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AZZURRA LIBERTA'-ASCOLTA
 

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In una democrazia è il popolo
che sceglie i leader, non sono
i leader che scelgono il popolo.
Silvio Berlusconi 02/12/2006

MENO MALE CHE SILVIO C'E'



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2008-2013


TUTTI I CANDIDATI DEL
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...andremo avanti con la forza
della gente contro i parrucconi
della politica.-Silvio Berlusconi
P.zza S.Babila Milano 18/11/2007





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"La difesa della libertà è la
missione più alta,più nobile,
più entusiasmante che      
ciascuno di noi possa avere
l'avventura di fare."     
Silvio Berlusconi  
























"E' sorta in questi anni 
un'altra Italia, umile e  
tenace , orgogliosa e    
onesta, moderata  ma   
ferma  nel  difendere   
i  principi  di  libertà,   
che  non  ha  nessun    
passato da nascondere 
e  che  soprattutto non 
ha paura di sperare e di
credere. Questa  Italia 
siamo  noi,  si  chiama  
FORZA  ITALIA  "     
Silvio Berlusconi





STO LEGGENDO:
CAMBIARE REGIME
La sinistra e gli ultimi
45 dittatori(Einaudi)


"Cos'altro dovrebbe fare
la sinistra,se non lottare
contro  le dittature  e
battersi per liberare i
popoli oppressi?"



LA GRANDE BUGIA 
"Le sinistre italiane e
il sangue dei vinti".
 


GRAZIE ORIANA: PENSIERI
E PAROLE INEDITI DOPO
L'11 SETTEMBRE.



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"Troppo spesso è stata dimenticata   
la moralità del fare, la moralità del    
realizzare il programma annunciato  
agli elettori, la moralità dell’operare  
per mantenere gli impegni e per         
mantenere la parola data.                  
Per noi, la moralità nella politica        
consiste soprattutto nel mantenere  
gli impegni."   Silvio Berlusconi 


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9 aprile 2008

VELTRONI NON E’ LA CONSULTA SERVE LA LAUREA

Veltroni scrive una lettera al candidato premier del PDL per chiedergli un impegno a garantire, chiunque vinca le elezioni, lealtà alla Repubblica.
«Ho scritto una lettera al principale esponente dello schieramento a noi avverso in cui gli chiedo, quale che sia il ruolo che ciascuno avrà, di dare una garanzia ai cittadini, che io mi impegno a dare, una garanzia di lealtà repubblicana basata su quattro punti: la tutela dell’unità della Nazione, il rifiuto di ogni forma di violenza praticata o dichiarata; la fedeltà alla Costituzione repubblicana; la fedeltà alla bandiera Tricolore e all’Inno di Mameli». L'annuncio di Veltroni arriva all'indomani delle polemiche sulle frasi di Umberto Bossi.
LA RISPOSTA - «La lettera di Veltroni è un altro effetto speciale che non possiamo accettare da lui perché non ha alcun titolo». È quanto Berlusconi replica in conferenza stampa a Vicenza sostenendo che «Non può dare patenti di lealtà repubblicana l'erede del partito comunista». Il leader del PDL ricorda di «aver già giurato ben tre volte fedeltà alla Costituzione al Quirinale».
«Solo chi ha scarsa dimestichezza con le procedure e le regole costituzionali democratiche - è la risposta che Berlusconi manda a Veltroni - dimentica che il presidente del Consiglio della Repubblica Italiana giura fedeltà alla Costituzione nelle mani del capo dello Stato». «E io - ricorda Berlusconi a Veltroni - ho giurato per ben tre volte davanti a due presidenti della Repubblica. E sarò onorato di giurare per la quarta davanti all'attuale presidente». «Quando si sono aperti gli archivi del Kgb - prosegue Berlusconi - è venuto fuori che l'Unione Sovietica dava, di tutti gli aiuti ai partiti comunisti d'occidente, il 45% al Pci». «Veltroni non è la Consulta - conclude il Cavaliere - dove per entrare serve la laurea. E dei suoi fuochi di artificio ed effetti speciali gli italiani ne hanno abbastanza».

Veltroni ormai deve essere alla più cupa disperazione se non gli è rimasto altro che questi squallidi tentativi per fare notizia, sa benissimo di aver perso la partita, non a caso gli scommettitori inglesi danno Berlusconi vincente e pagato a 1,30 contro 6,00 di Veltroni.
Io mi domando e vi domando: “ un funzionario di partito che inneggiava a Pol Pot e ai khmer rossi, che si recava a Berlino Est al festival della gioventù comunista ad applaudire i tetri e sanguinari burocrati di Breznev e a cianciare di eurocomunismo(Sic), che riceveva uno stipendio con i contributi di una nazione nemica che teneva puntati sull’Italia e sull’Europa missili con testate nucleari,che titoli ha per dare patenti di lealtà alla repubblica?
Questo dimostra una palese ignoranza delle più elementari nozioni di educazione civica, si è perso completamente il senso del ridicolo,un clamoroso autogol...




20 settembre 2007

CATTURATO IL BRACCIO DESTRO DI POL POT.

