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AZZURRA LIBERTA'-ASCOLTA
 

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In una democrazia è il popolo
che sceglie i leader, non sono
i leader che scelgono il popolo.
Silvio Berlusconi 02/12/2006

MENO MALE CHE SILVIO C'E'



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...andremo avanti con la forza
della gente contro i parrucconi
della politica.-Silvio Berlusconi
P.zza S.Babila Milano 18/11/2007





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"La difesa della libertà è la
missione più alta,più nobile,
più entusiasmante che      
ciascuno di noi possa avere
l'avventura di fare."     
Silvio Berlusconi  
























"E' sorta in questi anni 
un'altra Italia, umile e  
tenace , orgogliosa e    
onesta, moderata  ma   
ferma  nel  difendere   
i  principi  di  libertà,   
che  non  ha  nessun    
passato da nascondere 
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ha paura di sperare e di
credere. Questa  Italia 
siamo  noi,  si  chiama  
FORZA  ITALIA  "     
Silvio Berlusconi





STO LEGGENDO:
CAMBIARE REGIME
La sinistra e gli ultimi
45 dittatori(Einaudi)


"Cos'altro dovrebbe fare
la sinistra,se non lottare
contro  le dittature  e
battersi per liberare i
popoli oppressi?"



LA GRANDE BUGIA 
"Le sinistre italiane e
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GRAZIE ORIANA: PENSIERI
E PAROLE INEDITI DOPO
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"Troppo spesso è stata dimenticata   
la moralità del fare, la moralità del    
realizzare il programma annunciato  
agli elettori, la moralità dell’operare  
per mantenere gli impegni e per         
mantenere la parola data.                  
Per noi, la moralità nella politica        
consiste soprattutto nel mantenere  
gli impegni."   Silvio Berlusconi 


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25 aprile 2007

THANK YOU USA !

Ogni anno,nella ricorrenza del 25 Aprile mi trovo costretta per un motivo  o l’altro a ribadire la realtà storica di quello che è stata la “resistenza italiana” ,quest’anno in particolare nel leggere ed ascoltare esternazioni di ex carristi assurti a ricoprire cariche istituzionali.

Innanzi tutto non si può falsificare la realtà storica affermando che coloro i quali combatterono nella resistenza non erano una minoranza, erano invece proprio una minoranza, poche decine di migliaia di uomini,male armati che combattevano in clandestinità,diverso invece è il discorso sul popolo italiano, per la maggioranza avverso al regime nazi-fascista ,ma questo solo dopo gli immani lutti e distruzioni che aveva portato l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania.

Nessuno può dunque ragionevolmente credere che poche migliaia di uomini ,per giunta clandestini e male armati potessero aver ragione dell’esercito nazista in Italia senza l’intervento anglo-americano , a quest’ora probabilmente stavano ancora qui,questo per la verità storica e senza nulla togliere a coloro che hanno combattuto e fatto la loro parte.

Vi è poi da dire che molte azioni dei partigiani sono state spunto per rappresaglie contro la popolazione civile senza nessuna utilità sulla guerra in corso,basti ricordare ad esempio l’attentato di via Rasella a Roma a cui seguì l’eccidio delle fosse Ardeatine, gli americani sarebbero giunti a liberare Roma comunque nello stesso arco temporale.

In Italia coloro che hanno combattuto per la resistenza si possono dividere essenzialmente in due categorie, da una parte vi erano coloro che combattevano per la libertà d’Italia tra questi semplici cittadini senza nessuna connotazione politica, i cattolici,popolari,repubblicani ecc, dall’altra invece vi erano coloro che combattevano non per liberare l’Italia ma per la “rivoluzione proletaria” per i quali la patria non era l’Italia bensì il mondo intero liberato dal capitalismo e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, costoro erano appunto i “porci comunisti” che ci avevano già venduto all’Unione Sovietica di Stalin.

Per capire come costoro combattessero per  la nostra patria citerò a titolo di esempio cosa pensava Togliatti dell’Italia e degli Italiani tratto dal suo intervento al XVI congresso del PCUS : «E’ per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere dieci volte più del migliore italiano».

Nemmeno si può ignorare il piano  cosiddetto a tenaglia ,che prevedeva l’invasione dell’Italia  ed era sui tavoli dell’armata rossa, e Togliatti che andava a riferire giornalmente all’ambasciata sovietica personalmente o a mezzo di persona di fiducia , quello di cui si trattava nel governo provvisorio italiano.

Così come è realtà storica che nell’immediato dopoguerra bande di comunisti trucidarono migliaia di persone che con il fascismo e il nazismo non avevano nulla a che fare ,le loro uniche colpe erano di essere possidenti o piccoli imprenditori, e anche sacerdoti.

Fu a causa della presenza dell’esercito americano in Italia e degli accordi di Yalta che Stalin non si sentì di  appoggiare la rivoluzione proletaria  italiana che dovette essere rimandata a tempi migliori e i comunisti furono “costretti al gioco democratico”, tanto che lo stesso Togliatti prese un impegno solenne nei confronti dei comunisti italiani: «L'ideologia che ci ha guidati e che ci guida nel determinare le nostre posizioni è l'ideologia marxista... Sarebbe strano che si chiedesse agli uomini che dirigono il nostro partito che non si rivolgessero più, come a guida sicura, a Marx, a Engels, a Lenin, a Stalin... Due sono le direttive del partito: prima, seguire la linea ideologica di Marx, Engels, Lenin e Stalin; seconda, attuare in Italia un regime sul modello di quello russo».

L’Unità 5 Gennaio 1948

Fortunatamente nelle elezioni del 1948 il popolo italiano “scelse la libertà” ,poi grazie alla Democrazia Cristiana ,agli USA e al piano Marshall ci siamo garantiti 50 anni di pace ,prosperità e progresso.

 Non ci potrà essere “memoria storica condivisa” sino a quando non si ammetterà che una gran parte della resistenza italiana ,quella che si richiamava al comunismo, combatteva la dittatura nazifascista per instaurarne un’altra quella del proletariato e per questo ci avevano gia venduto,pertanto è quanto mai ridicolo che oggi  il presidente della repubblica Napolitano, parli  di come la liberazione fu in effetti anche "premessa e condizione per un'Italia nuova, per la Costituzione, per la faticosa ed entusiasmante edificazione di una democrazia vitale per la rinascita economica e sociale, per lo sbocciare della realtà istituzionale dell'Europa e delle organizzazioni internazionali".

