi”: . . . Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. . . . Questi relitti repubblichini che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare al loro paese d’origine perché temono di incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali, . . . coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava. . . essi sono indotti a fuggire, incalzati dal fantasma di un terrorismo che non esiste”

L’Unità 30 Novembre 1946

Così l’organo di stampa ufficiale dei “porci comunisti italiani” si occupava di “profughi”, coloro cioè che in quei giorni stavano scappando dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia per cercare rifugio in Italia,erano impauriti dall’alito di libertà(Sic).

I "comitati d'accoglienza" organizzati dal partito contro i profughi all'arrivo in Patria furono numerosi. All'arrivo delle navi a Venezia e ad Ancona, gli esuli furono accolti con insulti, fischi e sputi e a tutti furono prese le impronte digitali.

Famosa in tal senso fu la manifestazione di ostilità dei ferrovieri di Bologna, i quali, per impedire che un treno carico di profughi provenienti da Ancona potesse sostare in stazione, minacciarono uno sciopero. Il treno non si fermò e a quel convoglio, carico di umanità dolente, fu rifiutata persino la possibilità di ristorarsi al banchetto organizzato dalla Pontificia Opera Assistenza.

A La Spezia, città dove fu allestito un campo profughi, un dirigente della Camera del lavoro genovese durante la campagna elettorale dell'aprile 1948 arrivò ad affermare "in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani".

È doveroso precisare che i profughi non crearono mai, in nessun luogo dove trovarono rifugio, problemi di criminalità. Al contrario si distinsero per la laboriosità e per il rispetto delle leggi.

Tutti ormai sanno ciò che la storia ufficiale ha nascosto a 3 generazioni,e cioè che la pulizia etnica nei territori italiani della Jugoslavia fu fatta dai partigiani comunisti di Tito,con l’avallo e la complicità dei comunisti italiani, il tutto fu eseguito alla perfezione secondo un manuale,quello di Cubrilovic, futuro ministro di Tito, gli stessi sistemi sono stati adottati fino agli ultimi conflitti etnici nell’ex Jugoslavia,e come nella migliore tradizione della  lotta di classe dopo l’esproprio coatto dei beni mobili e immobili degli espulsi vi furono insediati immediatamente i propri coloni.

Non si trattò dunque di vendette della popolazione locale contro i fascisti e nazisti italiani,come ieri e ancora oggi  ex ,post e neo comunisti italiani hanno voluto farci credere,bensì di qualcosa di molto più grande e mostruoso che ha riguardato circa 350.000 nostri connazionali.

Si tratta di un vero e proprio manuale, che riporta cinicamente le tecniche per attuare una "pulizia etnica", una "bonifica", dei territori da conquistare.

Alcuni passaggi significativi:

“La sola maniera ed il solo sistema di allontanarli (gli etnodiversi) è la forza brutale di un potere statale organizzato. Non rimane che una sola via, la loro deportazione in massa. Quando il potere dello Stato interviene nella lotta per la terra non può avere successo che agendo brutalmente.”

“Nessuna azione richiede altrettanta perseveranza ed attenzione. Per realizzare un esodo di massa la prima condizione è la creazione di una psicologia appropriata che si può provocare in molteplici modi. Lo Stato deve sfruttare le Leggi a fondo, in maniera tale da rendere loro (agli "etnodiversi") insopportabile vivere presso di noi. Ammende, prigionia, applicazione rigorosa di tutte le disposizioni di polizia, (…), prestazioni d'opera obbligatorie e impiego di qualsiasi altro mezzo che può escogitare una polizia efficiente. Sul piano economico: rifiuto di riconoscere i vecchi titoli di proprietà e un'operazione catastale che in questa regione deve accompagnarsi alla riscossione inesorabile delle imposte e al rimborso forzato di qualsiasi debito pubblico o privato, revoca di qualsiasi pascolo demaniale e comunale, soppressione delle concessioni accordate, ritiro delle licenze ai caffè, agli esercizi commerciali e alle botteghe artigiane, destituzione di funzionari, di impiegati privati e municipali. (…)…si tratta di creare una "psicosi dell'evacuazione", di procedere a questa iniziando dalle campagne, (…), di espellere intere famiglie, interi villaggi mirando.prioritariamente alle classi medie agiate, più influenti, senza le quali i poveri saranno incapaci di opporre resistenza. Lo Stato deve arrogarsi il diritto senza limiti di espropriare i beni mobili ed immobili degli espulsi e immediatamente dopo la loro partenza deve insediare al loro posto i propri coloni.”