Nuon Chea, soprannominato "Fratello Numero Due", ossia il Khmer rosso storicamente considerato il braccio destro del capo degli Khmer, Pol Pot, è stato arrestato oggi dalla polizia e dalle guardie del tribunale Onu dopo trent’anni di libertà indisturbata.Sul capo dell’ottantenne Nuon Chea pende l’accusato di essere stato il boia responsabile delle torture perpetrate nei famigerati "Killing Fields", campi di sterminio dove si ritiene che siano stati barbaramente trucidati un milione e 700mila veri o presunti oppositori del regime comunista cambogiano, regime abbattuto dalle truppe vietnamite nel 1979. Lo scorso luglio il tribunale delle Nazioni Unite aveva ufficializzato l’accusa di ‘crimini contro l'umanità’ all'ex magistrato degli Khmer rossi, Duch. Quell’atto ha segnato la prima vera azione giudiziaria contro un leader del regime di Pol Pot, dittatore che morì indisturbato nel 1998, in quella che rappresentava l'ultima ‘roccaforte’ Khmer, Anlong Veng. Insieme a Duch, i magistrati dell’Onu hanno incriminato altri quattro ex gerarchi del regime.I nomi di costoro sono però coperti da segreto, anche se si presume che siano l'ex presidente Khieu Samphan, l'ex ministro degli Esteri Ieng Sary, il funzionario Meas Muth, oltre al già citato Nuon Chea, catturato in una casupola di legno, vicino al confine con la Thailandia e trasferito nella capitale per gli interrogatori, anche se il figlio dell’ottuagenario leader comunista ha riferito a Reuters come già almeno tre occidentali abbiano interrogato l'anziano Nuon Chea.
Agenzia Radicale 19/07/2007
 

Quando i criminali vengono assicurati alla giustizia,anche se con notevole ritardo, è sempre un bel giorno per l’umanità intera.
Mi chiedo se il nostro Presidente della Repubblica,dopo Nagy e i martiri D’Ungheria,le Foibe ecc. ,farà l’ennesimo atto di “pubblica contrizione” , rendendo omaggio alle centinaia di migliaia di vittime di Pol Pot e dei macellai rossi, chiedendo scusa alle famiglie e ai superstiti per la “complicità morale” con questi assassini.
L’ 11 Aprile 1975, il comitato centrale del PCI approvò e controfirmò un documento ufficiale in cui si esprimeva solidarietà al popolo cambogiano, e si magnificava “l’eroica resistenza” di Pol Pot e dei khmer rossi, invitando a sviluppare un grande movimento di solidarietà e di appoggio ai combattenti,“ogni democratico, ogni comunista, sia, come sempre e più di sempre, al loro fianco”.
Quel documento veniva firmato tra gli altri,oltre che da Napolitano,anche da Nilde Iotti, Cossutta, Petruccioli,Bassolino,D’Alema ecc. ecc.
Il tutto mentre dalle colonne dell’Unità,l’inviato Massimo Loche,raccontava “la gioiosa vita nelle zone liberate” (Sic).
Chissà forse dovremo aspettare fino a quando ci sarà una visita ufficiale nel sud-est asiatico, per prendere atto della dissociazione di Napolitano dai suoi ex “compagni di merende”.

              


2 agosto 2007

E’ UNA “VERGOGNA” ESSERE STATO COMUNISTA.

 E’ nato nel 1955 a Roma e qui risiede da sempre. E’ sposato con Flavia e ha due figlie, Martina e Vittoria. Nel 1976 viene eletto Consigliere comunale a Roma, ruolo che ricopre fino al 1981. Nel 1987 viene eletto deputato.
Questo l’incipit della biografia di Walter Veltroni che compare sul sito web lanuovastagione, che prosegue poi con l’adesione al PDS di Achille Occhetto e il proseguimento della carriera politica sino ad oggi.
A questo punto una domanda sorge spontanea: con quale formazione politica si è candidato Veltroni prima al comune di Roma e poi alla camera dei deputati?
Forse come indipendente, in qualche lista civica, o che altro?
Eppure la militanza nel PCI fa curriculum,così come essere stato membro della direzione nazionale della Federazione Giovanile Comunisti Italiani,quella che all’art.1 del suo statuto recitava” La Fgci si riconosce nella strategia del Partito Comunista Italiano, contribuisce ad arricchirla, ed educa i suoi iscritti alla conoscenza del marxismo e del leninismo, nello spirito dell'antifascismo e dell'internazionalismo proletario”,chissà perché questi passaggi così significativi della carriera politica di Veltroni vengono ignorati,sarà una svista? Una dimenticanza? O un consapevole occultamento?
Si lo so cosa volete dirmi, che Veltroni da un pezzo ha dichiarato di essere sempre stato “anticomunista”, credo che nessuno,io per prima, abbia difficoltà a crederlo.
In Italia infatti tutti gli anticomunisti come Veltroni si iscrivevano al PCI, così come tutti coloro che andavano per le piazze a chiedere firme per Solzhenicyn e raccoglievano sputi e insulti dai compagni, e naturalmente tutti gli anticomunisti come Veltroni per abbattere i regimi totalitari dell’est europeo,andavano a Berlino Est ai festival della Gioventù comunista ad applaudire i tetri e sanguinari burocrati di Breznev.
Evidentemente doveva essere un omonimo quel Veltroni che il 24 febbraio 1974 organizzava una formidabile manifestazione anticomunista intitolata: Togliatti con noi. Nel nome di Togliatti le lotte dei giovani per la pace, la libertà, il socialismo.
Dite la verità,non vi fanno quasi tenerezza anche a voi, questi ex e post comunisti che, dopo essere stati costretti dalla “VERGOGNA” e dal “FALLIMENTO” a cambiare più volte nomi e simboli, evitano accuratamente di citare le parole comunista e comunismo nelle loro biografie e nei loro curriculum come una vergogna incancellabile?




18 luglio 2007

D'ALEHAMAS.