Napolitano ricordi prima di tutto a stesso lui dove stava e chi erano i suoi “compagni di merende”,lui e il partito dove ha militato non hanno nulla a che vedere con la rinascita economica dopo che volevano imporre a De Gasperi  di non accettare il piano Marshall, e meno che mai con la realtà istituzionale europea, all’epoca Napolitano&C.  giravano  per l’Italia predicando “l’eurocomunismo” (Sic), famoso in questo contesto un suo discorso a Siena che non riporto per carità di patria.

L’Europa è stata fatta e voluta dai De Gasperi e Adenauer ,dai Martino e Schumann,dai Spaak e dai Monnet , da Einaudi  ecc.ecc., non dai “pistolini di Stalin e Pol Pot”  che all’epoca predicavano l’eurocomunismo, evidentemente si è perso del tutto il senso del ridicolo.

Pertanto il nostro grazie va prima di tutto agli USA senza il cui decisivo apporto non saremmo nemmeno qui a parlarne, prima perché ci hanno liberato dal nazifascismo e poi perché ci hanno preservato dal comunismo,poi a tutti i cittadini e partigiani che hanno lottato nella resistenza per la Patria, e anche ai partigiani comunisti in buona fede poiché sicuramente ce ne sono stati, ma sicuramente non si possono ringraziare coloro che volevano liberaci da una dittatura per imporne un’altra a loro convenienza.

Del resto anche Stalin e l’armata rossa poterono combattere e vincere solo grazie agli USA, dal settembre del ’41 Washington, oltre a concederle un primo prestito di un milione di dollari, fornì all’Unione Sovietica centinaia e centinaia di migliaia di tonnellate di armamenti e materie prime che nei primi due anni ammontarono a 171 navi, 2mila 800 carri armati, 1960 aerei, 527mila 692 tonnellate di munizioni e 44mila 583 tonnellate di carburante. Approvvigionamenti vitali, come confermò lo stesso Stalin. Quando, all’inizio del 1943, gli Stati Uniti gli fecero sapere che gli Uboot tedeschi stavano infliggendo gravissime perdite ai convogli e che il flusso dei rifornimenti avrebbe subito un momentanea contrazione, replicò immediatamente: ”Voi comprendete senza dubbio che ciò non potrà non influire sfavorevolmente sulla situazione delle truppe sovietiche”.

Voglio chiudere questa riflessione sul 25 Aprile riportando un ringraziamento agli USA che è stato fatto in un’occasione speciale giusto un anno fa.

 

Per la generazione di italiani alla quale appartengo gli Stati Uniti rappresentano il faro della libertà e del progresso civile ed economico.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver salvato il mio Paese dal fascismo e dal nazismo a costo del sacrificio di tante giovani vite americane. Sarò sempre grato agli Stati Uniti perchè nei lunghi decenni della guerra fredda hanno difeso l’Europa dalla minaccia dell’Unione Sovietica. Impegnando ingenti quantità di uomini e di mezzi finanziari in questa battaglia vittoriosa contro il comunismo gli Stati Uniti permisero a noi europei di destinare risorse preziose alla ripresa e allo sviluppo della nostra economia.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver aiutato il mio Paese a vincere la povertà ed a conseguire crescita e prosperità dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie alla generosità del Piano Marshall.
Ed oggi sono ancora grato agli Stati Uniti che continuano a pagare un alto prezzo in termini di vite umane nella lotta contro il terrorismo, per la sicurezza comune e per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo.
Quando guardo la vostra bandiera, non mi stancherò mai di ripeterlo, non vedo soltanto la bandiera di una grande democrazia e di un grande Paese, ma vedo soprattutto un simbolo, un messaggio universale di democrazia e libertà.

Allow me to conclude:

Vorrei concludere ricordando una breve storia.
La storia di un ragazzo che alla fine dei suoi studi liceali fu portato dal padre a visitare il cimitero in cui riposano molti giovani valorosi soldati, giovani che avevano attraversato l’Oceano per ridare dignità e libertà ad un popolo oppresso. Nel mostrargli quelle croci, quel padre fece giurare a quel ragazzo che non avrebbe mai dimenticato il supremo sacrificio con cui quei soldati americani avevano difeso la sua libertà. Gli fece giurare che avrebbe serbato per il loro Paese eterna gratitudine.
Quel padre era mio padre, quel ragazzo ero io.
Quel sacrificio e quel giuramento non li ho mai dimenticati e non li dimenticherò mai. Vi ringrazio."

 

Dal discorso al Congresso degli Stati Uniti- Silvio Berlusconi- Washington, 1 marzo 2006


18 maggio 2006

I CRIMINI DEL COMUNISMO: LE CORRESPONSABILITA' DEI COMUNISTI ITALIANI

Le corresponsabilità dei comunisti occidentali: il caso del Pci.

Né Antonio Gramsci né gli altri socialisti italiani filobolscevichi, che nel 1921 fonderanno il Pci, avanzano alcun rimprovero a Lenin per il terrore praticato nei primi anni del regime. Nel 1926, da Mosca, Palmiro Togliatti riprende duramente l'amico Gramsci, che ha osato criticare Stalin per la maniera in cui ha gestito la successione a Lenin al vertice del Pcus. Divenuto segretario del Pci dopo l'arresto di Gramsci, nel 1929 Togliatti abbandona Bukharin, cui è stato vicino, e si allinea sulle posizioni di Stalin. Da quel momento egli stesso e l'intero partito non lesineranno le lodi più menzognere nei confronti di Stalin e dell'Urss staliniana. Togliatti nell'ottobre 1936 su "L'Internationale Communiste" a proposito dei processi di Mosca: "L'Unione sovietica è il paese della democrazia più conseguente"; trotskisti e zinovevisti mirano alla "restaurazione del capitalismo" passando "da un'opposizione in seno al partito e contro il partito fino all'ultima tappa, all'avanguardia della controrivoluzione e del fascismo"; "Coloro che hanno smascherato e annientato i banditi terroristi si sono resi benemeriti di fronte all'umanità intera"; "Il processo di Mosca è stato un atto di difesa della democrazia, della pace, del socialismo, della rivoluzione"; coloro che hanno chiesto garanzie giuridiche per gli imputati "si sono addossati il peso di una missione poco onorevole". La risoluzione del Pci pubblicata su "Lo Stato Operaio" del marzo 1938, relativa ai processi di Mosca, si conclude con un entusiasta: "Viva il continuatore dell'opera di Feliks Dzerszhinskij, Nicola Ezhov!". I processi di Mosca verranno difesi del resto fino al 1956. Lo storico Gastone Manacorda nel 1948: "Non certo l'Unione Sovietica ha da arrossire [...] per aver saputo tempestivamente scoprire e stroncare la quinta colonna che i nazisti alleati col trotzkismo andavano organizzando nell'interno del paese, penetrando fino nei gangli più vitali dello Stato, dell'esercito, dello stesso partito bolscevico. Sembra incredibile che ancora possa avere qualche successo il mito di questi processi, quando ormai il carattere di quinta colonna nazista della congiura bukhariniano-trotzkista è larghissimamente documentato da fonti non sospette".