La prima azione di attacco della struttura statale jugoslava sul popolo "sconfitto e diverso" fu sferrata avvalendosi dei "tribunali del popolo" e delle "foibe", le quali seminarono un terrore tale nella popolazione da creare rapidamente la "psicologia appropriata" voluta da Cubrilovic.

Letteralmente, "foiba" deriva dal latino fovea che significa fossa, cava, buca, le foibe, infatti, come le doline , sono caratteristiche del paesaggio carsico istriano.

È stato accertato che alcune foibe arrivano ad essere profonde anche 300 metri. Le numerose diramazioni, gli anfratti ed i cunicoli che spesso caratterizzano queste cavità, non consentono agli speleologi l'accesso oltre certi limiti e rendono in molti casi molto difficile individuarne il fondo.

Le foibe, in origine, venivano utilizzate come vere e proprie discariche, nelle quali veniva gettato ciò che non serviva più (carcasse di animali, derrate alimentari avariate, sterpaglie, macerie e altro ancora).

Negli anni '40 esse assunsero invece un'altra macabra funzione, divenendo la tomba naturale di migliaia di persone.

Le foibe diventarono così uno strumento di martirio ed un'orrida tomba per migliaia di martiri.

La caratteristica comune di tutte le uccisioni fu l'assenza pressoché totale di notizie sulla sparizione di migliaia di persone. Un mistero che alimentò notevolmente il clima di terrore nel quale viveva la popolazione, dopo la sentenza di morte le vittime venivano portate sul luogo dell'esecuzione, con i polsi legati dietro la schiena con filo di ferro, giunti sull'orlo dell'abisso, i carnefici davano inizio all'esecuzione sparando un colpo di pistola o di fucile alla testa della vittima, facendola all'interno della voragine nella quale trascinava con sé il compagno ancora vivo a cui era legata, l’agonia di questi sventurati poteva durare giorni interi e le loro grida ed invocazioni di aiuto venivano udite dagli abitanti della zona, ma la paura ed il terrore che regnava ovunque impediva di avvicinarsi alle foibe.

Oltre alle foibe sono tristemente famosi i campi di concentramento di Borovnica, Aidussina, Skofia Loka, Maribor, Goli Otok (Isola Calva) e Sveti Grgur (Isola di San Gregorio), in questi luoghi molti morirono di torture o si suicidarono, altri vennero semplicemente lasciati morire di fame o di sfinimento,nulla da invidiare dunque a quelli nazisti,se non le camere a gas.

Con questi sistemi dunque i comunisti Titini attuarono la “pulizia etnica” nei confronti degli italiani,e riuscirono pienamente nel loro scopo,gli scampati e i profughi di quella tragedia non hanno mai avuto indennizzi e/o riconoscimenti,anzi furono insultati e dileggiati poiché erano fuggiti dalla “Gerusalemme terrestre” e sulla vicenda per decenni ci sono state menzogne,omissioni e silenzi,” comunisti italiani” diedero un grosso contributo sia di logistica che di “manovalanza”, basti pensare agli operai dei cantieri di Monfalcone che furono organizzati e inviati dal partito in un controesodo allo scopo di fornire “manovalanza specializzata ai compagni slavi”e in un articolo dell’Unità del novembre 1946 Togliatti dichiarava che il Maresciallo Tito avrebbe riconosciuto l’italianità di Trieste in cambio di Gorizia,insomma tra comunisti ci si poteva intendere.

Tutto incominciò il 30 Aprile 1945 quando la città di Trieste insorse contro i Tedeschi che si trovavano ancora in città, tra le migliaia d'insorti troviamo i rappresentanti dei risorgenti partiti politici italiani e molti Militari dei Carabinieri, della Guardie di Finanza, e della Guardia Civica. Fra loro non ci sono comunisti: costoro, in obbedienza ad una direttiva di Togliatti, da tempo staccatisi dal "Comitato di Liberazione Nazionale", agiscono inseriti nel CEAIS (Comitato Esecutivo Antifascista Italo Sloveno), operante a favore dell'OF "Osvobodilna Fronta", "Fronte di Liberazione Sloveno", dopo sanguinosi scontri a fuoco,  i "Volontari della Libertà", a sera, hanno il controllo di buona parte della città, issano il Tricolore sul palazzo comunale e sulla Prefettura. i tedeschi rifiutano di arrendersi per consegnarsi agli Alleati.

