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Silvio Berlusconi  
























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28 gennaio 2008

VENTANNI CON SILVIO.

Vi propongo questo bellissimo articolo del Prof. Luca Ricolfi (che ha dichiarate simpatie di sinistra), sulle responsabilità della crisi di governo,del probabile ritorno di Berlusconi camminando sulle macerie del centrosinistra e della punizione fin troppo lieve di questa sinistra italiana.

Vent'anni con Silvio

Nei prossimi giorni, ne potete star certi, assisteremo a un penoso spettacolo di recriminazioni reciproche: la colpa è di Mastella, la colpa è di Veltroni, la colpa è di Prodi, la colpa è del Vaticano ... Magari capiterà anche a me di ripetere una tesi che ho sostenuto per oltre un anno: il risultato più importante del governo Prodi è stato di rendere più probabile, molto più probabile, il ritorno di Berlusconi. Qualcuno lo considererà un merito, personalmente la considero una grave responsabilità che, con la sua perenne litigiosità, si è assunto l’intero gruppo dirigente della sinistra. C’è però anche un altro modo, più tranquillo e distaccato, di guardare agli eventi di questi giorni. Proviamo, per un attimo, a dimenticare le beghe del Palazzo e chiediamoci semplicemente: come racconteranno le vicende di questi anni gli storici di domani? Che cosa si dirà della seconda Repubblica?
Azzardo una risposta. Gli storici di domani parleranno del periodo 1994-2014 come oggi noi parliamo del fascismo. In che senso? Non certo nel senso che l’Italia di oggi abbia tratti fascisti, ma nel senso che entrambi saranno visti come due periodi storici piuttosto lunghi, piuttosto omogenei, e dominati da una figura politica centrale, Mussolini nel ventennio fascista, Berlusconi in quello - appunto - berlusconiano. Parlo di ventennio berlusconiano perché, in qualsiasi modo evolva la crisi di questi giorni, è estremamente probabile che le prossime elezioni le vinca il centro-destra e che Berlusconi resti al centro della scena fino al 2014 (o al 2020, se nel 2013 riuscirà a coronare il sogno di diventare Presidente della Repubblica).
Lo storico di domani sarà meno accecato dall’amore e dall’odio di quanto lo siamo noi oggi, e quindi riuscirà a vedere le cose freddamente. Naturalmente ci saranno gli storici di sinistra, che giudicheranno negativamente «il ventennio», e ci saranno gli storici di destra, che lo giudicheranno positivamente. Ma quel che entrambi si chiederanno è: perché? Perché la sinistra è uscita sconfitta da Tangentopoli e dalla crisi della prima Repubblica (1994)? Perché è stata sconfitta di nuovo nel 2001 e nel 2008? Perché per vent’anni è stata succube, come ipnotizzata, dalla figura del Cavaliere?
Su questo, sulle cause del ventennio berlusconiano, credo che gli storici di domani saranno meno divisi che sul giudizio politico verso il ventennio. Gli storici di domani spiegheranno che l’Italia entrò a capofitto nel ventennio berlusconiano perché la classe dirigente della sinistra uscita dalla Resistenza, specie nella sua componente egemone (quella comunista) era afflitta da una grave malattia, poi rivelatasi incurabile: la pigrizia mentale.