Ma nelle repressioni staliniane Togliatti assume anche una parte attiva. Nel 1936 sovrintende l'operazione (fallita) volta a catturare ed eliminare Trotskij appena riparato in Messico. In Spagna come responsabile dell'Internazionale comunista, asseconda la campagna di sterminio dei trotzkisti e degli anarchici. Nel 1937 è coinvolto nell'eliminazione di Andrés Nin, capo dei comunisti antistalinisti spagnoli. Nella primavera 1938 prende parte alla riunione del Presidium del Comintern che condanna Bela Kun. Nell'agosto 1938 viene richiamato a Mosca per apporre la sua firma sul decreto di scioglimento del Pc polacco, che apre la via all'eliminazione fisica di tutti i maggiori dirigenti di questo. Durante la guerra, al comunista Bianco che gli chiede di intervenire a favore dei prigionieri italiani in Russia (circa 100 mila: ne torneranno solo 13 mila), risponde nel febbraio 1943: "La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l'Unione sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire. [...] Non c'è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantesca del fascismo. [...] Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, è il più efficace degli antidoti. [...] T'ho già detto: io non sostengo affatto che i prigionieri si debbano sopprimere, tanto più che possiamo servircene per ottenere certi risultati in un altro modo; ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro, non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia".

Ministro nei governi di unità nazionale durante la liberazione, Togliatti chiede la censura per le pubblicazioni antisovietiche. Egli, di persona o per mezzo di altri esponenti comunisti nel governo, riferisce quotidianamente all'ambasciatore sovietico le attività che si svolgono entro il governo e i ministeri italiani. Nel febbraio 1948 ispira l'editoriale de "L'Unità" La vittoria di Praga, che definisce l'illegale presa del potere da parte dei comunisti cecoslovacchi come una mossa preventiva volta a sventare un colpo di stato americano (mentre il matematico e dirigente comunista Lucio Lombardo Radice precisa: "E' assurdo voler porre il problema dell'indipendenza nazionale nei confronti dell'Urss allo stesso modo in cui lo si pone nei confronti dei paesi imperialisti. Non può esistere timore, sospetto di oppressione nazionale del paese del socialismo a danno di altri popoli").

Nel dopoguerra cominciano ad affiorare sulla stampa indipendente le denunce dello stalinismo e Togliatti è in prima linea nel rifiutarle e ridicolizzarle. Nel 1950 attacca sprezzantemente "i sei che sono falliti", gli ex-comunisti Silone, Gide, Koestler, Wright, Spender e Fisher, coautori del volume di denuncia dello stalinismo Il Dio che è fallito, appena tradotto in Italia da Comunità. Ancora nel 1950 su 1984 di Orwell: "E' una buffonata informe e noiosa, giudicabile semmai come strumento di lotta che uno spione ha voluto aggiungere al suo arsenale anticomunistico"; "C'è tutto, come si vede; ci sono, principalmente, tutte le bassezze e le volgarità che l'anticomunismo vorrebbe far entrare nella convinzione degli uomini. Mancano solo, ci pare, i campi di concentramento, perché per sua sventura l'autore è scomparso prima che questa campagna venisse lanciata. Altrimenti ci sarebbe, senza dubbio, un capitolo in più"; "Il tutto, come si vede, è primitivo, infantile, logicamente non giustificato". Nel 1950: "Al sentire Gide, di fronte al problema dei rapporti fra i partiti e le classi, dare tutto per risolto identificando l'assenza di partiti d'opposizione, in una società senza classi, con la tirannide e relativo terrorismo, vien voglia di invitarlo ad occuparsi di pederastia, dov'è specialista, ma lasciar queste cose, dove non ne capisce proprio niente". Nel 1951: "Silone [...] è un poco di buono [...]. Quando Silone se ne andò, anzi fu messo fuori dalle nostre file (per conto suo ci sarebbe rimasto, a dir bugie e tessere l'intrigo), l'avvenimento contò. Silone ci aiutò, in sostanza, non solo a approfondire e veder meglio, discutendo e lottando, parecchie cose; ma anche a riconoscere un tipo umano, determinate, singolari forme di ipocrisia, di slealtà di fronte ai fatti e agli uomini". La Russia comunista è dipinta come un paradiso. Nel 1951: "Noi facciamo uno sbaglio, di solito, quando parliamo della Russia. Ci lasciamo alle volte abbagliare troppo dagli aspetti immediati del progresso economico e sociale e ad essi ci fermiamo. Sono progressi enormi, che hanno trasformato una società e ora incominciano a trasformare anche gli aspetti delle cose naturali. Non esiste un regime che abbia fatto e sia capace di fare altrettanto. Vorrei dire, però, che anche se il progresso materiale fosse stato rninore, o rivelasse lacune, decisiva è stata ed è la trasformazione dell'uomo. Quel dirigente della organizzazione della produzione, dello Stato, del partito, che ti accoglie alla frontiera, nella sede cittadina, nel reparto di fabbrica, nella redazione, nella clinica, nella scuola, sui campi, che, anche se vecchio d'anni, è giovanile, sicuro di sé, sereno, pieno di slancio, padrone del suo lavoro fino all'ultimo particolare locale e fino alla nozione esatta del posto che quel particolare ha nel quadro della vita nazionale, attento ai bisogni e all'animo degli uomini che lo circondano, spronato da uno spirito critico sempre sveglio e persino esasperato, disinteressato personalmente ma non privo di vita personale libera e molteplice - questo è un uomo nuovo ed è la vera sostanziale conquista del regime comunista". Togliatti plaude anche alle ultime campagne staliniane di repressione. Nel 1952: "Slansky ed i suoi sono stati sorpresi mentre operavano sul terreno della congiura politico-militare, per tentare il colpo di stato controrivoluzionario. Così come avevano tentato Trotskij e i suoi".

