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In una democrazia è il popolo
che sceglie i leader, non sono
i leader che scelgono il popolo.
Silvio Berlusconi 02/12/2006

MENO MALE CHE SILVIO C'E'



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...andremo avanti con la forza
della gente contro i parrucconi
della politica.-Silvio Berlusconi
P.zza S.Babila Milano 18/11/2007





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"La difesa della libertà è la
missione più alta,più nobile,
più entusiasmante che      
ciascuno di noi possa avere
l'avventura di fare."     
Silvio Berlusconi  
























"E' sorta in questi anni 
un'altra Italia, umile e  
tenace , orgogliosa e    
onesta, moderata  ma   
ferma  nel  difendere   
i  principi  di  libertà,   
che  non  ha  nessun    
passato da nascondere 
e  che  soprattutto non 
ha paura di sperare e di
credere. Questa  Italia 
siamo  noi,  si  chiama  
FORZA  ITALIA  "     
Silvio Berlusconi





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CAMBIARE REGIME
La sinistra e gli ultimi
45 dittatori(Einaudi)


"Cos'altro dovrebbe fare
la sinistra,se non lottare
contro  le dittature  e
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LA GRANDE BUGIA 
"Le sinistre italiane e
il sangue dei vinti".
 


GRAZIE ORIANA: PENSIERI
E PAROLE INEDITI DOPO
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"Troppo spesso è stata dimenticata   
la moralità del fare, la moralità del    
realizzare il programma annunciato  
agli elettori, la moralità dell’operare  
per mantenere gli impegni e per         
mantenere la parola data.                  
Per noi, la moralità nella politica        
consiste soprattutto nel mantenere  
gli impegni."   Silvio Berlusconi 


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27 aprile 2009

IL PARTIGIANO SILVIO

E così Silvio Berlusconi è riuscito anche a farsi arruolare come “partigiano onorario” dai superstiti della brigata partigiana Maiella che gli hanno messo un foulard tricolore intorno al collo, adesso manca solo che festeggi il 1 maggio tra sindacati e lavoratori e poi il trionfo sarà completo.
A Franceschini bisogna fare un monumento, con il suo insistere affinché il premier festeggiasse il 25 Aprile, ha fatto in modo che la prima uscita pubblica di Berlusconi per l’anniversario della liberazione, si trasformasse nell’ennesimo capolavoro politico – mediatico.
Ormai Berlusconi non parla più come grande leader di una forza politica o di una coalizione, con un livello di consenso ormai trasversale parla al paese da “Padre della Patria”.
Dopo aver deposto una corona all’altare della patria insieme al presidente Napolitano e ai presidenti di camera e senato, il premier si è recato a Onna in Abruzzo, che oltre ad aver subito il recente terremoto, nel 1944 fu teatro di una orrenda rappresaglia da parte dell’esercito tedesco che fucilarono 17 civili inermi.
Le macerie di Onna dunque hanno tenuto a battesimo il primo discorso pubblico di Berlusconi per l’anniversario della liberazione da quando è sceso in politica, un discorso di pacificazione perché il 25 Aprile sia la festa della libertà contro ogni totalitarismo e l’invito a guardare al futuro per il progresso e il bene del paese, un discorso apprezzato trasversalmente che ha sorpreso un po’ tutti, me per prima, quando il premier parla di coloro che volevano instaurare un ordine sociale e politico diverso avrebbe fatto bene a citare ad esempio uno come Togliatti che durante il XVI congresso del PCUS tenne alto l’onore della nostra patria : “È PER ME MOTIVO DI PARTICOLARE ORGOGLIO AVERE RINUNCIATO ALLA CITTADINANZA ITALIANA PERCHE' COME ITALIANO, MI SENTIVO UN "MISERABILE MANDOLINISTA" E NULLA PIU'.
COME CITTADINO SOVIETICO SENTO DI VALERE DIECI VOLTE PIU' DEL MIGLIORE ITALIANO",
si capisce bene dunque per quale patria combatteva.
Mi auguro comunque che Berlusconi il prossimo anno si rechi in uno dei tanti cimiteri anglo americani sparsi per l’Italia a rendere un pubblico omaggio a coloro che sono stati i veri liberatori dell’Italia, come del resto ha già fatto nello storico discorso al Congresso Americano.