Il 1° maggio, fra lo stupore, che poi diviene costernazione, i "liberatori" che arrivano in città sono i partigiani jugoslavi. Fin dai primi contatti si avverte che questi non sono migliori dei Tedeschi! 

Disconoscono i "Volontari della Libertà" e, costringono i partigiani del CLN a rientrare nella clandestinità. Invano i nostri Patrioti cercano punti d'incontro. Per la parola "Italia", per la Bandiera nazionale e per la Libertà "vera" ci sono soltanto porte chiuse. Per contro "stelle rosse", bandiere rosse con falce e martello e Tricolore con stella rossa al centro vengono imposti ovunque.(segue)…


10 febbraio 2007

FOIBE : UNA TRAGEDIA ITALIANA ( II PARTE)

Gli alleati arrivano in città il giorno dopo,trovandola occupata si sistemano alla meglio in periferia.

Gli Slavi assumono i pieni poteri. Affidano il comando al Gen. Josip Cemi, sostituito, dopo pochi giorni, dal Gen. Dusan Kveder. Nominano un Commissario Politico, Franc Stoka, comunista filo slavo. Emanano ordinanze sconcertanti per la illiberalità. Impongono, a guerra finita!, un lungo coprifuoco (dalle 15 alle 10!). Limitano la circolazione dei veicoli. Dispongono il passaggio all'ora legale per uniformare la Città al "resto della Jugoslavia"! Fanno uno smaccato uso dello slogan "Smrt Fazismu - Svoboda Narodu", "Morte al Fascismo - Libertà ai popoli", per giustificare la licenza di uccidere chi si suppone possa opporsi alle mire annessionistiche di Tito. Danno carta bianca alla polizia politica, l'OZNA, le cui modalità d'azione superano quelle della Gestapo.
Prelevano dalle case i cittadini, in media cento al giorno!, pochi fascisti o collaborazionisti, ma molti Combattenti della Guerra di Liberazione: ciò perché agli occupatori sta a cuore dimostrare di essere solo loro i liberatori del capoluogo giuliano!

L'otto maggio proclamano Trieste "città autonoma" nella "Settima Repubblica Federativa di Jugoslavia", con le altre sei: Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro, e Macedonia. Sugli edifici pubblici fanno sventolare la bandiera Jugoslava affiancata dal Tricolore profanato dalla stella rossa. L'unico quotidiano è "Il nostro Avvenire", schierato in funzione anti italiana. La "Guardia del Popolo", detta pure "Difesa Popolare", è uno strumento per incidere nel tessuto cittadino e rimuovere i non marxisti, gli Alleati si limitano a osservare e riferire ai loro comandi.

In città vige il terrore, si scopre presto dove vanno a finire i prelevati Nelle foibe! O nei campi di concentramento, come quello di Borovnica, anticamera della morte. Arresti indiscriminati, confische, requisizioni, violenze d'ogni genere, ruberie, terrorizzano ed esasperano i Triestini che invano richiedono l'aiuto del Comando Alleato.

Per quaranta giorni è un massacro continuo in città e in tutta la regione,i comunisti italiani che hanno fatto loro la pregiudiziale dell’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia collaborano attivamente in qualità di delatori e coesecutori con i Titini,si passa dunque alla guerra di classe,benestanti e possidenti sono le vittime preferite di quei giorni,è l’anteprima dell’agognata rivoluzione proletaria.

Il 5 maggio una .manifestazione spontanea di migliaia di Triestini che si erano radunati in corteo dietro una bandiera italiana fu sciolta a raffiche di mitra sparate ad altezza d'uomo con la conseguente uccisione di 5 persone tra cui un'anziana donna di 69 anni ed un giovane ragazzo, che nel corso della sua breve vita aveva già avuto modo di sperimentare la "liberazione" titina essendo un esule di Fiume.