Nel Comitato centrale del 13 marzo 1956, di ritorno dal XX Congresso del Pcus, in cui Kruscev ha per la prima volta denunciato i crimini dello stalinismo, Togliatti rilancia l'idea delle diverse "vie nazionali al socialismo", si richiama a Gramsci e al modo in cui il Pci ha "utilizzato il parlamento" a differenza del Pc greco, ma accenna solo elusivamente ad "errori" di Stalin, mentre l'unico a domandare spiegazioni, in particolare riferimento a Bela Kun e all'epurazione del Pc polacco, è Umberto Terracini. Quando nel marzo 1956 il "New York Times" dà notizia del rapporto segreto di Kruscev, Togliatti parla in privato di "chiacchiere senza importanza". Nell'intervista a "Nuovi Argomenti" del maggio 1956 dichiara non distrutti "quei fondamentali lineamenti della società sovietica, da cui deriva il suo carattere democratico e socialista e che rendono questa società superiore, per la sua qualità, alle moderne società capitalistiche"; parla soprattutto di "errori" di Stalin; polemizza contro gli "alfieri dell'anticomunismo", "calunniatori ufficiali"; dichiara compito del Pcus riportare il paese "a una normale vita democratica, secondo il modello che era stato stabilito da Lenin nei primi anni della rivoluzione" (negli stessi giorni in cui l'insigne latinista e dirigente del Pci Concetto Marchesi fa l'apologia dello stalinismo, definendo il XX Congresso un "fragoroso confessionale di domestici peccati" e alludendo sprezzantemente alla rozzezza intellettuale di Kruscev). Togliatti è con i sovietici nella repressione dei moti polacchi e ungheresi. Nel luglio 1956 scrive che le file dei rivoltosi di Poznan sono composte "esclusivamente di elementi della malavita" (quando il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio ha già ammesso che il moto in Polonia deriva da "un malcontento diffuso e profondo nella massa degli operai"). Nell'ottobre 1956 preme addirittura sui dirigenti sovietici titubanti perché intervengano in Ungheria, e, una volta che questi si sono decisi, approva pubblicamente la repressione della rivolta di Budapest, respingendo gli attacchi della stampa borghese (mentre in privato giunge a brindare all'intervento sovietico). In quei giorni l'intellettuale e dirigente comunista Mario Alicata: "in questo momento l'esercito sovietico sta difendendo l'indipendenza dell'Ungheria". Al XXII congresso del Pcus del novembre 1961, Kruscev riprende e approfondisce la denuncia dello stalinismo. Dall'Italia Togliatti commenta le sue parole. Ammette le "tragiche violazioni della legalità socialista", riferendosi (solo) alla condanna di comunisti assolutamente innocenti durante le purghe, ma le imputa a "errori del passato collegati al culto della persona di Stalin", all'"annullamento di ogni carattere collegiale della direzione", all'"accentramento nella persona di Stalin non solo della direzione politica, ma della stessa possibilità dell'elaborazione teorica". E parla di "contraddizioni sempre più acute tra la sostanza e le basi fondamentalmente democratiche della società nuova, fondata su di un'economia socialista e sul potere dei soviet da una parte, e dall'altra una direzione per molti aspetti autoritaria e coercitiva", nonché di "lotta giusta e motivata contro le opposizioni trotskiste e di destra". Ascrive a merito del regime la "trasformazione sociale delle campagne, sia pure attuata con eccessiva fretta e con errori" (i milioni di contadini morti); e conclude: "Gli errori e le deformazioni, per quanto gravi, non hanno compromesso e intaccato le basi e la sostanza profondamente democratica della società socialista". Nel 1964 ha parte attiva nel complotto che porta alla destituzione di Kruscev.