 Non si può regalare ad Al Qaida un movimento rappresentativo del popolo palestinese come Hamas: lo ha affermato ieri sera il ministro degli Esteri Massimo D’Alema intervenendo alla Festa dell’Unità di San Miniato. «È sbagliato regalare ad Al Qaida movimenti come Hamas e Hezbollah - ha spiegato -. Hamas si è reso protagonista di atti terroristici, ma è anche un movimento popolare: per l’Occidente democratico non riconoscere un governo eletto democraticamente, magari mentre andiamo a braccetto con qualche dittatore, non è una straordinaria lezione di democrazia».
Secondo D’Alema, invece, «Hamas è una forza reale che rappresenta tanta parte del popolo palestinese», e per questo motivo «è interesse della comunità internazionale - ha concluso - evitare di spingere questi movimenti nelle braccia di Al Qaida».
Chissà come mai l'Unione Europea,L'ONU e tutti gli altri organismi internazionali non ci hanno ancora pensato, del resto basta essere eletti democraticamente per essere riconosciuti dalla comunità internazionale,che poi insieme a questo si possa essere anche terroristi è un fatto assolutamente secondario,che l'Unione Europea inserisca Hamas tra i gruppi terroristici è un dettaglio,che strano concetto della democrazia.
Nessuna meraviglia comunque,forse anche per questo in Italia i terroristi abbondano nelle istituzioni,nel parlamento e come consulenti nei ministeri(Sic).
Su quali basi poi si possano riconoscere movimenti terroristici come Hamas o Hezbollah è un mistero,visto che non intendono assolutamente abdicare dal terrorismo e non sono per nulla interessati alla pace con Israele ,anzi combattono e non intendono riconoscere l'unica democrazia avanzata del medio oriente.
Comunque se non si giustifica,si può capire D'Alema,non era lui che tempo fa affermava  "terrorista è Israele"?
E non era lui  con i "nazisti rossi" del PCI, suoi compagni di merende
, tutti la con Luciano Lama e la sua feccia a gettare davanti alla sinagoga di Roma una bara nera,  con i loro ghigni coperti dalle kefiah che marciavano col pugno chiuso rivolto contro la sinagoga, guidati da Chiara Ingrao, urlanti "ebrei ai forni" e "morte a Israele"?
E non era sempre lui che insieme ad Achille Occhetto portava in trionfo a Assisi un terrorista come Arafat? e successivamente non aveva fine il pellegrinaggio di  questi infami verso il Mukata dove l'assassino viveva prigioniero?
Nessuna sorpresa dunque, si possono cambiare a volontà nomi e simboli,ma il DNA non si può cambiare.




5 aprile 2007

SEMPRE IN RITARDO,COME AL SOLITO.

«L'autocompiacimento per la propria diversità che a volte era arrogante pretesa di superiorità intellettuale e morale, la tradizionale disattenzione per i diritti civili in nome di un primato dei diritti sociali, la scarsa laicità nei rapporti con la società e la Chiesa, il lungo ostracismo alle riforme istituzionali sono difetti che noi Ds dobbiamo riconoscere».
«Non basta una semplice parentesi in un discorso congressuale, ma occorre un'esplicita ammissione di errori politici gravi, che hanno pesato sulla storia d'Italia».
«Questo silenzio fece di Craxi una sorta di capro espiatorio sull'altare del codice penale».

Luciano Violante-Corriere della Sera-05/04/2007

 

Come sempre, in colpevole ritardo, gli esponenti del PCI-PDS-DS, fanno mea culpa, non si smentiscono mai, dopo che Fassino due anni fa riconobbe Craxi come  uno dei “ padri della sinistra italiana” e  le sue qualità di politico e di statista , ecco che un altro campione dell’ala giustizialista dei post comunisti riconosce la persecuzione giudiziaria di Bettino Craxi.

Viene spontaneo domandarsi come la classe dirigente di questo partito che tanti errori ha commesso,per  esplicita ammissione della stessa, possa ancora rimanere al proprio posto, ma si sa, le facce di bronzo  passano sopra a tutto e tutti.

Tra qualche decennio rivaluteranno anche Berlusconi,accetto scommesse.

Tornando a Bettino Craxi ho appreso con piacere che, il consiglio comunale di Napoli il 23 marzo scorso, a larghissima maggioranza, ha dato mandato alla giunta di intitolare al defunto leader del PSI  una via o una  piazza ,prima tra le grandi città italiane,come  in tanti altri piccoli-medi centri.




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permalink | inviato da il 5/4/2007 alle 17:28 | Versione per la stampa


31 agosto 2006

ERA ORA.....

«La mia riflessione autocritica sulle posizioni prese dal Pci, e da me condivise, nel 1956 e il suo pubblico riconoscimento da parte mia ad Antonio Giolitti "di aver avuto ragione" valgono anche come pieno e doloroso riconoscimento della validità dei giudizi e delle scelte di Pietro Nenni e di gran parte del Psi in quel cruciale momento». Firmato: Giorgio Napolitano.
Cinque righe secche. Parole come pietre in un messaggio che il capo dello Stato ha inviato a Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni. Verranno pubblicate, insieme al capitolo sul ‘56 del libro «Dal Pci al socialismo europeo. Un´autobiografia politica» di Napolitano (edito lo scorso anno da Laterza) in un libro riflessione che la Fondazione farà uscire a fine ottobre.

L’Unità 29 Agosto 2006

 
Su questo argomento ne avevo già scrittoqui,e ancora qui.