I comunisti italiani hanno responsabilità pesantissime in questa tragedia,per chiarire ulteriormente la posizione e le responsabilità politiche avute dal PCI italiano nell'evolversi della situazione dei Giuliano-Dalmati basta rifarsi alla lettera che Togliatti inviò nel '45 all'allora Presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi.
In questa missiva, consultabile nell'Archivio Centrale dello Stato a Roma, Togliatti arrivò a minacciare una guerra civile se il CLNAI avesse ordinato ai partigiani italiani di prendere sotto il proprio controllo la Venezia-Giulia, evitando in tal modo l'occupazione e l'annessione de facto alla Jugoslavia.

Il 19 ottobre 1944 lo stesso Togliatti, impartiva le direttive alle federazioni di Trieste ed Udine, e raccomandava di fare in modo, per quanto possibile, che la regione venisse occupata dai partigiani di Tito, piuttosto che dalle truppe anglo-americane. In questa prospettiva il capo del P.C.I. consigliava che le strutture locali del partito collaborassero con gli slavi nell'organizzare un potere popolare nelle zone liberate ed un contropotere in quelle ancora sotto occupazione tedesca.

In questa azione i comunisti italiani non avrebbero dovuto avere remore nell'opporsi a quei loro connazionali che, ispirandosi ad una concezione imperialistica e nazionalistica, alimentassero la discordia con i vicini slavi.

Sulla questione di fondo, la definizione della futura frontiera Italo-Slava, Togliatti non indicava una soluzione, ma solamente il metodo attraverso cui ricercarla e cioè quello di un confronto fra 'democratici' italiani e 'democratici' jugoslavi, ovverossia fra i due PC.

Di fronte alla ferma opposizione che queste proposte incontravano da parte dei rappresentanti degli altri partiti, i comunisti giuliani uscivano definitivamente dal C.L.N. formando un comitato di coordinamento italo-jugoslavo dichiarato esteso a tutte le forze antifasciste giuliane.

Il 17 ottobre dello stesso anno, il P.C.I. giuliano emanava un proclama in cui si annunciava che in breve tempo sarebbero incominciate le operazioni dell'esercito di liberazione jugoslavo per l'espulsione dei tedeschi dall'Italia Nord-Orientale e s'invitava la popolazione ad accogliere i partigiani di Titini non solo come liberatori, bensì "come fratelli maggiori che ci hanno indicato la via della rivolta e della vittoria contro l'occupazione nazista e dei traditori fascisti". Sollecitava altresì tutte quelle unità che si sarebbero venute a trovare ad operare all'interno del campo operativo dei partigiani jugoslavi a porsi disciplinatamente ai loro ordini e per la necessaria unità di comando e per il fatto che quelli erano meglio inquadrati, più esperti e meglio diretti. Concludeva infine impegnando tutti i comunisti ed invitando tutti gli antifascisti a combattere come i peggiori nemici della liberazione dell'Italia tutti coloro che, con il pretesto del 'pericolo slavo' e del 'pericolo comunista', lavoravano per sabotare gli sforzi militari e politici dei seguaci di Tito, impegnati nella lotta di liberazione del loro paese e della stessa Italia, e per opporre gli italiani agli slavi, i comunisti ai non comunisti.

Il 6 aprile ’45 la Federazione Comunista di Udine affigge un volantino in cui è scritto: “Friulani! Dovete comprendere che il diritto dei nostri fratelli sloveni a raggiungere il sacro confine del Tagliamento è pienamente giustificato da ragioni storiche, geografiche ed etniche”. Il 30 aprile 1945, quando ormai la rivolta contro i tedeschi è iniziata e i comunisti titini sono in arrivo a Trieste viene affisso un manifesto firmato da Palmiro Togliatti : “Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con loro nel modo più assoluto”.

In questo modo si creavano le condizioni affinchè l'operato degli occupanti slavi diventasse totalmente insindacabile, data la facilità di far passare ogni azione difforme alla logica annessionistica slava come imperialista e nazionalista, ponendo così gli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia in completa balia degli slavi.

Finalmente gli Angloamericani bisognosi di dispone del porto di Trieste per le linee di comunicazione verso l'Europa centrale, constatato che Tito si rivelava ogni giorno di più inaffidabile e simile ad Hitler, intimano alle truppe slave di ritirarsi aldilà della "Linea Morgan" (dal nome del Capo di Stato Maggiore del Gen. Harold Alexander che per primo l'aveva indicata).