Tutto il partito - compresi importanti intellettuali - si è abbandonato al culto della personalità di Stalin. Il 6 marzo 1953, il giorno dopo l'annuncio della morte di Stalin, "L'Unità" diretta da Pietro Ingrao titola E' morto l'uomo che più ha fatto per la liberazione del genere umano. Lucio Lombardo Radice nel 1947: "Le vite come quella di Stalin, come già quella di Lenin, sono il primo esempio di una condizione umana più elevata, di un'umanità che domina le condizioni esterne invece di esserne dominata: le vite di uomini liberi e liberatori". Nel 1948: "Marxista creatore, Stalin non è soltanto uno studioso di genio che analizza i problemi storico-politici alla luce dei principi del marxismo; è questo, sì, ma è anche e soprattutto il grande rivoluzionario, il grande costruttore, che analizza i rapporti per trasformarli, che studia i problemi per risolverli praticamente". Nel 1950: "Non solo gli scienziati marxisti, ma tutti gli studiosi serii e onesti hanno unanimemente reso omaggio alla profondità e all'importanza dei giudizi e delle definizioni di Stalin relativi alla linguistica, al suo carattere, alla sua evoluzione". Nel 1952: "Millenovecentoventiquattro: l'anno della morte di Lenin, l'anno di difficoltà economiche e di aspre lotte all'interno del Partito. Preoccupazione costante di Stalin in questo anno, come sempre, è lo sviluppo democratico del Partito". Nell'aprile 1956, dopo la divulgazione del rapporto Kruscev: "Dirò che anche per me, intellettuale e "vecchio" militante comunista, si pongono molti nuovi e difficili problemi. Nessun "rimorso", ho detto, anzi orgoglio per aver tenacemente in questi venti anni difeso ed esaltato l'Urss e con essa il compagno Stalin, non solo perché egli in quel periodo la rappresentava di fronte al mondo, ma anche per il suo grande contributo personale, che un esame critico dei suoi errori e sue colpe non annulla"; "continuo a considerare Stalin un classico del marxismo, uno dei più grandi pensatori e rivoluzionari della nostra epoca". Anche i linguisti Giacomo Devoto e Tullio De Mauro ritengono opportuno citare gli insegnamenti di Stalin nel campo della linguistica. Lo storico Gastone Manacorda nel 1948, a dieci anni dalla pubblicazione del Breve corso (la Storia del Partito comunista dell'Unione sovietica, in cui Stalin codifica il marxismo e dell'Urss presenta una storia incredibilmente deformata), lo celebra su "L'Unità" con l'articolo Nel decimo anniversario di un grande libro. Valentino Gerratana nel 1951: "Viene così sfatata la leggenda piuttosto diffusa, e tuttora difesa come vangelo dalla pubblicistica reazionaria, secondo cui nei primi anni del potere sovietico, fino alla morte di Lenin, Stalin avrebbe avuto una parte di secondo piano rispetto a quella, ad esempio, di un Trotskij. Certo Trotskij conosceva assai bene l'arte borghese di mettersi in mostra, ma la verità è che, ancor prima di smascherarsi definitivamente, già nei primi anni di esistenza dello stato sovietico, tutta la sua attività era rivolta a sabotare la rivoluzione, a tradirne le conquiste, a liquidarne al più presto i risultati. Ed e merito di Stalin aver saputo riconoscere fin dall'inizio i piani di Trotskij, intervenendo energicamente per neutralizzarli e farli fallire". Concetto Marchesi nel 1953: "L'opera di Stalin è opera liberatoria da qualunque oppressione: da quella che fa l'uomo schiavo della fame e della fatica a quella che lo fa strumento e oggetto di rovina. Ciò che è avvenuto in Russia per opera sua avverrà in tutto il mondo". Il critico d'arte Antonello Trombadori nell'agosto 1956, dopo le denunce kruscioviane: "Lenin e di Stalin, due uomini diversi, due diverse figure, ma l'una e l'altra indissolubilmente, organicamente inserite nella trasformazione rivoluzionaria del vecchio, decrepito impero russo in quella fucina di problemi moderni, avanzati, contraddittori, liberatori di masse sterminate, che è l'attuale Unione Sovietica". La venerazione ufficiale si estende peraltro ai più biechi collaboratori di Stalin. Nel 1948, morto Zdanov, coordinatore del Cominform e zelante esecutore della politica staliniana nei confronti degli intellettuali, il pittore Renato Guttuso lo commemora come "uno degli uomini migliori del mondo". Ma anche il poeta cileno Pablo Neruda segue commosso i funerali di Vishinskij, il pubblico accusatore dei processi-spettacolo staliniani: "La luce di Vishinskij ritorna nelle viscere della madre patria sovietica". Il culto della personalità travalica del resto gli stretti confini del partito. In occasione della morte di Stalin, il discorso più commosso al Parlamento italiano è pronunciato da Sandro Pertini, che si definisce "umile e piccolo uomo davanti a tanta grandezza, a una simile pietra miliare sul cammino dell'umanità": "si resta stupiti per la grandezza di questa figura che la morte pone nella sua giusta luce. Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto".

Il mito dell'Unione sovietica è stato coltivato sistematicamente ben oltre la morte di Stalin. Nel 1946 il Pci diffonde l'opuscolo ad uso dei militanti Russia, paese libero, pacifico e felice. Lucio Lombardo Radice nel 1949: "Per la prima volta nella storia dell'umanità lo sviluppo della società avviene non più per il giuoco cieco di leggi elementari, molecolari, non più attraverso il contrasto di classi in lotta, ma in forma pienamente consapevole, davvero umana". Mario Alicata nel 1952 dichiara che in Urss "l'uomo è più libero che in tutti i paesi del mondo" e che "questo è il primo paese della storia del mondo in cui tutti gli uomini siano finalmente liberi". Lo storico Giuseppe Boffa nel 1957: "Questo è il paese dove più avanti è stata portata la causa della liberazione sociale, con lo sprigionamento di un immenso potenziale di autentica libertà". Ancora nel dicembre 1981 Giancarlo Pajetta dice che "la crisi del mondo capitalistico non ha eguali e non è reversibile" mentre il socialismo, benché drammaticamente imperfetto, è "qualcosa di perfettibile".


                                 


18 maggio 2006

I CRIMINI DEL COMUNISMO: L'URSS DI LENIN E STALIN 1a Parte

IL PARADIGMA DEL TERRORE DI MASSA: L'URSS DI LENIN E STALIN
Prima parte

L'Ottobre.
Nella città di Pietrogrado, un movimento genuinamente popolare, indipendente dagli stessi partiti di opposizione, porta alla fine dello zarismo nel marzo 1917. Ma la classe dirigente liberale e socialista che gestisce la fase di transizione in attesa della convocazione di un'assemblea costituente è debole e divisa. Al fronte la disciplina crolla e le truppe smobilitano spontaneamente. I contadini iniziano in modo autonomo la spartizione delle grandi proprietà fondiarie. Le minoranze nazionali si scuotono di dosso il giogo russo: nel 1918 si contano negli ex territori zaristi 33 governi autoproclamati. A Pietrogrado, in novembre (ottobre, secondo il vecchio calendario russo) il piccolo partito bolscevico, capeggiato da Vladimir Lenin, approfitta della situazione caotica per impadronirsi del potere, senza alcun concorso di massa, con un colpo di mano militare diretto essenzialmente a spodestare le altre fazioni socialiste.
I bolscevichi proclamano la volontà di creare uno stato nuovo, espressione del proletariato e capace di realizzare una democrazia non più solo formale, basata su consigli popolari (soviet) nei quali la cittadinanza stessa, ai diversi livelli della società (fabbrica, villaggio, città, provincia, etc.), si autogoverni attraverso funzionari puramente esecutivi e revocabili. Nella realtà essi creano sì rapidamente un nuovo modello di stato (destinato poi ad essere imitato da vari altri regimi anche di diversa ideologia), ma questo non è la democrazia dei soviet, bensì lo stato totalitario monopartitico, un modello di stato in cui tutto il potere politico, insieme alla regolamentazione di tutte le associazioni civili, della famiglia, delle istituzioni religiose, dell'intera vita economica, viene gestito con mezzi coercitivi da un partito unico (il bolscevico, poi comunista), basato su un'ideologia accreditata del monopolio della verità (il marxismo) e retto al suo interno da una disciplina di tipo militare. I soviet sopravviveranno solo come facciata del potere reale: funzioneranno solo come centri di trasmissione di decisioni prese, senza alcun controllo democratico, dai dirigenti del partito unico.