Bene,adesso si faccia in modo di farlo sapere ai superstiti dei martiri D'Ungheria,sappiano che il Presidente della Repubblica Italiana prova "RIMORSO E VERGOGNA" per aver avallato la repressione nel sangue della rivolta del 1956 e così potrà partecipare alla commemorazione dell'anniversario a testa alta,anche se c'è il concreto rischio che venga scambiato per un "revisionismo fuori tempo massimo".
E visto che sta "aggiornando" la sua biografia potrebbe approfittarne per fare "revisionismo e autocritica" anche sul suo incondizionato appoggio a Pol Pot e ai Khmer rossi poichè l'11 Aprile del 1975 , in un documento della direzione nazionale del PCI,controfirmato tra gli altri da D'Alema, Cossutta, Petruccioli,Nilde Iotti,Bassolino ecc., esortava i comunisti italiani e tutti i "sinceri democratici" ad sviluppare un grande movimento di solidarietà e di appoggio ai combattenti,"ogni democratico,ogni comunista,sia,come sempre e più di sempre al loro fianco(Sic),non si sa mai,in previsione di qualche visita ufficiale in Asia,zona Cambogia,Vietnam ecc.
Chissà poi se prova "RIMORSO E VERGOGNA" per aver detto a proposito delle Foibe,che 10.000 sterminati e 350.000 esuli se ne andarono dall'Istria di "loro spontanea volontà",questo in due lettere aperte inviate ai quotidiani il Manifesto e Liberazione nel 2004, quella povera gente non solo ha dovuto subire il comunismo e la pulizia etnica sulla propria pelle,ma per soprammercato ha dovuto subire anche l'odio e l'ostilità dei comunisti nostrani,poichè rei di aver abbandonato "il paradiso terreno" di Tito&C.
Infine proverà "RIMORSO E VERGOGNA" per aver insabbiato per giorni,da presidente della camera nel 1992,una lettera di un deputato,poi suicida,che chiedeva all'assemblea una discussione serena e giusta,da democrazia matura su tangentopoli?
Insomma dica che ha sbagliato tutto,dica che è stato sempre dalla parte sbagliata, e probabilmente conquisterà quel consenso e quella simpatia che non riscuote nel popolo italiano.
Del resto uno come Napolitano è stato sempre indietro di almeno vent’anni rispetto ai veri riformisti, e se hanno definito lui come “riformista” è perché i suoi compagni erano ancora più indietro!!!

Basta essere vecchi, non avere avuto nella propria biografia momenti significativi, di altezza, di rottura, aver seguito la corrente, non rappresentare, nel presente, né un pericolo né un’opportunità, che l’accademia degli inutili ti chiama alla presidenza.

                       


18 maggio 2006

I CRIMINI DEL COMUNISMO: LE CORRESPONSABILITA' DEI COMUNISTI ITALIANI

Le corresponsabilità dei comunisti occidentali: il caso del Pci.

Né Antonio Gramsci né gli altri socialisti italiani filobolscevichi, che nel 1921 fonderanno il Pci, avanzano alcun rimprovero a Lenin per il terrore praticato nei primi anni del regime. Nel 1926, da Mosca, Palmiro Togliatti riprende duramente l'amico Gramsci, che ha osato criticare Stalin per la maniera in cui ha gestito la successione a Lenin al vertice del Pcus. Divenuto segretario del Pci dopo l'arresto di Gramsci, nel 1929 Togliatti abbandona Bukharin, cui è stato vicino, e si allinea sulle posizioni di Stalin. Da quel momento egli stesso e l'intero partito non lesineranno le lodi più menzognere nei confronti di Stalin e dell'Urss staliniana. Togliatti nell'ottobre 1936 su "L'Internationale Communiste" a proposito dei processi di Mosca: "L'Unione sovietica è il paese della democrazia più conseguente"; trotskisti e zinovevisti mirano alla "restaurazione del capitalismo" passando "da un'opposizione in seno al partito e contro il partito fino all'ultima tappa, all'avanguardia della controrivoluzione e del fascismo"; "Coloro che hanno smascherato e annientato i banditi terroristi si sono resi benemeriti di fronte all'umanità intera"; "Il processo di Mosca è stato un atto di difesa della democrazia, della pace, del socialismo, della rivoluzione"; coloro che hanno chiesto garanzie giuridiche per gli imputati "si sono addossati il peso di una missione poco onorevole". La risoluzione del Pci pubblicata su "Lo Stato Operaio" del marzo 1938, relativa ai processi di Mosca, si conclude con un entusiasta: "Viva il continuatore dell'opera di Feliks Dzerszhinskij, Nicola Ezhov!". I processi di Mosca verranno difesi del resto fino al 1956. Lo storico Gastone Manacorda nel 1948: "Non certo l'Unione Sovietica ha da arrossire [...] per aver saputo tempestivamente scoprire e stroncare la quinta colonna che i nazisti alleati col trotzkismo andavano organizzando nell'interno del paese, penetrando fino nei gangli più vitali dello Stato, dell'esercito, dello stesso partito bolscevico. Sembra incredibile che ancora possa avere qualche successo il mito di questi processi, quando ormai il carattere di quinta colonna nazista della congiura bukhariniano-trotzkista è larghissimamente documentato da fonti non sospette".

Ma nelle repressioni staliniane Togliatti assume anche una parte attiva. Nel 1936 sovrintende l'operazione (fallita) volta a catturare ed eliminare Trotskij appena riparato in Messico. In Spagna come responsabile dell'Internazionale comunista, asseconda la campagna di sterminio dei trotzkisti e degli anarchici. Nel 1937 è coinvolto nell'eliminazione di Andrés Nin, capo dei comunisti antistalinisti spagnoli. Nella primavera 1938 prende parte alla riunione del Presidium del Comintern che condanna Bela Kun. Nell'agosto 1938 viene richiamato a Mosca per apporre la sua firma sul decreto di scioglimento del Pc polacco, che apre la via all'eliminazione fisica di tutti i maggiori dirigenti di questo. Durante la guerra, al comunista Bianco che gli chiede di intervenire a favore dei prigionieri italiani in Russia (circa 100 mila: ne torneranno solo 13 mila), risponde nel febbraio 1943: "La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l'Unione sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire. [...] Non c'è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantesca del fascismo. [...] Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, è il più efficace degli antidoti. [...] T'ho già detto: io non sostengo affatto che i prigionieri si debbano sopprimere, tanto più che possiamo servircene per ottenere certi risultati in un altro modo; ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro, non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia".