Questo il testo integrale del discorso di Silvio Berlusconi per la commemorazione del 25 Aprile.

di Silvio Berlusconi

Cari amici, non è semplice trovare le parole per descrivere il mio, il nostro stato d’animo in questo momento. Ci troviamo qui ad Onna per celebrare la Festa della Liberazione, una festa che è insieme un onore ed un impegno. Un onore: di commemorare una terribile strage perpetrata proprio qui nel giugno del 1944, quando i nazisti massacrarono per rappresaglia 17 cittadini di Onna, e poi fecero saltare con l’esplosivo la casa nella quale si trovavano i corpi di quelle vittime innocenti. Un impegno che ci deve animare è quello di non dimenticare ciò che è accaduto qui e di ricordare gli orrori dei totalitarismi e della soppressione della libertà. Proprio qui, proprio in Abruzzo, è nata ed ha operato la leggendaria Brigata Maiella, che è stata decorata con la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Nel dicembre del ’43, 15 giovani fondarono quella che sarebbe diventata appunto la Brigata Maiella che arrivò ad essere forte di 1.500 uomini. E non casuale è che in questa giornata speciale, i militari del Picchetto d’Onore schierati davanti a noi appartengano al 33.mo Reggimento di artiglieria, il reparto degli abruzzesi che nel 1943 a Cefalonia ebbe il coraggio di opporsi ai nazisti e di sacrificarsi – combattendo – per l’onore del nostro Paese. A quei patrioti che si sono battuti per il riscatto e la rinascita dell’Italia va, deve andare sempre la nostra ammirazione, la nostra gratitudine, la nostra riconoscenza. La gran parte degli italiani di oggi non ha provato cosa significa la privazione della libertà. Solo i più anziani hanno un ricordo diretto del totalitarismo, dell’occupazione straniera, della guerra per la liberazione della nostra Patria. Per molti di noi è un ricordo legato alle nostre famiglie, ai nostri genitori, ai nostri nonni, molti dei quali furono protagonisti o anche vittime di quei giorni drammatici. Per me è il ricordo di anni di lontananza da mio padre, costretto ad espatriare per non essere arrestato, è il ricordo dei sacrifici di mia madre, che da sola dovette mantenere una famiglia numerosa in quegli anni difficili. È il ricordo del suo coraggio, di lei che come tanti altri da un paesino della provincia di Como doveva recarsi ogni giorno in treno a Milano per lavorare, e che un giorno, su uno di quei treni, rischiò la vita, ma riuscì a sottrarre a un soldato nazista una donna ebrea destinata ai campi di sterminio. Questi sono i ricordi, sono gli esempi con i quali siamo cresciuti. Quelli di una generazione di italiani che non esitò a scegliere la libertà. Anche a rischio della propria sicurezza, anche a rischio della propria vita. Il nostro Paese ha un debito inestinguibile verso quei tanti giovani che sacrificarono la vita, negli anni più belli, per riscattare l’onore della patria, per fedeltà a un giuramento, ma soprattutto per quel grande, splendido, indispensabile valore che è la libertà. Lo stesso debito di gratitudine lo abbiamo verso tutti quegli altri ragazzi, americani, inglesi, francesi, polacchi, dei tanti Paesi alleati, che versarono il loro sangue nella campagna d’Italia. Senza di loro, il sacrificio dei nostri partigiani avrebbe rischiato di essere vano. E con rispetto dobbiamo ricordare oggi tutti i caduti, anche quelli che hanno combattuto dalla parte sbagliata sacrificando in buona fede la propria vita ai propri ideali e ad una causa già perduta. Questo non significa naturalmente neutralità o indifferenza. Noi siamo – tutti gli italiani liberi lo sono – dalla parte di chi ha combattuto per la nostra libertà, per la nostra dignità e per l’onore della nostra Patria. In questi anni la storia della Resistenza è stata approfondita e discussa. È un bene che sia successo. La Resistenza è – con il Risorgimento – uno dei valori fondanti della nostra nazione, un ritorno alla tradizione di libertà. E la libertà è un diritto che viene prima delle