I primi passi dello stato totalitario.
All'indomani della presa del potere, il decreto del 27 ottobre 1917 (secondo il vecchio calendario) stabilisce la lotta alla stampa controrivoluzionaria: tramite esso, entro l'agosto 1918, viene eliminata tutta la stampa sgradita ai comunisti. Qualche giorno dopo, un decreto costituzionale attribuisce il potere legislativo al governo stesso, lasciando solo un formale potere di veto al Congresso dei soviet (da cui, tra giugno e luglio 1918, verranno esclusi tutti i non comunisti, e che si riunisce peraltro sempre meno frequentemente). Il governo legifera per decreti, alcuni dei quali, anche molto importanti (come l'istituzione della Cheka) non saranno resi pubblici. Già nel novembre 1917 vengono messi fuori legge i liberali.
Sia pure con una campagna elettorale limitata alle sole forze di sinistra, a novembre e dicembre si vota per l'Assemblea costituente. Quando questa si riunisce, il 18 gennaio 1918, tuttavia, i comunisti risultano avere solo un quarto dei seggi, mentre il Partito socialista rivoluzionario ne controlla il 60%. Il governo comunista allora scioglie d'autorità l'Assemblea costituente (19 gennaio 1918).
Nella primavera, uno dopo l'altro, vengono messi fuorilegge tutti gli altri partiti della sinistra. Il 10 luglio 1918 viene varata la prima costituzione sovietica, che riconosce formalmente ogni potere politico ai soviet, abolendo peraltro il voto segreto e privando dei diritti la nobiltà, la borghesia e il clero. Il controllo della stampa è ferreo: la costituzione proibisce l'apologia del capitalismo; il 26 novembre 1918 le opere intellettuali sono dichiarate proprietà dello stato; il 27 maggio 1919 viene introdotto il monopolio statale della carta; nel 1921 lo stato monopolizza la vendita degli stampati. In accordo con l'ideologia marxista, i comunisti si impegnano anche nel tentativo di sradicare la religione. Il decreto del 2 febbraio 1918 stabilisce che i cittadini sono liberi di professare qualsiasi o nessuna religione, ma anche che la Chiesa non può avere proprietà e non può ricevere donazioni. La costituzione del 1918 toglie poi al clero il diritto di voto, mentre decreti supplementari puniscono con i lavori forzati l'insegnamento religioso ai minori. Secondo dati del governo, 687 persone muoiono difendendo le proprietà della Chiesa o in processioni religiose nel febbraio-marzo 1918. Il 1 marzo 1919 il governo comunista lancia una campagna antireligiosa: a scopo pedagogico, vengono sistematicamente profanate le reliquie dei santi, da sempre centro della devozione popolare. Parallelamente, sotto la direzione di Josef Stalin e del suo collaboratore ebreo Samuel Agurskij, tra il dicembre 1918 e l'agosto 1919, il Commissariato centrale per gli affari nazionali ebraici liquida le istituzioni religiose, culturali ed educative ebraiche.

La resistenza al potere bolscevico.
Dal giorno della presa del potere, e fino allo scioglimento dell'Assemblea costituente, per protesta contro il regime illegalmente instauratosi, entrano in sciopero gli impiegati pubblici, bloccando l'intera amministrazione. Quasi tutta l'intellighenzia è ostile al regime. Anche il controllo operaio sulle fabbriche, annunciato da Lenin alla presa del potere, si risolve in un fallimento: gran parte dei macchinari viene venduta; metà degli operai abbandona Pietrogrado nei primi mesi 1918. E, di fronte al travolgente fenomeno dell'indipendentismo, il nuovo governo controlla quasi solo Pietrogrado, Mosca e le regioni della Russia centrale. Ma la resistenza più forte viene dai partiti, che protestano duramente per lo scioglimento dell'Assemblea costituente. Nella primavera 1918, le elezioni dei soviet locali sono vinte quasi ovunque da menscevichi e socialisti rivoluzionari. In molte parti del paese questi partiti danno vita a una resistenza armata ai comunisti. Ad essi si aggiungono anche formazioni organizzate dagli ufficiali del vecchio esercito, disposte a collaborare con la sinistra su un programma di ripresa della guerra contro la Germania e di restaurazione della democrazia (pochissimi sognano il ritorno allo zarismo). Inoltre, dopo la pace separata con la Germania siglata nel marzo 1918, anche il Partito socialista rivoluzionario di sinistra, ultimo alleato dei comunisti, passa all'opposizione, giungendo anche a praticare il terrorismo contro il nuovo governo. L'Armata rossa (creata dai comunisti, e in particolare da Trotskij) combatterà per due anni contro tutti questi gruppi (detti bianchi), nonchè contro una molteplicità di altre forze armate create dagli indipendentisti, dai contadini ribelli e dagli anarchici, e, per alcuni mesi, contro le limitate forze dei paesi occidentali, intervenute, sia pure in modo assai riluttante, per riattivare il fronte orientale.

La fuga in avanti comunista.
E' in questo drammatico contesto che Lenin decide non di rettificare la precedente politica, bensì di accelerare la costruzione della società comunista. Il governo ha fino dai primi giorni deciso la requisizione delle grandi abitazioni (6 dicembre 1917), la nazionalizzazione di circa 500 grandi imprese (15 dicembre) e di tutte le banche (27 dicembre). Ha anche già iniziato una campagna di violenze di massa contro i borghesi. Nel giugno 1918 decide la nazionalizzazione di tutta l'industria, il razionamento delle derrate alimentari, la requisizione delle eccedenze cerealicole dei contadini. Il paese dovrà passare alla gestione di tutta l'economia da parte dello stato: la produzione sarà pianificata, e, teorizzano alcuni, anche la distribuzione dovrà essere amministrata dallo stato, con conseguente fine dello scambio e abolizione della moneta.
Dalla roccaforte delle grandi città si decide di estendere la rivoluzione comunista alle campagne, portando la guerra civile nei villaggi. Si immagina di potere scatenare una lotta dei contadini poveri contro i ricchi (kulaki). L'attacco è condotto dall'estate 1918 formando Comitati dei Poveri, all'interno dei villaggi, e inviando Distaccamenti alimentari costituiti da militanti comunisti delle città, dall'esterno. Ma manca una vera borghesia agraria e i villaggi restano sostanzialmente compatti nel respingere l'aggressione da parte dei "cittadini". Le squadre comuniste finiscono per identificare i kulaki in base al mero criterio politico dell'opposizione al bolscevismo. Poiché i contadini resistono armi in pugno, il governo comincia a impiegare contro di essi anche l'Armata rossa.
Inoltre, nelle retrovie, la prestazione lavorativa viene spesso ottenuta con metodi coercitivi, approfittando dell'obbligo del lavoro introdotto dalla Dichiarazione dei diritti delle masse lavoratrici e sfruttate. Il decreto "La patria socialista in pericolo" (21-22 febbraio 1918) stabilisce la creazione di battaglioni di lavoro forzato reclutati nella borghesia per scavare trincee (il principio del lavoro obbligatorio usato spesso per umiliare i borghesi). Nel gennaio 1918 il controllo operaio passa dai comitati di fabbrica ai sindacati. Nella primavera 1918 termina ogni sindacalismo indipendente. Non c'è formale abolizione del diritto di sciopero, ma la progressiva nazionalizzazione rende lo sciopero illegale. Di fatto, contro gli scioperi, considerati in se stessi controrivoluzionari, il governo ricorre alle esecuzioni in massa e alla requisizione delle tessere annonarie. Per influenza di Trotskij nel 1918-20 vengono progressivamente estesi i settori economici "mobilitati per servizio militare": ferrovie, miniere, combustibili, comunicazioni, medicina, metallurgia. I loro dipendenti sono dunque soggetti alle corti marziali. Le unità militari non necessarie al fronte non vengono smobilitate, ma impiegate nelle Armate del Lavoro.