Ministro nei governi di unità nazionale durante la liberazione, Togliatti chiede la censura per le pubblicazioni antisovietiche. Egli, di persona o per mezzo di altri esponenti comunisti nel governo, riferisce quotidianamente all'ambasciatore sovietico le attività che si svolgono entro il governo e i ministeri italiani. Nel febbraio 1948 ispira l'editoriale de "L'Unità" La vittoria di Praga, che definisce l'illegale presa del potere da parte dei comunisti cecoslovacchi come una mossa preventiva volta a sventare un colpo di stato americano (mentre il matematico e dirigente comunista Lucio Lombardo Radice precisa: "E' assurdo voler porre il problema dell'indipendenza nazionale nei confronti dell'Urss allo stesso modo in cui lo si pone nei confronti dei paesi imperialisti. Non può esistere timore, sospetto di oppressione nazionale del paese del socialismo a danno di altri popoli").

Nel dopoguerra cominciano ad affiorare sulla stampa indipendente le denunce dello stalinismo e Togliatti è in prima linea nel rifiutarle e ridicolizzarle. Nel 1950 attacca sprezzantemente "i sei che sono falliti", gli ex-comunisti Silone, Gide, Koestler, Wright, Spender e Fisher, coautori del volume di denuncia dello stalinismo Il Dio che è fallito, appena tradotto in Italia da Comunità. Ancora nel 1950 su 1984 di Orwell: "E' una buffonata informe e noiosa, giudicabile semmai come strumento di lotta che uno spione ha voluto aggiungere al suo arsenale anticomunistico"; "C'è tutto, come si vede; ci sono, principalmente, tutte le bassezze e le volgarità che l'anticomunismo vorrebbe far entrare nella convinzione degli uomini. Mancano solo, ci pare, i campi di concentramento, perché per sua sventura l'autore è scomparso prima che questa campagna venisse lanciata. Altrimenti ci sarebbe, senza dubbio, un capitolo in più"; "Il tutto, come si vede, è primitivo, infantile, logicamente non giustificato". Nel 1950: "Al sentire Gide, di fronte al problema dei rapporti fra i partiti e le classi, dare tutto per risolto identificando l'assenza di partiti d'opposizione, in una società senza classi, con la tirannide e relativo terrorismo, vien voglia di invitarlo ad occuparsi di pederastia, dov'è specialista, ma lasciar queste cose, dove non ne capisce proprio niente". Nel 1951: "Silone [...] è un poco di buono [...]. Quando Silone se ne andò, anzi fu messo fuori dalle nostre file (per conto suo ci sarebbe rimasto, a dir bugie e tessere l'intrigo), l'avvenimento contò. Silone ci aiutò, in sostanza, non solo a approfondire e veder meglio, discutendo e lottando, parecchie cose; ma anche a riconoscere un tipo umano, determinate, singolari forme di ipocrisia, di slealtà di fronte ai fatti e agli uomini". La Russia comunista è dipinta come un paradiso. Nel 1951: "Noi facciamo uno sbaglio, di solito, quando parliamo della Russia. Ci lasciamo alle volte abbagliare troppo dagli aspetti immediati del progresso economico e sociale e ad essi ci fermiamo. Sono progressi enormi, che hanno trasformato una società e ora incominciano a trasformare anche gli aspetti delle cose naturali. Non esiste un regime che abbia fatto e sia capace di fare altrettanto. Vorrei dire, però, che anche se il progresso materiale fosse stato rninore, o rivelasse lacune, decisiva è stata ed è la trasformazione dell'uomo. Quel dirigente della organizzazione della produzione, dello Stato, del partito, che ti accoglie alla frontiera, nella sede cittadina, nel reparto di fabbrica, nella redazione, nella clinica, nella scuola, sui campi, che, anche se vecchio d'anni, è giovanile, sicuro di sé, sereno, pieno di slancio, padrone del suo lavoro fino all'ultimo particolare locale e fino alla nozione esatta del posto che quel particolare ha nel quadro della vita nazionale, attento ai bisogni e all'animo degli uomini che lo circondano, spronato da uno spirito critico sempre sveglio e persino esasperato, disinteressato personalmente ma non privo di vita personale libera e molteplice - questo è un uomo nuovo ed è la vera sostanziale conquista del regime comunista". Togliatti plaude anche alle ultime campagne staliniane di repressione. Nel 1952: "Slansky ed i suoi sono stati sorpresi mentre operavano sul terreno della congiura politico-militare, per tentare il colpo di stato controrivoluzionario. Così come avevano tentato Trotskij e i suoi".