leggi e dello Stato, perché è un diritto naturale che ci appartiene in quanto esseri umani. Una nazione libera tuttavia non ha bisogno di miti. Come per il Risorgimento, occorre ricordare anche le pagine oscure della guerra civile, anche quelle nelle quali chi combatteva dalla parte giusta ha commesso degli errori, si è assunto delle colpe. È un esercizio di verità, è un esercizio di onestà, un esercizio che rende ancora più gloriosa la storia di coloro che invece hanno combattuto dalla parte giusta con abnegazione e con coraggio. È la storia dei tanti che hanno combattuto nell’esercito del Sud, che da Cefalonia in poi hanno riscattato con il sangue l’onore della divisa. È la storia dei martiri come Salvo D’Acquisto che non esitò a sacrificare la sua vita in cambio di altre vite innocenti. È la storia dei nostri militari internati in Germania, che scelsero il campo di concentramento piuttosto che collaborare con i nazisti. È la storia dei tanti che nascosero concittadini ebrei ricercati, salvandoli dalla deportazione. È la storia soprattutto dei tanti, tantissimi eroi sconosciuti che con piccoli o grandi gesti di coraggio quotidiano collaborarono alla causa della libertà. Anche la Chiesa, voglio ricordarlo, fece la sua parte con vero coraggio, per evitare che concetti odiosi, come la razza o la differenza di religione, diventassero per molti motivo di persecuzione e di morte. Allo stesso modo bisogna ricordare i giovani ebrei della Brigata ebraica, arrivati dai ghetti di tutta Europa, che imbracciarono le armi e lottarono per la libertà. In quel momento tanti italiani di fedi diverse, di diverse culture, di diverse estrazioni si unirono per seguire lo stesso grande sogno, quello della libertà. Vi erano fra loro persone e gruppi molto diversi. Vi era chi pensava soltanto alla libertà, chi sognava di instaurare un ordine sociale e politico diverso, chi si considerava legato da un giuramento di fedeltà alla monarchia. Ma tutti seppero accantonare le differenze, anche le più profonde, per combattere insieme. I comunisti e i cattolici, i socialisti e i liberali, gli azionisti e i monarchici, di fronte a un dramma comune, scrissero, ciascuno per la loro parte, una grande pagina della nostra storia. Una pagina sulla quale si fonda la nostra Costituzione, sulla quale si fonda la nostra libertà. Fu nella stesura della Costituzione che la saggezza dei leader politici di allora, De Gasperi e Togliatti, Ruini e Terracini, Nenni, Pacciardi e Parri, riuscì ad incanalare verso un unico obiettivo le profonde divaricazioni di partenza. Benché frutto evidente di compromessi, la Costituzione repubblicana riuscì a conseguire due obiettivi nobili e fondamentali: garantire la libertà e creare le condizioni per uno sviluppo democratico del Paese. Non fu poco. Anzi, fu il miglior compromesso allora possibile. Fu però mancato l’obiettivo di creare una coscienza morale «comune» della nazione, un obiettivo forse prematuro per quei tempi, tanto che il valore prevalente fu per tutti l’antifascismo, ma non per tutti l’antitotalitarismo. Fu il portato della storia, un compromesso utile a scongiurare che la Guerra fredda che divideva verticalmente l’Italia non sfociasse in una guerra civile dagli esiti imprevedibili. Ma l’assunzione di responsabilità e il senso dello Stato che animarono tutti i leader politici di allora restano una grande lezione che sarebbe imperdonabile dimenticare. Oggi, 64 anni dopo il 25 aprile 1945 e a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, il nostro compito, il compito di tutti, è quello di costruire finalmente un sentimento nazionale unitario. Dobbiamo farlo tutti insieme, tutti insieme, quale che sia l’appartenenza politica, tutti insieme, per un nuovo inizio della nostra democrazia repubblicana, dove tutte le parti politiche si riconoscano nel valore più grande, la libertà, e nel suo nome si confrontino per il bene e nell’interesse di tutti. L’anniversario della riconquista della libertà è dunque