Nel 1956 i carri armati sovietici avevano invaso l’Ungheria, ma la stragrande maggioranza dei dirigenti del Pci (compreso l'attuale Presidente della Repubblica) non aveva battuto ciglio. Tre anni dopo, a Bad Godesberg, la socialdemocrazia tedesca abbracciava definitivamente il riformismo, e pochi anni dopo andava al governo, nel primo esperimento di Grosse Koalition (1966-1969). Per tutta reazione, qui da noi l’aggettivo «socialdemocratico» acquistava sempre più il sapore di un insulto, condito di disprezzo e supponenza. Nel 1968 i carri armati sovietici invadevano Praga, nel 1981 la medesima minaccia dei carri armati veniva rivolta alla Polonia (provocando il «colpo di stato patriottico» del generale Jaruzelski), nel 1989 cadeva il muro di Berlino.
Nonostante tutto questo, occorrerà attendere altri due anni perché, nel 1991, un dirigente comunista tenti finalmente una timida svolta (la «Bolognina» di Achille Occhetto), con il risultato di spaccare il partito e determinare una dolorosa scissione a sinistra, del resto pienamente comprensibile (come si poteva pretendere che i militanti accettassero la socialdemocratizzazione del partito, se fino al giorno prima l’aggettivo socialdemocratico veniva usato come un insulto?). Poi arriva la sconfitta del 1994, l’idea dell’Ulivo, la rivincita del 1996 (primo governo Prodi), il suicidio del 1998 (Bertinotti che, dopo appena due anni, fa cadere il primo governo di sinistra della storia repubblicana). Ce ne sarebbe abbastanza per far capire anche al più lento bradipo del mondo che è giunto il momento di accelerare il passo.. E invece no, i dirigenti della sinistra impiegano altri dieci anni per costruire il Partito democratico, senza rendersi conto che nel 1998 (quando cade il primo governo Prodi) erano già indietro di quarant’anni..
Naturalmente gli storici si chiederanno anche perché tanta lentezza, o pigrizia mentale come preferisco dire io. Non so quale sia la loro risposta, ma la mia è semplice (e so già che qualcuno dirà che è semplicistica). Per poter restare fedele al mito del socialismo sovietico, la cultura comunista ha dovuto sviluppare una straordinaria capacità di ignorare i fatti, distorcere le informazioni, manipolare le coscienze.
E ci è riuscita così bene che quella capacità è sopravvissuta alle ragioni che l’avevano prodotta. Quando Berlusconi è apparso sulla scena, i dirigenti della sinistra non hanno pensato che era giunto il momento di aggiornare la loro analisi della società italiana e accelerare la costruzione di una forza genuinamente riformista, ma hanno trovato più naturale usare quella loro straordinaria capacità di manipolazione per combattere Berlusconi, senza rendersi conto che così allontanavano - anziché avvicinarlo - il momento di costruire una sinistra moderna, in grado di parlare chiaro e fare scelte coraggiose. E’ così che la meteora Berlusconi, da semplice passaggio della storia italiana, è divenuto il marchio di un’era.
Visto con gli occhi di domani, il limite di Veltroni non è di aver «diviso la sinistra». Il limite di Veltroni, di D’Alema, di Fassino, di Rutelli è di aver aspettato troppo a lungo. Il Pd è nato nel 2007, mezzo secolo dopo Bad Godesberg, ma ancora adesso non ha trovato il coraggio di spiegare agli italiani che cosa vuole esattamente. E a fronte di un ritardo di mezzo secolo, vent’anni di Berlusconi sono una punizione fin troppo lieve.