Fanno affluire due Divisioni, ed alcune unità navali da combattimento. Il 9 giugno a Belgrado, il Leader iugoslavo, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo, fa arretrare le sue truppe, sottoscrivendo, con il suo Capo di Stato Maggiore, Gen. Arso Jovanovich, l'accordo proposto dagli Angloamericani.

"Finalmente se ne vanno", è il gioioso commento urlato dalla cittadinanza! Ma quell'accordo costituirà anche lo sciagurato prodromo al bagno di sangue di Fiume,Istria e Dalmazia,massacri,infoibamenti,fucilazioni e deportazioni si susseguirono sino a che gli italiani superstiti non abbandonarono le loro case e i loro averi per trovare rifugio in Italia.

Il numero di vittime di questa feroce follia tra le foibe e i campi di concentramento viene stimato tra Quindicimila(15.000) e Ventimila(20.000).

Dopo sessanta anni di oblio nel 2004 il parlamento italiano ha istituito nel 10 febbraio il giorno del ricordo dei martiri delle foibe e dell’esodo degli istriani,fiumani e dalmati , fortemente voluto dal governo Berlusconi.

Mentre il parlamento approvava e istituiva il “giorno del ricordo” si manifestava l’esempio lampante di come e perché su questa tragedia ci sono stati silenzi e omissioni, in quegli stessi giorni infatti, Giorgio Napolitano futuro Presidente della Repubblica, in una lettera aperta ai quotidiani il Manifesto e Liberazione sulla questione parlò di “revisionismo fuori tempo massimo” e che i profughi italiani di Fiume,Istria e Dalmazia se ne andarono di “loro spontanea volontà”(Sic).

E come nella migliore tradizione comunista della menzogna e del ribaltamento della realtà,con una faccia di bronzo degna di miglior causa,oggi in occasione della ricorrenza del “giorno del ricordo” lo stesso Napolitano parla di :”opportunismo e cecità politica e ideologica,nell’ignorare il dramma delle foibe e degli esuli giuliano-dalmati”.

Insomma il “giorno del ricordo” rischia di trasformarsi nel “giorno del ridicolo”,dire che Napolitano rappresenta l’Italia e l’unità del paese è un puro esercizio di fantasia.

E’ proprio vero, i lupi possono anche cambiare pelo,ma non diventeranno mai agnelli, d’altronde da un “pistolino di Stalin e Pol Pot” non ci si poteva aspettare di più.

"Ora non sarà più consentito alla Storia di smarrire l’altra metà della Memoria. I nostri deportati, infoibati, fucilati, annegati o lasciati morire di stenti e malattie nei campi di concentramento jugoslavi, non sono più morti di serie B." (Annamaria Muiesan)




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permalink | inviato da il 10/2/2007 alle 16:22 | Versione per la stampa


12 maggio 2006

LA RIGHT NATION ITALIANA

C’è qualcosa di molto più solido nel dato elettorale che lo scorso mese sembra aver consegnato l’Italia a una fase di instabilità e incertezza sotto l’egida di una flebile maggioranza parlamentare dell’Unione. C’è il consolidamento dell’area politica e culturale di centrodestra dopo tredici anni di transizione istituzionale; un’area che, presentatasi al voto nelle condizioni peggiori possibili, è emersa come un incubo per gli avversari, come una sorpresa per i sostenitori, dalla nebbia dei sondaggi e degli exit poll, passando indenne attraverso le pagine dei grandi quotidiani nazionali, le rappresentazioni cinematografiche caricaturali, gli scaffali librari di saggistica e di letteratura, appesantiti da studi e racconti che non studiano e non raccontano nulla se non il piccolo mondo antico di una élite autoreferenziale, perduta tra malinconie esistenziali e presunzioni moralistiche. Dunque, la notizia uscita dalle urne è che la Right Nation italiana esiste e non è un’invenzione intellettualistica. È fatta di cittadini, elettori, schede, umori, passioni, idee, interessi, comportamenti. E anche di riviste, fondazioni, centri culturali, piccoli editori coraggiosi.