L'istituzionalizzazione del terrore.
La rivoluzione comunista implica un'estensione progressiva dei metodi coercitivi e della violenza. Il vecchio esercito viene disgregato: il linciaggio degli ufficiali, istigato dagli agitatori comunisti, diviene un vero massacro nella Flotta del Mar Nero. Il 16 luglio 1918 viene massacrata l'intera famiglia imperiale, agli arresti dall'Ottobre. La decisione è presa da Lenin per rompere in maniera anche simbolica la continuità della tradizione russa.
Dalla ascesa al potere i comunisti dissolvono il preesistente sistema giudiziario e perseguono la creazione di una "giustizia rivoluzionaria". Il decreto 22 novembre 1917 abolisce tutte le corti esistenti, tranne quelle locali che trattano casi minori, e tutte le professioni legali. Istituisce i Tribunali Rivoluzionari, competenti per i reati controrivoluzionari e affidati quasi tutti a bolscevichi privi di qualifica specifica e guidati dalla sola "coscienza rivoluzionaria". Nel marzo 1918 anche le corti locali vengono rimpiazzate dalle Corti del Popolo, che trattano i reati non politici. Accantonate tutte le leggi anteriori all'ottobre 1917, le nuove corti devono farsi guidare dal "senso di giustizia socialista".
D'altra parte, fino dai primi giorni del potere bolscevico, per fare fronte allo sciopero degli impiegati, è stata creata la Cheka (Commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione), una polizia politica di partito guidata da Feliks Dzerzhynskij, nobile polacco e vecchio bolscevico. Estendendo progressivamente organici e competenze, sotto diverse denominazioni successive (Cheka, Gpu, Ogpu, Nkvd, Kgb), sarà il pilastro dell'apparato repressivo comunista. Il decreto "La patria socialista in pericolo" del 21-22 febbraio 1918 concede alla Cheka il potere di passare per le armi sul posto speculatori, sabotatori e controrivoluzionari, senza attendere autorizzazione dai tribunali, della cui relativamente mite condotta Lenin è poco soddisfatto. Alla fine del 1918, in connessione con la militarizzazione del lavoro, la Cheka assume la responsabilità del controllo di tutti i trasporti. Nell'ottobre 1921 verrà attribuita alla Cheka competenza della censura preventiva per (indefiniti) motivi militari (la censura preventiva era stata abolita nel 1864). I suoi funzionari sono sempre più numerosi: a metà 1920 saranno 250 mila. Nel reclutamento sono preferiti i non russi, anche allo scopo di evitare legami con le vittime della repressione.
La svolta decisiva è nell'estate 1918. In risposta al terrorismo praticato dai socialisti rivoluzionari di sinistra, nel luglio 1918 vengono fucilati centinaia di esponenti di quel partito. Poi, dopo che ad agosto Lenin stesso è scampato a un attentato, il decreto del 5 settembre 1918 ufficializza il "terrore rosso". Nel solo autunno 1918 la Cheka effettua 10-20 mila esecuzioni. Il decreto comanda anche la creazione di campi di concentramento per i "nemici di classe" (ma i primi campi di concentramento erano stati creati da Trotskij già nell'agosto). Col decreto del 30 settembre 1918, inoltre, per fare fronte alla disperata mancanza di comandanti competenti, Trotskij ordina di prendere in ostaggio, e detenere nei campi, le famiglie degli ufficiali ex zaristi, allo scopo di costringere questi ultimi a servire nell'Armata rossa.
La guerra civile tra i rossi, i bianchi, le altre formazioni spontanee dei contadini ribelli, e infine l'esercito polacco, che nel 1920 invade la Russia e respinge poi l'Armata rossa dalla Polonia, è condotta da tutte le forze in campo con metodi spietati. Difficile una quantificazione precisa delle vittime. Da dati degli archivi sovietici, risulta che l'Armata rossa ha 700 mila morti nella lotta contro i bianchi e altri 250 mila nella lotta contro i contadini. Un milione di morti dichiarano bianchi e polacchi. Ma molti più sono i morti tra i civili. Lo storico Richard Pipes stima che i civili siano il 91% dei morti durante la guerra. La direttiva segreta del governo bolscevico all'Armata rossa del marzo 1919, in risposta a una resistenza contadina particolarmente accanita, decreta lo sterminio della dirigenza dei cosacchi e la fine di essi come popolo autonomo: ci saranno 300-500 mila uccisi o deportati destinati in gran parte alla morte, su 3 mil. di persone. Lenin dà personalmente l'ordine di sterminare in Polonia nobili, preti e contadini ricchi (immaginava di potere scatenare la guerra civile, ma al contrario l'invasione cementa l'unità nazionale polacca). Per le vittime complessive del terrore rosso le valutazioni oscillano tra le centinaia di migliaia e i 2 mil. di esecuzioni. Più di un milione e mezzo sono i russi che espatriano.