l’occasione per riflettere sul passato, ma anche per riflettere sul presente e sull’avvenire dell’Italia. Se da oggi riusciremo a farlo insieme, avremo reso un grande servizio non a una parte politica o all’altra, ma al popolo italiano e, soprattutto, ai nostri figli che hanno il diritto di vivere in una democrazia finalmente pacificata. Noi abbiamo sempre respinto la tesi che il nostro avversario fosse il nostro nemico. Ce lo imponeva e ce lo impone la nostra religione della libertà. Con lo stesso spirito sono convinto che siano maturi i tempi perché la festa della Liberazione possa diventare la festa della Libertà, e possa togliere a questa ricorrenza il carattere di contrapposizione che la cultura rivoluzionaria le ha dato e che ancora «divide» piuttosto che «unire». Lo dico con grande serenità, senza alcuna intenzione polemica. Il 25 aprile fu all’origine di una nuova stagione di democrazia e in democrazia il voto del popolo merita l’assoluto rispetto da parte di tutti. Il popolo, dopo il 25 aprile, votò pacificamente per la Repubblica, e la monarchia accettò il giudizio popolare. Poco dopo, il 18 aprile 1948, la scelta popolare fu di nuovo decisiva per il nostro Paese: con la vittoria di De Gasperi, il popolo italiano si riconobbe nella tradizione cristiana e liberale della sua storia. E gli anni Cinquanta, sempre con il sostegno del voto popolare, modellarono un’Italia come realtà democratica, economica e sociale. L’Italia divenne parte dell’Europa e dell’Occidente, fu tra i promotori dell’unità atlantica e dell’unità europea, diventò da Paese reietto un Paese rispettato. Oggi i nostri giovani hanno davanti a loro altre sfide: difendere la libertà conquistata dai loro padri e ampliarla sempre di più, consapevoli come sono che senza libertà non vi può essere né pace, né giustizia, né benessere. Alcune di queste sfide sono planetarie e ci vedono impegnati a fianco dei Paesi liberi: la lotta contro il terrorismo, la lotta contro l’integralismo fanatico e liberticida, la lotta contro il razzismo, perché la libertà, la dignità e la pace sono un diritto di ogni essere umano, ovunque nel mondo. Ecco perché voglio qui ricordare i soldati italiani impegnati nelle missioni di pace all’estero, e in particolare tutti quelli che sono caduti nell’espletare questa nobile missione. C’è una continuità ideale fra loro e tutti gli eroi, italiani e alleati, che sacrificarono la loro vita più di 60 anni fa per ridarci la libertà nella sicurezza e nella pace. Oggi quell’insegnamento dei nostri padri assume un valore particolare: questo 25 Aprile cade all’indomani della grande tragedia che ha colpito questa terra d’Abruzzo. Ancora una volta, di fronte all’emergenza e alla tragedia, gli italiani hanno saputo unirsi, hanno saputo superare le divergenze, sono riusciti a dimostrare di essere un grande popolo coeso nella generosità, nella solidarietà e nel coraggio. Guardando ai tanti italiani che si sono impegnati qui nell’opera di soccorso e di ricostruzione mi sento orgoglioso, ancora una volta, ancora di più, di essere italiano e di guidare questo meraviglioso Paese. Oggi Onna è per noi il simbolo della nostra Italia. Il terremoto che l’ha distrutta ci ricorda i giorni in cui fu l’invasore a distruggerla. Riedificarla vorrà dire ripetere il gesto della sua rinascita dopo la violenza nazista. Ed è proprio nei confronti degli eroi di allora e di oggi che noi tutti abbiamo una grande responsabilità: quella di mettere da parte ogni polemica, di guardare all’interesse della nazione, di tutelare il grande patrimonio di libertà che abbiamo ereditato dai nostri padri. Abbiamo, tutti insieme, la responsabilità e il dovere di costruire per tutti un futuro di prosperità, di sicurezza, di pace, e di libertà. Viva l’Italia! Viva la Repubblica! Viva il 25 Aprile, la festa di tutti gli italiani, che amano la libertà e vogliono restare liberi! Viva il 25 Aprile la festa della riconquistata libertà!
Onna, 25 aprile 2009

