Nel Comitato centrale del 13 marzo 1956, di ritorno dal XX Congresso del Pcus, in cui Kruscev ha per la prima volta denunciato i crimini dello stalinismo, Togliatti rilancia l'idea delle diverse "vie nazionali al socialismo", si richiama a Gramsci e al modo in cui il Pci ha "utilizzato il parlamento" a differenza del Pc greco, ma accenna solo elusivamente ad "errori" di Stalin, mentre l'unico a domandare spiegazioni, in particolare riferimento a Bela Kun e all'epurazione del Pc polacco, è Umberto Terracini. Quando nel marzo 1956 il "New York Times" dà notizia del rapporto segreto di Kruscev, Togliatti parla in privato di "chiacchiere senza importanza". Nell'intervista a "Nuovi Argomenti" del maggio 1956 dichiara non distrutti "quei fondamentali lineamenti della società sovietica, da cui deriva il suo carattere democratico e socialista e che rendono questa società superiore, per la sua qualità, alle moderne società capitalistiche"; parla soprattutto di "errori" di Stalin; polemizza contro gli "alfieri dell'anticomunismo", "calunniatori ufficiali"; dichiara compito del Pcus riportare il paese "a una normale vita democratica, secondo il modello che era stato stabilito da Lenin nei primi anni della rivoluzione" (negli stessi giorni in cui l'insigne latinista e dirigente del Pci Concetto Marchesi fa l'apologia dello stalinismo, definendo il XX Congresso un "fragoroso confessionale di domestici peccati" e alludendo sprezzantemente alla rozzezza intellettuale di Kruscev). Togliatti è con i sovietici nella repressione dei moti polacchi e ungheresi. Nel luglio 1956 scrive che le file dei rivoltosi di Poznan sono composte "esclusivamente di elementi della malavita" (quando il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio ha già ammesso che il moto in Polonia deriva da "un malcontento diffuso e profondo nella massa degli operai"). Nell'ottobre 1956 preme addirittura sui dirigenti sovietici titubanti perché intervengano in Ungheria, e, una volta che questi si sono decisi, approva pubblicamente la repressione della rivolta di Budapest, respingendo gli attacchi della stampa borghese (mentre in privato giunge a brindare all'intervento sovietico). In quei giorni l'intellettuale e dirigente comunista Mario Alicata: "in questo momento l'esercito sovietico sta difendendo l'indipendenza dell'Ungheria". Al XXII congresso del Pcus del novembre 1961, Kruscev riprende e approfondisce la denuncia dello stalinismo. Dall'Italia Togliatti commenta le sue parole. Ammette le "tragiche violazioni della legalità socialista", riferendosi (solo) alla condanna di comunisti assolutamente innocenti durante le purghe, ma le imputa a "errori del passato collegati al culto della persona di Stalin", all'"annullamento di ogni carattere collegiale della direzione", all'"accentramento nella persona di Stalin non solo della direzione politica, ma della stessa possibilità dell'elaborazione teorica". E parla di "contraddizioni sempre più acute tra la sostanza e le basi fondamentalmente democratiche della società nuova, fondata su di un'economia socialista e sul potere dei soviet da una parte, e dall'altra una direzione per molti aspetti autoritaria e coercitiva", nonché di "lotta giusta e motivata contro le opposizioni trotskiste e di destra". Ascrive a merito del regime la "trasformazione sociale delle campagne, sia pure attuata con eccessiva fretta e con errori" (i milioni di contadini morti); e conclude: "Gli errori e le deformazioni, per quanto gravi, non hanno compromesso e intaccato le basi e la sostanza profondamente democratica della società socialista". Nel 1964 ha parte attiva nel complotto che porta alla destituzione di Kruscev.

Tutto il partito - compresi importanti intellettuali - si è abbandonato al culto della personalità di Stalin. Il 6 marzo 1953, il giorno dopo l'annuncio della morte di Stalin, "L'Unità" diretta da Pietro Ingrao titola E' morto l'uomo che più ha fatto per la liberazione del genere umano. Lucio Lombardo Radice nel 1947: "Le vite come quella di Stalin, come già quella di Lenin, sono il primo esempio di una condizione umana più elevata, di un'umanità che domina le condizioni esterne invece di esserne dominata: le vite di uomini liberi e liberatori". Nel 1948: "Marxista creatore, Stalin non è soltanto uno studioso di genio che analizza i problemi storico-politici alla luce dei principi del marxismo; è questo, sì, ma è anche e soprattutto il grande rivoluzionario, il grande costruttore, che analizza i rapporti per trasformarli, che studia i problemi per risolverli praticamente". Nel 1950: "Non solo gli scienziati marxisti, ma tutti gli studiosi serii e onesti hanno unanimemente reso omaggio alla profondità e all'importanza dei giudizi e delle definizioni di Stalin relativi alla linguistica, al suo carattere, alla sua evoluzione". Nel 1952: "Millenovecentoventiquattro: l'anno della morte di Lenin, l'anno di difficoltà economiche e di aspre lotte all'interno del Partito. Preoccupazione costante di Stalin in questo anno, come sempre, è lo sviluppo democratico del Partito". Nell'aprile 1956, dopo la divulgazione del rapporto Kruscev: "Dirò che anche per me, intellettuale e "vecchio" militante comunista, si pongono molti nuovi e difficili problemi. Nessun "rimorso", ho detto, anzi orgoglio per aver tenacemente in questi venti anni difeso ed esaltato l'Urss e con essa il compagno Stalin, non solo perché egli in quel periodo la rappresentava di fronte al mondo, ma anche per il suo grande contributo personale, che un esame critico dei suoi errori e sue colpe non annulla"; "continuo a considerare Stalin un classico del marxismo, uno dei più grandi pensatori e rivoluzionari della nostra epoca". Anche i linguisti Giacomo Devoto e Tullio De Mauro ritengono opportuno citare gli insegnamenti di Stalin nel campo della linguistica. Lo storico Gastone Manacorda nel 1948, a dieci anni dalla pubblicazione del Breve corso (la Storia del Partito comunista dell'Unione sovietica, in cui Stalin codifica il marxismo e dell'Urss presenta una storia incredibilmente deformata), lo celebra su "L'Unità" con l'articolo Nel decimo anniversario di un grande libro. Valentino Gerratana nel 1951: "Viene così sfatata la leggenda piuttosto diffusa, e tuttora difesa come vangelo dalla pubblicistica reazionaria, secondo cui nei primi anni del potere sovietico, fino alla morte di Lenin, Stalin avrebbe avuto una parte di secondo piano rispetto a quella, ad esempio, di un Trotskij. Certo Trotskij conosceva assai bene l'arte borghese di mettersi in mostra, ma la verità è che, ancor prima di smascherarsi definitivamente, già nei primi anni di esistenza dello stato sovietico, tutta la sua attività era rivolta a sabotare la rivoluzione, a tradirne le conquiste, a liquidarne al più presto i risultati. Ed e merito di Stalin aver saputo riconoscere fin dall'inizio i piani di Trotskij, intervenendo energicamente per neutralizzarli e farli fallire". Concetto Marchesi nel 1953: "L'opera di Stalin è opera liberatoria da qualunque oppressione: da quella che fa l'uomo schiavo della fame e della fatica a quella che lo fa strumento e oggetto di rovina. Ciò che è avvenuto in Russia per opera sua avverrà in tutto il mondo". Il critico d'arte Antonello Trombadori nell'agosto 1956, dopo le denunce kruscioviane: "Lenin e di Stalin, due uomini diversi, due diverse figure, ma l'una e l'altra indissolubilmente, organicamente inserite nella trasformazione rivoluzionaria del vecchio, decrepito impero russo in quella fucina di problemi moderni, avanzati, contraddittori, liberatori di masse sterminate, che è l'attuale Unione Sovietica". La venerazione ufficiale si estende peraltro ai più biechi collaboratori di Stalin. Nel 1948, morto Zdanov, coordinatore del Cominform e zelante esecutore della politica staliniana nei confronti degli intellettuali, il pittore Renato Guttuso lo commemora come "uno degli uomini migliori del mondo". Ma anche il poeta cileno Pablo Neruda segue commosso i funerali di Vishinskij, il pubblico accusatore dei processi-spettacolo staliniani: "La luce di Vishinskij ritorna nelle viscere della madre patria sovietica". Il culto della personalità travalica del resto gli stretti confini del partito. In occasione della morte di Stalin, il discorso più commosso al Parlamento italiano è pronunciato da Sandro Pertini, che si definisce "umile e piccolo uomo davanti a tanta grandezza, a una simile pietra miliare sul cammino dell'umanità": "si resta stupiti per la grandezza di questa figura che la morte pone nella sua giusta luce. Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto".