Tutti insieme fanno la metà di questo paese, e sarebbero anche elettoralmente maggioranza strutturale se solo avessero avuto una rappresentanza politica migliore di quella che è stata loro fornita. Qualcosa di più, ad esempio, della straordinaria vitalità di un leader impolitico che a quasi settant’anni (e dopo dodici anni di scena politica e cinque anni di logorio governativo) non ha pensato neppure per un momento, in una campagna elettorale durissima e delegittimante, di cedere di un millimetro, di mostrare il benché minimo complesso di inferiorità verso la sinistra, di abbassare il capo di fronte all’ennesima gioiosa macchina da guerra. Eppure Berlusconi era partito svantaggiato, giacché non era stato capace di dare senso politico e forma comunicativa a quell’embrionale e frammentario processo di modernizzazione del paese che, pur tra mille difficoltà e troppi ritardi, era stato comunque avviato. Ma adesso che gli elettori possono misurare ogni giorno di più l’arretratezza del programma prodiano, bocciato da tutti quegli analisti internazionali – dell’Economist, della Heritage Foundation, del Financial Times – che la stessa sinistra aveva elevato a giudici definitivi del berlusconismo e minacciato dalle spinte centrifughe dei suoi delusi alleati, siamo certi che già rimpiangono il caotico riformismo del centrodestra. Figuriamoci se fosse stato un riformismo declinato con maggior senso politico, perché questo, in fondo, chiedeva (e chiede) anche l’elettorato della Right Nation.

La Right Nation italiana, dunque. Ideazione l’aveva già cercata oltre un anno fa, sulle orme di quella americana, mirabilmente descritta da due giornalisti dell’Economist – Adrian Wooldridge e John Micklethwait, nel frattempo divenuto direttore – in un bel libro tradotto in italiano con colpevole ritardo (e con un titolo che grida ancora vendetta, La destra giusta) proprio dalla berlusconiana Mondadori, che in questo modo ne ha smorzato l’impatto. Misteri del conflitto d’interesse. Nel primo numero del 2005 avevamo tracciato i confini intellettuali della Right Nation italiana, evidenziando l’effervescenza caotica ma creativa dei suoi giornali di minoranza, delle sue riviste artigianali, delle fondazioni e delle associazioni che producono grandi idee ma piccoli eventi, delle smilze case editrici che raggiungono a malapena gli scaffali della grande distribuzione, dei siti on line: mancava solo la descrizione del nascente fenomeno dei blog, che di lì a un anno sarebbe esploso nel successo di TocqueVille, l’aggregatore di 800 blogger di area liberale, cattolica, conservatrice e riformista che rappresenta un laboratorio di idee e passioni irrinunciabile per il centrodestra del futuro.

Nello speciale di apertura dedicato alle elezioni, Andrea Mancia fornisce una prima analisi sociologica della nostra Right Nation: un’Italia assai diversa da quella della “maggioranza silenziosa” che sostanziava il moderatismo democristiano e anche da quella delle “partite Iva” sulla quale Forza Italia costruì il suo iniziale successo negli anni Novanta. È un’Italia più consapevole e dotata di senso comune, tendenzialmente conservatrice nei costumi e nei comportamenti, ferocemente riformista e liberale nel campo economico e dei servizi, innovativa e determinata nel confronto con il mondo e la globalizzazione, ferma nella difesa dei valori occidentali e per questo pronta a gettarsi nelle sfide del domani. È, anche e soprattutto, una Right Nation giovane, che sfugge ai cliché fabbricati a tavolino dall’intellighenzia di sinistra, che non la frequenta, dunque non la conosce e se la figura a immagine e somiglianza dei propri pregiudizi. Prendete la descrizione di una coppia tipica della destra statunitense con la quale Wooldridge e Micklethwait aprono il loro libro: «Seduti su un divano, con in mano un bicchierino di plastica pieno di caffè, Dustin e Maura sembrano una coppia di ventenni iscritti a un corso di scrittura creativa. Indossano felpe leggermente stropicciate, jeans e scarpe da ginnastica.