7 febbraio 2009

GRAZIE SILVIO

Forse tutto questo sarà inutile, forse non si arriverà in tempo, ma l’atteggiamento di Silvio Berlusconi sulla vicenda di Eluana Englaro non mi ha sorpresa, anzi da qualche tempo ero intimamente convinta che avrebbe fatto tutto ciò che era in suo potere per evitare una eutanasia non regolamentata e non prevista dalla legge.
Quando ascolta se stesso e la sua coscienza, ed è intimamente convinto di ciò che fa, Berlusconi va fino in fondo, senza mediazioni,compromessi e imbalsamature istituzionali che troppe volte lo frenano, ed è questo il Berlusconi che preferisco e che vogliono i suoi elettori.
Non si è fermato neppure di fronte alla possibilità di uno scontro istituzionale con il Presidente Napolitano, che poi in effetti è avvenuto, quando il Quirinale ha comunicato che il decreto legge in discussione nel consiglio dei ministri,che impediva qualsiasi mancanza di somministrazione di acqua e nutrienti a soggetti non autosufficienti, non sarebbe stato firmato, Berlusconi ha messo lo stesso ai voti il decreto legge che è stato poi approvato dal consiglio dei ministri all’unanimità, questo per avocare a se e al governo la responsabilità di stabilire e decidere in materia di decretazione d’urgenza così come è previsto dall’art.77 della costituzione, se poi il Presidente della repubblica non lo controfirma, magari per pretesa incostituzionalità tutta da dimostrare,diviene chiaro a tutti di chi è la responsabilità.
Preso atto della posizione di Napolitano, dopo poche ore Berlusconi ha convocato una nuova seduta del consiglio dei ministri che ha approvato ,sotto forma di disegno di legge , lo stesso decreto e ha chiesto ai presidenti delle camere una corsia preferenziale e urgente per discutere ed eventualmente approvare in pochi giorni la legge.
Bisogna riconoscere che forse nessuno, al posto di Berlusconi , in questi delicati frangenti umani ed istituzionali , avrebbe avuto il coraggio di assumersi responsabilità così chiare e nette, lui lo ha fatto e di questo credo che siano orgogliosi tutti coloro che lo hanno votato, e gran parte dell’opinione pubblica, così come lo sono io, a prescindere da come la si pensi su argomenti tanto delicati che scuotono le coscienze.
Non intervenire,dice Berlusconi in conferenza stampa, sarebbe omissione di soccorso nei confronti di una persona viva, con cellule celebrali vive,che in ipotesi potrebbe generare anche un figlio.
Ritornando sull’argomento il Premier questa mattina dalla Sardegna ha detto : “Immaginavo francamente si potesse superare da parte del Colle una posizione legata a fatti giuridici, anche non condivisibili, e che noi non condividiamo”.
“E ciò anche in considerazione del fatto che il decreto del governo è stato fatto per salvare una vita umana” senza il quale – ha aggiunto – Eluana sarebbe stata l’unica cittadina a morire”.
“Non capisco come non si possa sospendere la procedura per Eluana: francamente mi lascia stupito che dei professionisti, dei medici che sono votati a salvare la vita umana, possano invece impegnarsi in una azione che porta sicuramente alla morte, anche attraverso delle crudeltà come quella di privare ad un organismo umano l'alimentazione e la nutrizione”.
Ci sono “due culture che si confrontano: da un lato la cultura della libertà e della vita e dall'altro quella dello statalismo e, in questo caso, della morte; noi siamo per la vita e per la libertà”.
Probabilmente anche approvare una legge in pochi giorni non servirà a nulla, poiché le procedure che interrompono la nutrizione e l’idratazione a Eluana Englaro sono già iniziate, ma da tutti coloro che si oppongono,non alla laicità, bensì all’ “incenso laicista” di questo paese , non può che venire un “ grazie a Silvio Berlusconi”.
Esponenti del Vaticano hanno lodato il coraggio di Berlusconi e del governo e si sono detti “molto delusi” da Napolitano per la mancata firma del decreto.
Sarò forse ripetitiva,ma trovo che far morire così una persona, togliendole acqua e nutrimento,sia una crudeltà assoluta, chi secondo una “presunta volontà”, ha deciso che non deve più vivere si assuma in pieno le sue responsabilità, e le dia perlomeno una morte rapida ed indolore, i sistemi non mancano di certo, e non questa straziante agonia che si protrarrà forse per settimane.
Infine una considerazione sui parenti della ragazza,in particolare del padre Beppino mi viene spontanea, si lamenta dell’invadenza dei media e dell’opinione pubblica , ma allora perché ha dato in pasto la vicenda di Eluana all’attenzione generale? Quale disegno persegue?
Se proprio ha deciso che la figlia deve morire,poteva farlo con l’assistenza di medici compiacenti nel dolore e nel silenzio, non strombazzandolo in lungo e largo e lamentarsi poi con una faccia di bronzo degna di miglior causa.
Senza contare poi, che le suore dell’istituto dove Eluana è stata accudita fino all’altro giorno, hanno ribadito a più riprese che avrebbero continuato ad accudirla ed assisterla vita natural durante senza nessuna pretesa.
Addio Eluana, che la tua agonia sia brevissima.