Luca Ricolfi-La Stampa 27/01/2008








12 giugno 2007

NON E' SUCCESSO NULLA...

 

Dopo i ballottaggi mi sembra opportuno fare chiarezza sull’esito di questa tornata elettorale.

C’è un dato incontrovertibile che non si può ignorare, considerando Province e Comuni capoluogo la CDL batte l’Unione 25 a 13, ma non è questo il solo dato eclatante, nella maggior parte delle realtà dove si conferma il centrosinistra, riesce a fatica e perdendo numerosi consensi, un’esempio per tutti Genova,dove per essere certi della vittoria della sinistra si è dovuti arrivare a contare fino alle ultime schede,quando cinque anni fa c’erano venti punti di differenza tra gli schieramenti.

Ancora più netto il divario se si guarda ai comuni non capoluogo superiori ai 15.000 abitanti, il centrodestra ne  amministrava 50 adesso sono 74, il centrosinistra ne amministrava 71 adesso sono 45, è stato praticamente il miglior risultato di sempre di Forza Italia e della CDL in elezioni amministrative.
Insomma c’è stata una sconfitta netta e pesante del centrosinistra e soprattutto del nascente Partito Democratico, che ha dimostrato la sfiducia crescente dei cittadini nei confronti del governo, eppure si fa finta di niente, si cerca di minimizzare, come ha osservato nella sua analisi del voto Luca Ricolfi , si sono spostati due milioni di voti da uno schieramento all’altro, dove i movimenti tra i due campi sono sempre marginali, chi glielo spiega adesso ai “zucconi” di Repubblica che ieri titolavano a proposito del risultato dei ballottaggi di ieri  : “ Non è cambiato nulla” ?


11 aprile 2007

UN ANNO DI PRODI !

E’ facile dal mio punto di vista  fare un “bilancio” di un anno di governo  Prodi, il mio giudizio è fin troppo  scontato e di parte, pur se onestamente qualcosa ho condiviso,perlomeno nelle intenzioni, purtroppo annegate nella “precarietà” e nella “improvvisazione” nel quale questo esecutivo è costretto a muoversi.

Pertanto Vi propongo un “sunto” di due editoriali apparsi in questi giorni sulla stampa, a firma di due giornalisti di certo “organici” al centrosinistra e tutt’altro che Berlusconiani ,Ilvo Diamanti e Luca Ricolfi su Repubblica e La Stampa,che sintetizzano alla perfezione la “delusione” e il “disincanto” del popolo di sinistra più di qualsiasi sondaggio sulle intenzioni di voto.

 

Di Ilvo Diamanti

La delusione dei cittadini. Al di là degli eventi, al di là delle oscillazioni congiunturali, resta elevata. Come un anno fa. Come negli ultimi mesi prima delle elezioni. Molto più alta rispetto al 2002, quando Berlusconi governava da un anno; come oggi Prodi. Con l'aggravante che allora l'economia mondiale era depressa, dopo lo shock dell'attentato alle Torri; mentre oggi è in crescita. La stessa retorica del declino è declinata. Contraddetta dall'andamento dell'economia. Oggi, semmai, la polemica si è concentrata sul significato da attribuire all'attuale ripresa.

Un anno dopo le elezioni del 2006 è come se tutto fosse cambiato, per lasciare le cose come prima. Si continua a navigare a vista. Senza intravedere l'orizzonte. Senza una mappa, una rotta. Ogni voto al Senato è un corpo a corpo. E continua ad aleggiare, nell'aria, l'idea che da un momento all'altro qualcosa possa accadere. Che questa legislatura possa subire uno strappo, una battuta d'arresto, una svolta. Solo il 20% degli italiani pensa che il governo durerà per tutta la legislatura. Era il 33% solo sei mesi fa. Ma fra gli elettori di centrosinistra l'ottimismo non è molto più esteso (scommette sulla "durata naturale" del governo il 35% di essi).

Repubblica 10/04/07

 

Di Luca Ricolfi

Come ha mostrato la recente crisi di governo, la durata di questo esecutivo è del tutto aleatoria: può durare tutta la legislatura, come cadere la prossima settimana. E in quest’ultimo caso sarebbe inevitabile chiedersi: in che modo è stato usato il poco - ma non pochissimo - tempo che ha avuto a disposizione?

L’Italia di oggi somiglia come una goccia d’acqua a quella di Berlusconi, con un’aggravante però: oggi non c’è nessuno che ricordi a chi governa i problemi per cui milioni di persone sono scese in piazza per anni, nonostante nessuno di quei problemi sia nel frattempo stato risolto. Se fra un mese improvvisamente la legislatura finisse, ci ritroveremmo esattamente nella situazione che ieri suscitava un permanente «allarme democratico». Che cosa dobbiamo dunque pensare? In questi dodici mesi i Girotondi hanno rettificato il loro giudizio negativo sull’era Berlusconi?