Dustin ha in testa un cappellino da baseball, Maura ha i capelli biondi annodati dietro la nuca con un nastro di artigianato indiano americano. Entrambi sono da poco laureati in lettere in un’università della East Coast e hanno viaggiato in gran parte dell’Europa […] Quali sono le loro posizioni politiche? Entrambi hanno lavorato per il Partito repubblicano a Colorado Springs nel 2002. Entrambi sono a favore della vita in ogni circostanza. Entrambi hanno subito considerato John Ashcroft, lo spietato ministro della Giustizia, una persona degna di ammirazione […] Entrambi vanno in chiesa ogni settimana. Entrambi sostengono con passione i buoni scuola per chi frequenta istituti privati. Entrambi pensano che il governo dovrebbe essere ridotto ai minimi termini e che le pene detentive dovrebbero essere più severe. Entrambi considerano le Nazioni Unite un’istituzione poco seria e condividono la decisione di non aderire al Protocollo di Kyoto. Non sono invece d’accordo con la destra su altri temi: per esempio non sopportano l’intolleranza nei confronti degli omosessuali e, all’inizio, avevano forti dubbi sulla possibilità di risolvere in modo unilaterale la questione Saddam Hussein, anche se alla fine hanno sostenuto l’invasione dell’Iraq […] Secondo Dustin e Maura, il conservatorismo è un credo progressista. Non si tratta di vecchi abbarbicati al passato, ma di giovani che cercano di cambiare il presente».

Nonostante le differenze fra Stati Uniti ed Europa, la descrizione dei due giovani conservatori americani a noi pare rispecchi quella dei giovani di centrodestra italiani che conosciamo, soprattutto di quelli non distanti dall’impegno politico, che negli ultimi tempi si sono iscritti alla comunità di TocqueVille o che si sono avvicinati alla nostra rivista, prima come lettori, poi anche come collaboratori. Persone che non si riconoscono negli schemi cinematografici di Moretti o nei veleni giustizialisti di Micromega o nei romanzi ammuffiti di Tabucchi o in quelli apparentemente più freschi della nouvelle vogue letteraria “de sinistra”; giovani che né il moralismo di Eugenio Scalfari, né l’umoralità di Furio Colombo, né lo snobismo di Antonio Padellaro riescono a incasellare.È una nuova generazione composta da gente che viaggia, che studia, che non soffre complessi d’inferiorità verso la sinistra anzi tende a sfidarla sui terreni conformisti del politicamente corretto. Crede nei valori della famiglia ma non è bigotta, crede nella sacralità della vita che difende di fronte al vuoto di valori e di senso ereditato dallo scientismo, crede nella proprietà privata, crede nelle ragioni di un Occidente fatto di democrazia e libero mercato e sicurezza e tolleranza, rifiuta il relativismo culturale frutto della smemoratezza delle proprie radici. È protagonista delle sfide contemporanee e reclama una società più aperta e dinamica, nella quale vengano valorizzati i talenti dei giovani e non solo difesi i privilegi degli anziani. Coniuga il desiderio di meritocrazia con l’attenzione per i deboli in un progetto che sappia, attraverso la sussidiarietà (una sorta di versione italiana del conservatorismo compassionevole), tenere assieme e viva una società effervescente e solidale.

A questa Right Nation, Forza Italia ha dato ospitalità e voce. Non sempre con l’attenzione dovuta. Ma non si spiega altrimenti la centralità ritrovata dal partito di Berlusconi, sia in termini numerici (primo partito italiano) che geografici (prevalenza nelle regioni sviluppate del Nord come nelle più dinamiche regioni del Mezzogiorno, Puglia e Sicilia) se non con la capacità di rappresentare, seppur in maniera confusa, questo vasto crogiuolo di passioni e interessi. E di farlo a dispetto del logoramento di cinque anni di governo. Ecco perché, al di là della conta numerica, il centrodestra non ha perso queste elezioni ma può, a diritto, vantare una sorta di vittoria morale. La Right Nation c’è e si è consolidata. Ora bisogna fornirle una rappresentanza politica più adeguata, perché possa consolidarsi anche a livello politico sul territorio e rilanciare la sfida della modernizzazione del paese. Rinnovando le strutture dei partiti. Rinnovando la classe dirigente: non è possibile perdere la guida delle grandi città solo perché sono anni che non si riescono a trovare candidati adeguati per vincere in città come Roma o Napoli o Torino o Palermo. Ideazione ha accompagnato in questi tredici anni di vita l’affermarsi di una Right Nation elettorale. Da oggi si assume il compito di collaborare per costruire anche una Right Nation politica, che sia all’altezza del compito che le è richiesto.

Pierluigi Menniti-IDEAZIONE



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permalink | inviato da il 12/5/2006 alle 15:57 | Versione per la stampa

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