19 luglio 2008

GRAZIE SILVIO

«Abbiamo mantenuto la promessa in 58 giorni: Napoli e la Campania tornano ad essere pulite e occidentali senza il disastro che ha rovinato la nostra immagine nel mondo. In molti hanno scommesso che il governo non ce l’avrebbe fatta, ma hanno avuto torto. Siamo riusciti in una missione impossibile».
E’ soddisfatto Silvio Berlusconi al termine del consiglio dei ministri che si è tenuto a Napoli e ha sancito il termine della fase acuta dell’emergenza rifiuti.
È finita la fase drammatica dell'emergenza, ma ora comincia un'altra fase che è sempre di emergenza e che prevede la messa a regime di tutto il sistema dei rifiuti con la realizzazione dei termovalorizzatori. I tempi per uscire dall'emergenza sono previsti in tre anni, ma noi speriamo di farcela in due» ha detto Berlusconi.
Il premier ha poi annunciato per il mese di agosto una grande campagna per «l'educazione civica di base» alla raccolta differenziata, con l'arrivo in Campania «di migliaia di volontari da tutta Italia» e il sostegno della Chiesa.
Berlusconi ha ringraziato il sottosegretario Guido Bertolaso, che ha illustrato ai ministri le linee del piano, e «tutti coloro che hanno lavorato alla fine dell'emergenza», compreso il ministro all'Ambiente Prestigiacomo che definisce «gracile e dolce all'apparenza, ma con un carattere di ferro».