Se adottiamo il punto di vista dei produttori - ossia lavoratori e imprese - le cose non vanno molto meglio. La promessa centrale della campagna elettorale dell’Unione era stata la riduzione del cuneo fiscale a imprese e lavoratori dipendenti. Le prime non hanno ancora incassato un euro, perché le misure previste in Finanziaria non sono ancora entrate in vigore, e comunque non andranno a regime prima del 2008. Quanto ai secondi, l’aumento di 3-400 euro l’anno c’è stato, ma solo per un lavoratore su quattro.

Qui possiamo anche raccontarci la storiella del risanamento, del recupero di gettito evaso, della ripresa dell’economia. Ma la realtà sembra - purtroppo - essere molto diversa da come amano raccontarcela i nostri governanti. L’economia è in ripresa, ma il nostro tasso di crescita resta sensibilmente al di sotto di quello dell’Eurozona, esattamente come lo è stato negli ultimi dieci anni, con qualsiasi governo. Le esportazioni aumentano, ma la nostra quota di export continua a diminuire, anche qui come è sempre avvenuto negli ultimi dieci anni. Non è colpa di Prodi, naturalmente, ma ci si può chiedere se valesse la pena varare una Finanziaria che, per ammissione dello stesso governo, era destinata a deprimere il nostro tasso di crescita.

La risposta dell’Unione è che la stangata fiscale era necessaria per rimettere in ordine i conti pubblici devastati da Berlusconi, e che l’aumento (imprevisto) del gettito tributario nel 2006 segnala i primi risultati della lotta all’evasione fiscale. Purtroppo questa ricostruzione è incompatibile con l’evidenza empirica disponibile. Le entrate tributarie, al netto delle una tantum della Finanziaria 2006, erano cresciute in modo imprevisto già nel primo trimestre del 2006, e nel resto dell’anno - ossia dopo l’insediamento del governo Prodi - non sono cresciute a un ritmo più rapido che nel primo trimestre. Se il confronto viene fatto con il 2005, l’accelerazione post-elezioni è minima: da +7,9% a +8,6%. Se il confronto viene fatto con il 2004 (il gettito 2005 ha un profilo temporale anomalo), l’accelerazione post-elezioni è addirittura negativa, nel senso che le entrate rallentano la loro corsa dopo le elezioni (da +11,6% a +7,8%). In breve, l’extra-gettito di cui ora si dà mostra di stupirsi, era perfettamente visibile già a metà dell’anno scorso, ai tempi della due diligence e del Dpef, ed era largamente consolidato in autunno, ai tempi del dibattito sulla Finanziaria.

Come mai il governo, in tutti i documenti prodotti nel 2006, ha chiuso un occhio sull’entità dell’extragettito? Perché «accorgersi» tempestivamente che in cassa stavano entrando un sacco di quattrini avrebbe avuto tre conseguenze indesiderate: rendere meno plausibile la denigrazione del governo precedente, rendere meno giustificabile l’aumento delle tasse, rendere più difficile il finanziamento di nuove spese. Dunque è vero che i conti pubblici vanno meglio, e (forse) andranno ancora meglio l’anno prossimo, ma questo non è il risultato di una correzione dei nostri squilibri strutturali bensì di un ennesimo giro di vite fiscale che ha riportato le entrate in prossimità del loro massimo storico, toccato giusto dieci anni fa (sempre con Prodi, ma allora per una «giusta causa»: l’ingresso in Europa). Continuiamo ad avere aliquote troppo basse sulle rendite finanziarie e troppo alte sui redditi di impresa. Pochi ammortizzatori sociali e troppa previdenza. Insomma, ben poco è cambiato dai tempi del Rapporto Onofri, che i mali fondamentali del nostro welfare li aveva messi in luce tutti già dieci anni fa.

È Pasqua, e dovremmo essere buoni persino con i politici. A me, però, vengono in mente solo «idee che non condivido», per dirla con Altan. Ad esempio questa: visto che non hanno il coraggio di fare le riforme, perché non provano - semplicemente - a fare il meno possibile?

La Stampa 09/04/07

   


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permalink | inviato da il 11/4/2007 alle 15:54 | Versione per la stampa

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