Il mito dell'Unione sovietica è stato coltivato sistematicamente ben oltre la morte di Stalin. Nel 1946 il Pci diffonde l'opuscolo ad uso dei militanti Russia, paese libero, pacifico e felice. Lucio Lombardo Radice nel 1949: "Per la prima volta nella storia dell'umanità lo sviluppo della società avviene non più per il giuoco cieco di leggi elementari, molecolari, non più attraverso il contrasto di classi in lotta, ma in forma pienamente consapevole, davvero umana". Mario Alicata nel 1952 dichiara che in Urss "l'uomo è più libero che in tutti i paesi del mondo" e che "questo è il primo paese della storia del mondo in cui tutti gli uomini siano finalmente liberi". Lo storico Giuseppe Boffa nel 1957: "Questo è il paese dove più avanti è stata portata la causa della liberazione sociale, con lo sprigionamento di un immenso potenziale di autentica libertà". Ancora nel dicembre 1981 Giancarlo Pajetta dice che "la crisi del mondo capitalistico non ha eguali e non è reversibile" mentre il socialismo, benché drammaticamente imperfetto, è "qualcosa di perfettibile".


                                 


16 maggio 2006

I COMUNISTI ITALIANI SACRIFICATI DA TOGLIATTI

Chi conosce un libro di rilievo come quello di Elena Dudovich Tra esilio e castigo. Il Komintern, il PCI e le repressioni degli antifascisti italiani in Urss (1936-38) , edito due anni fa da Carocci, o la forte testimonianza di una vittima di tali repressioni, Dante Corneli, Il redivivo tiburtino (riproposto lo scorso anno da Liberal libri), e in generale chi intende conoscere nella sua interezza le catastrofi che nello scorso secolo sconvolsero Russia e Germania, investendo tutta Europa, troverà nuovo motivo di riflessione nel libro scritto da Giancarlo Lehner in collaborazione con Francesco Bigazzi: La tragedia dei comunisti italiani. Le vittime del PCI in Unione Sovietica . Il numero dei comunisti italiani fucilati o reclusi nel lager dell’Unione Sovietica negli anni Trenta fu più limitato rispetto a quello dei comunisti di altri Paesi europei (si pensi a tedeschi e austriaci non solo uccisi e deportati, ma consegnati ai nazisti durante la collaborazione tra Hitler e Stalin) e riguardò militanti di base, mentre interi gruppi dirigenti di altri partiti comunisti, come quello polacco, furono sterminati. Come ha scritto di recente uno storico francese, «il gruppo dirigente del PCI rifugiato in Russia restò, al contrario, miracolosamente intatto».
Il libro di Lehner aiuta a capire un perché di questo «miracolo» illustrando più ampiamente che in passato, con inediti documenti degli archivi sovietici, la stretta collaborazione del gruppo dirigente del PCI con gli organi polizieschi dell’Urss nelle persecuzioni dei loro compagni di partito e di esilio. Il nome di Palmiro Togliatti, il suo avallo diretto alle repressioni, viene, naturalmente, in primo piano.
A questo proposito, dato che della corresponsabilità personale di Togliatti in queste «purghe» staliniane già si sapeva e già non poco si è scritto a sua condanna o a suo discarico, conviene correggere la «giustificazione» che talora viene addotta, secondo cui questa complicità sarebbe stata dettata da una comprensibile volontà di salvarsi da una minaccia dalla quale nessuno allora era esente. È storicamente più veridico pensare, invece, anche alla luce di tutta la personalità politica del leader comunista italiano, che non di viltà si sia trattato, o non di essa soltanto, ma di convinzione, di totale adesione a un movimento e a un regime che comportavano anche simili mostruosità e ai quali la fedeltà era assicurata per qualsiasi sua evoluzione. Il libro di Lehner, ricco di analisi storica e di energia polemica, ha soprattutto il merito di far conoscere storie vere, e incredibilmente drammatiche, di uomini e donne dell’Italia che, sfuggiti al fascismo, vennero sacrificati dai loro compagni e dirigenti di partito al Moloch di una rivoluzione onnivora e vorace.