Adnkronos

Un magnifico risultato, è vero che in alcune aree periferiche di Napoli e provincia c’è ancora della spazzatura da raccogliere, e soprattutto ci sono duemila tonnellate di rifiuti speciali il cui smaltimento è competenza delle ASL che devono provvedere tassativamente entro la fine del mese, ma sono assolutamente marginali rispetto alle 50.000 tonnellate di rifiuti che sino a qualche settimana fa sommergevano Napoli e la Campania.
E’ la migliore dimostrazione della “moralità del fare” del governo Berlusconi, dopo che la sinistra in tutti questi anni ha evidenziato per intero la sua natura “parolaia e inconcludente” .
Adesso è necessario non abbassare la guardia e proseguire con il programma e i piani stabiliti, ma non c’è dubbio che anche Napoli e la Campania hanno voltato pagina, è la nuova stagione.







28 gennaio 2008

VENTANNI CON SILVIO.

Vi propongo questo bellissimo articolo del Prof. Luca Ricolfi (che ha dichiarate simpatie di sinistra), sulle responsabilità della crisi di governo,del probabile ritorno di Berlusconi camminando sulle macerie del centrosinistra e della punizione fin troppo lieve di questa sinistra italiana.

Vent'anni con Silvio

Nei prossimi giorni, ne potete star certi, assisteremo a un penoso spettacolo di recriminazioni reciproche: la colpa è di Mastella, la colpa è di Veltroni, la colpa è di Prodi, la colpa è del Vaticano ... Magari capiterà anche a me di ripetere una tesi che ho sostenuto per oltre un anno: il risultato più importante del governo Prodi è stato di rendere più probabile, molto più probabile, il ritorno di Berlusconi. Qualcuno lo considererà un merito, personalmente la considero una grave responsabilità che, con la sua perenne litigiosità, si è assunto l’intero gruppo dirigente della sinistra. C’è però anche un altro modo, più tranquillo e distaccato, di guardare agli eventi di questi giorni. Proviamo, per un attimo, a dimenticare le beghe del Palazzo e chiediamoci semplicemente: come racconteranno le vicende di questi anni gli storici di domani? Che cosa si dirà della seconda Repubblica?
Azzardo una risposta. Gli storici di domani parleranno del periodo 1994-2014 come oggi noi parliamo del fascismo. In che senso? Non certo nel senso che l’Italia di oggi abbia tratti fascisti, ma nel senso che entrambi saranno visti come due periodi storici piuttosto lunghi, piuttosto omogenei, e dominati da una figura politica centrale, Mussolini nel ventennio fascista, Berlusconi in quello - appunto - berlusconiano. Parlo di ventennio berlusconiano perché, in qualsiasi modo evolva la crisi di questi giorni, è estremamente probabile che le prossime elezioni le vinca il centro-destra e che Berlusconi resti al centro della scena fino al 2014 (o al 2020, se nel 2013 riuscirà a coronare il sogno di diventare Presidente della Repubblica).
Lo storico di domani sarà meno accecato dall’amore e dall’odio di quanto lo siamo noi oggi, e quindi riuscirà a vedere le cose freddamente. Naturalmente ci saranno gli storici di sinistra, che giudicheranno negativamente «il ventennio», e ci saranno gli storici di destra, che lo giudicheranno positivamente. Ma quel che entrambi si chiederanno è: perché? Perché la sinistra è uscita sconfitta da Tangentopoli e dalla crisi della prima Repubblica (1994)? Perché è stata sconfitta di nuovo nel 2001 e nel 2008? Perché per vent’anni è stata succube, come ipnotizzata, dalla figura del Cavaliere?
Su questo, sulle cause del ventennio berlusconiano, credo che gli storici di domani saranno meno divisi che sul giudizio politico verso il ventennio. Gli storici di domani spiegheranno che l’Italia entrò a capofitto nel ventennio berlusconiano perché la classe dirigente della sinistra uscita dalla Resistenza, specie nella sua componente egemone (quella comunista) era afflitta da una grave malattia, poi rivelatasi incurabile: la pigrizia mentale.