La ritirata della Nep.
Il paese, riconquistato dai comunisti, è stremato dalla guerra e dal terrore. Tra l'1 e il 17 mar zo 1921 i marinai di Kronstadt, la base militare navale un tempo roccaforte del bolscevismo, si ribellano al governo, chiedendo la fine delle persecuzioni contro la sinistra e il ripristino della legalità. La rivolta viene duramente repressa dall'Armata rossa, ma convince Lenin dell'opportunità di riconsiderare la prematura costruzione del comunismo decisa nel 1918. La disorganizzazione del sistema economico prodotta da quella decisione è tale che in quei mesi la carestia farà almeno 5 mil. di vittime (e diversi altri ne saranno evitati dai soccorsi internazionali). Secondo le proposte di Lenin, per venire incontro al diffuso bisogno di pace sociale, il X congresso del Partito comunista (marzo 1921) decide la Nep (Nuova Politica Economica), che prevede la sostituzione delle requisizioni ai contadini con un'imposta in natura, la restaurazione della libertà di commercio e della proprietà privata delle piccole e medie imprese, l'abolizione del controllo operaio, la reintroduzione del cottimo, il ristabilimento dell'azione sindacale, la creazione del Gosplan per la pianificazione statale dell'economia. Principale teorico della Nep sarà Nikolaj Bukharin.

Il terrore negli anni della Nep.
La ritirata strategica sul piano sociale non coincide d'altra parte con uno smantellamento dello stato totalitario o un allentamento del terrore. Viene a cessare anzi ogni residuo di democrazia anche dentro il partito. Già nel 1920 è l'Ufficio organizzativo, e non l'organizzazione periferica, a nominare i funzionari locali. I membri del partito e soprattutto i funzionari hanno diritto a razioni speciali. Lo stesso X congresso che decide la Nep, in nome della lotta al "frazionismo", stabilisce anche il divieto di creare correnti in seno al partito, epura il partito di circa un terzo dei membri e attribuisce alla Segreteria il potere di scegliere i delegati al congresso. Vinta l'Opposizione Operaia, la corrente comunista per colpire la quale era stata ideata la norma contro il "frazionismo", il sindacato è trasformato da organismo rivendicativo in "cinghia di trasmissione" della volontà del partito: le sue preoccupazioni principali saranno da questo momento in poi l'aumento della produzione e il mantenimento della disciplina tra gli operai. Nel 1922 Lenin crea la carica di Segretario Generale del partito, col compito di fissare l'agenda del Politburo, provvederlo di materiali, dare attuazione alle sue decisioni e provvedere alle nomine. Alla nuova carica viene nominato Stalin.
L'azione militare contro gli oppositori continua. Le rivolte contadine ancora serpeggiano nel paese, e, secondo dati ufficiali, l'Armata rossa ha 237'908 morti nella guerra 1921-22 contro le bande contadine ribelli (soprattutto contro i ribelli di Tambov, capeggiati dal socialista rivoluzionario Alexander Antonov, che schierano decine di migliaia di combattenti). I morti tra i contadini si conteranno in numero assai maggiore. Gli insorti di Kronstadt sono massacrati a centinaia. I superstiti sono deportati sul Mar Bianco e pochi tornano vivi. Saranno essi ad inaugurare il campo di concentramento delle isole Solovetskie, organizzato tra il 1922 e il 1923, ed embrione del sistema concentrazionario sovietico. Tale sistema si espande rapidamente: nell'ottobre 1923 ci sono già 315 campi con 70 mila prigionieri. In essi vige il principio della responsabilità collettiva: la punizione per eventuali insubordinazioni ricade sulla totalità dei prigionieri. Il vitto è scarso, le condizioni igieniche sono molto misere. Data la dislocazione dei campi, il freddo è quasi insopportabile. La mortalità è dunque altissima. Tra il 1923 e il 1927 viene inoltre represso l'indipendentismo in Transcaucasia e in Asia centrale (Georgia 1924, Cecenia 1925). Anche da queste regioni le deportazioni saranno di grandi proporzioni.
La lotta anticontadina viene inoltre accompagnata da una recrudescenza della battaglia contro la religione. Secondo un'idea di Trotskij, nel marzo 1922 è lanciata la requisizione dei calici e degli oggetti di culto preziosi, ufficialmente con l'intento di rimediare agli effetti della carestia, ma in realtà con l'obiettivo di provocare la reazione della Chiesa. Di fatto si contano più di un migliaio di episodi di resistenza. I responsabili vengono portati davanti ai Tribunali rivoluzionari, mentre gli organi di partito preordinano le sentenze: circa 100 vescovi e 10 mila preti sono imprigionati, 28 vescovi e 1215 preti messi a morte, circa 8 mila persone uccise in tutto. Nel dicembre 1922 è organizzata poi una campagna di manifestazioni pubbliche per irridere il Natale. Nella primavera seguente manifestazioni simili sono ripetute in occasione della Pasqua e alcuni mesi più tardi in occasione di Yom Kippur, la principale festa religiosa ebraica.
Negli anni della Nep sono riorganizzati i sistemi della giustizia e della polizia. Il 6 febbraio 1922 la Cheka è sostituita dalla Gpu. La nuova polizia politica nasce, ufficialmente, per ripristinare la "legalità rivoluzionaria", ponendo fine alle procedure extragiudiziarie, ma, di fatto, essa mantiene gli organici della Cheka, e, il 16 ottobre 1922, ottiene l'autorità di punire senza processo, anche con la morte, i responsabili di "banditismo". Il decreto del 10 agosto 1922 dà poi al commissariato degli Interni l'autorità di disporre in via amministrativa l'esilio esterno o interno per gli accusati di attività controrivoluzionarie. Il 6 giugno 1922 viene creato il Glavlit per la censura preventiva. Col nuovo Codice penale del 1922 comincia la sistemazione del diritto rivoluzionario. La delineazione delle figure di reato è tuttavia abbastanza indeterminata da consentire larga discrezionalità nella persecuzione degli oppositori: si parla genericamente di "attività controrivoluzionarie", di "nemici del popolo" e di "sospetti". I Principi fondamentali della legislazione penale dell'Urss nel 1924 codificano il concetto di "persona socialmente pericolosa" e dichiarano la punibilità anche delle intenzioni controrivoluzionarie indirette: si delinea cioè la figura di un controrivoluzionario punibile non per atti specifici o per manifeste intenzioni criminose, ma per la semplice posizione di classe. Dal 1926 si includono nell'"attività controrivoluzionaria" punita con la morte l'adempimento intenzionalmente insufficiente dei propri doveri, la tentata fuga all'estero, i rapporti privati con governi stranieri, mentre l'"omissione di controllo sulle attività controrivoluzionarie" è punito con la deportazione (anche nel caso non si denuncino parenti e amici).



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