Vittorio Strada

GIANCARLO LEHNER
La tragedia dei comunisti italiani
Mondadori Pagine 374.
 

 


10 maggio 2006

NAPOLITANO,UNA CARRIERA SUI SILENZI

«La politica è sangue e merda»: anche quanti non condividono questa secca esternazione di un vecchio amico di Napolitano, l'ex ministro craxiano Rino Formica, converranno sul fatto che le qualità maggiormente da apprezzare in un politico sono il coraggio e la chiarezza delle posizioni,assunte anche a rischio dell'impopolarità e delle poltrone. Ebbene, il sosia di Re Umberto II di Savoia, sponsorizzato dall'ingegner De Benedetti e da Repubblica, ed enfaticamente esaltato ieri dal Corriere della Sera come il «Principe rosso», l'«uomo dei record targati Pci» nei momenti cruciali. Quando occorreva scegliere su quale posizione politica, e quale leader sostenere o affossare, si è sempre, astutamente, defilato. Nel 1956, all'indomani dell'invasione dei carri armati sovietici a Budapest,mentre Antonio Giolitti e altri dirigenti di primo piano lasciarono il partitone rosso, Napolitano arrivò a bocciare con durezza questa scelta dell'esponente piemontese, profondendosi in elogi non solo di Togliatti, ma anche di Stalin. Il quale, facendo fucilare i rivoltosi di Budapest, avrebbe addirittura contribuito a rafforzare la «pace nel mondo».
La riluttanza di Napolitano a lanciare la sfida per la conquista della leadership all'interno del Pci, anche quando dopo l'improvvisa morte di Berlinguer avrebbe avuto non poche chances di spuntarla,e la sua propensione a ritagliarsi incarichi di prestigio, ma non di primo piano, gli hanno fatto meritare la celebre stroncatura di Massimo Caprara, l'ex segretario particolare di Togliatti: «Giorgio? I suoi ruggiti somigliano, quasi sempre, a dei belati». In realtà, parafrasando Flaiano, Napolitano rappresenta il perfetto esemplare del «comunista alle vongole». Quel dirigente, cioè, che tenendo famiglia e partito, pur non condividendo affatto il compromesso storico, ha deciso di avanzare delle lievi critiche alla proposta di Berlinguer,mai spingendosi a sfidare in campo aperto il segretario. Più tardi, all'epoca del craxismo, il deputato campano fece sapere di condividere alcune battaglie di Bettino, come quella sulla riforma della scala mobile, ma non intese impegnarsi per convincere la maggioranza del Pci a non scontrarsi frontalmente con i socialisti. Fu in quel periodo che i suoi avversari interni lo declassarono da riformista a «migliorista»: per gli ex comunisti, quasi un insulto, che andava a colpire un dirigente, considerato alla stregua degli odiati socialdemocratici,che non si proponevano di cambiare la società, ma soltanto di migliorarne alcuni aspetti.
Nella sua regione, la Campania, Napolitano ha subìto, in religioso silenzio, l'ascesa di Bassolino: pur detestando don Antonio, non si è mai opposto al sistema di potere clientelare del governatore della Campania, limitandosi a far sapere, nel luglio del 2005, che condivideva solo alcune delle critiche, molto documentate, rivolte da Salvi e da Villone, della sinistra interna, sulla «questione morale» e sugli sprechi delle giunte di centrosinistra nelle regioni meridionali.
Napolitano non rinunciò alla flemma e al distacco neppure nella bufera di Tangentopoli. Mentre l'allora segretario del Pds batté un colpo, andando alla Bolognina a chiedere scusa ai militanti nel tentativo di contenere i danni che l'inchiestona della procura di Milano aveva provocato anche al suo partito, «Lord Brummel», come lo hanno battezzato gli amici per la sua antiquata eleganza, che era allora presidente della Camera, insabbiò un drammatico documento. La lettera con la quale un giovane deputato socialista di Brescia,il craxiano Sergio Moroni, raggiunto da un avviso di garanzia firmato da Antonio Di Pietro per illecito finanziamento del partito, prima di suicidarsi, aveva sollecitato che si svolgesse un approfondito e serio dibattito a Montecitorio. Invitando Napolitano a far emergere la «distinzione tra quanti hanno accettato di adeguarsi a procedure legalmente scorrette in una logica di partito e quanti, invece, ne hanno fatto uno strumento di interessi personali».
Ma quel che non può essere accettato è il diktat,secco, di Fassino: sul Colle deve salire a tutti i costi un diessino. Il primo partito del centrosinistra, reduce da un risultato tutt'altro che esaltante, è rimasto senza poltrone. E i diessini si stanno muovendo con l'obiettivo di lottizzare la presidenza della Repubblica, considerandola quasi alla stregua di un'Azienda sanitaria locale. Per Fassino e compagni, per fare il Capo dello Stato non basta aver partecipato ai congressi della Quercia, come ha fatto Giuliano Amato dopo la tragica morte del Psi,ma occorre aver avuto la tessera del vecchio Pci con le pregiate firme di Togliatti, Longo e Berlinguer. Contro questa logica, prima ancora dei leader di centrodestra, i primi a doversi ribellare dovrebbero essere i capi delle formazioni dell'area moderata e socialista dell'Unione. Se non intendono limitarsi a fare da spettatori ubbidienti ai Ds, Rutelli, Fassino e Mastella dovrebbero ridimensionare le arroganti pretese egemoniche degli alleati. Speriamo che almeno ci provino.

Pietro Mancini-Il Giornale

                 


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