Nel 1956 i carri armati sovietici avevano invaso l’Ungheria, ma la stragrande maggioranza dei dirigenti del Pci (compreso l'attuale Presidente della Repubblica) non aveva battuto ciglio. Tre anni dopo, a Bad Godesberg, la socialdemocrazia tedesca abbracciava definitivamente il riformismo, e pochi anni dopo andava al governo, nel primo esperimento di Grosse Koalition (1966-1969). Per tutta reazione, qui da noi l’aggettivo «socialdemocratico» acquistava sempre più il sapore di un insulto, condito di disprezzo e supponenza. Nel 1968 i carri armati sovietici invadevano Praga, nel 1981 la medesima minaccia dei carri armati veniva rivolta alla Polonia (provocando il «colpo di stato patriottico» del generale Jaruzelski), nel 1989 cadeva il muro di Berlino.
Nonostante tutto questo, occorrerà attendere altri due anni perché, nel 1991, un dirigente comunista tenti finalmente una timida svolta (la «Bolognina» di Achille Occhetto), con il risultato di spaccare il partito e determinare una dolorosa scissione a sinistra, del resto pienamente comprensibile (come si poteva pretendere che i militanti accettassero la socialdemocratizzazione del partito, se fino al giorno prima l’aggettivo socialdemocratico veniva usato come un insulto?). Poi arriva la sconfitta del 1994, l’idea dell’Ulivo, la rivincita del 1996 (primo governo Prodi), il suicidio del 1998 (Bertinotti che, dopo appena due anni, fa cadere il primo governo di sinistra della storia repubblicana). Ce ne sarebbe abbastanza per far capire anche al più lento bradipo del mondo che è giunto il momento di accelerare il passo.. E invece no, i dirigenti della sinistra impiegano altri dieci anni per costruire il Partito democratico, senza rendersi conto che nel 1998 (quando cade il primo governo Prodi) erano già indietro di quarant’anni..
Naturalmente gli storici si chiederanno anche perché tanta lentezza, o pigrizia mentale come preferisco dire io. Non so quale sia la loro risposta, ma la mia è semplice (e so già che qualcuno dirà che è semplicistica). Per poter restare fedele al mito del socialismo sovietico, la cultura comunista ha dovuto sviluppare una straordinaria capacità di ignorare i fatti, distorcere le informazioni, manipolare le coscienze.
E ci è riuscita così bene che quella capacità è sopravvissuta alle ragioni che l’avevano prodotta. Quando Berlusconi è apparso sulla scena, i dirigenti della sinistra non hanno pensato che era giunto il momento di aggiornare la loro analisi della società italiana e accelerare la costruzione di una forza genuinamente riformista, ma hanno trovato più naturale usare quella loro straordinaria capacità di manipolazione per combattere Berlusconi, senza rendersi conto che così allontanavano - anziché avvicinarlo - il momento di costruire una sinistra moderna, in grado di parlare chiaro e fare scelte coraggiose. E’ così che la meteora Berlusconi, da semplice passaggio della storia italiana, è divenuto il marchio di un’era.
Visto con gli occhi di domani, il limite di Veltroni non è di aver «diviso la sinistra». Il limite di Veltroni, di D’Alema, di Fassino, di Rutelli è di aver aspettato troppo a lungo. Il Pd è nato nel 2007, mezzo secolo dopo Bad Godesberg, ma ancora adesso non ha trovato il coraggio di spiegare agli italiani che cosa vuole esattamente. E a fronte di un ritardo di mezzo secolo, vent’anni di Berlusconi sono una punizione fin troppo lieve.

Luca Ricolfi-La Stampa 27/01/2008








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