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realizzare il programma annunciato  
agli elettori, la moralità dell’operare  
per mantenere gli impegni e per         
mantenere la parola data.                  
Per noi, la moralità nella politica        
consiste soprattutto nel mantenere  
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18 maggio 2006

I CRIMINI DEL COMUNISMO: L'URSS DI LENIN E STALIN 1a Parte

IL PARADIGMA DEL TERRORE DI MASSA: L'URSS DI LENIN E STALIN
Prima parte

L'Ottobre.
Nella città di Pietrogrado, un movimento genuinamente popolare, indipendente dagli stessi partiti di opposizione, porta alla fine dello zarismo nel marzo 1917. Ma la classe dirigente liberale e socialista che gestisce la fase di transizione in attesa della convocazione di un'assemblea costituente è debole e divisa. Al fronte la disciplina crolla e le truppe smobilitano spontaneamente. I contadini iniziano in modo autonomo la spartizione delle grandi proprietà fondiarie. Le minoranze nazionali si scuotono di dosso il giogo russo: nel 1918 si contano negli ex territori zaristi 33 governi autoproclamati. A Pietrogrado, in novembre (ottobre, secondo il vecchio calendario russo) il piccolo partito bolscevico, capeggiato da Vladimir Lenin, approfitta della situazione caotica per impadronirsi del potere, senza alcun concorso di massa, con un colpo di mano militare diretto essenzialmente a spodestare le altre fazioni socialiste.
I bolscevichi proclamano la volontà di creare uno stato nuovo, espressione del proletariato e capace di realizzare una democrazia non più solo formale, basata su consigli popolari (soviet) nei quali la cittadinanza stessa, ai diversi livelli della società (fabbrica, villaggio, città, provincia, etc.), si autogoverni attraverso funzionari puramente esecutivi e revocabili. Nella realtà essi creano sì rapidamente un nuovo modello di stato (destinato poi ad essere imitato da vari altri regimi anche di diversa ideologia), ma questo non è la democrazia dei soviet, bensì lo stato totalitario monopartitico, un modello di stato in cui tutto il potere politico, insieme alla regolamentazione di tutte le associazioni civili, della famiglia, delle istituzioni religiose, dell'intera vita economica, viene gestito con mezzi coercitivi da un partito unico (il bolscevico, poi comunista), basato su un'ideologia accreditata del monopolio della verità (il marxismo) e retto al suo interno da una disciplina di tipo militare. I soviet sopravviveranno solo come facciata del potere reale: funzioneranno solo come centri di trasmissione di decisioni prese, senza alcun controllo democratico, dai dirigenti del partito unico.

I primi passi dello stato totalitario.
All'indomani della presa del potere, il decreto del 27 ottobre 1917 (secondo il vecchio calendario) stabilisce la lotta alla stampa controrivoluzionaria: tramite esso, entro l'agosto 1918, viene eliminata tutta la stampa sgradita ai comunisti. Qualche giorno dopo, un decreto costituzionale attribuisce il potere legislativo al governo stesso, lasciando solo un formale potere di veto al Congresso dei soviet (da cui, tra giugno e luglio 1918, verranno esclusi tutti i non comunisti, e che si riunisce peraltro sempre meno frequentemente). Il governo legifera per decreti, alcuni dei quali, anche molto importanti (come l'istituzione della Cheka) non saranno resi pubblici. Già nel novembre 1917 vengono messi fuori legge i liberali.
Sia pure con una campagna elettorale limitata alle sole forze di sinistra, a novembre e dicembre si vota per l'Assemblea costituente. Quando questa si riunisce, il 18 gennaio 1918, tuttavia, i comunisti risultano avere solo un quarto dei seggi, mentre il Partito socialista rivoluzionario ne controlla il 60%. Il governo comunista allora scioglie d'autorità l'Assemblea costituente (19 gennaio 1918).
Nella primavera, uno dopo l'altro, vengono messi fuorilegge tutti gli altri partiti della sinistra. Il 10 luglio 1918 viene varata la prima costituzione sovietica, che riconosce formalmente ogni potere politico ai soviet, abolendo peraltro il voto segreto e privando dei diritti la nobiltà, la borghesia e il clero. Il controllo della stampa è ferreo: la costituzione proibisce l'apologia del capitalismo; il 26 novembre 1918 le opere intellettuali sono dichiarate proprietà dello stato; il 27 maggio 1919 viene introdotto il monopolio statale della carta; nel 1921 lo stato monopolizza la vendita degli stampati. In accordo con l'ideologia marxista, i comunisti si impegnano anche nel tentativo di sradicare la religione. Il decreto del 2 febbraio 1918 stabilisce che i cittadini sono liberi di professare qualsiasi o nessuna religione, ma anche che la Chiesa non può avere proprietà e non può ricevere donazioni. La costituzione del 1918 toglie poi al clero il diritto di voto, mentre decreti supplementari puniscono con i lavori forzati l'insegnamento religioso ai minori. Secondo dati del governo, 687 persone muoiono difendendo le proprietà della Chiesa o in processioni religiose nel febbraio-marzo 1918. Il 1 marzo 1919 il governo comunista lancia una campagna antireligiosa: a scopo pedagogico, vengono sistematicamente profanate le reliquie dei santi, da sempre centro della devozione popolare. Parallelamente, sotto la direzione di Josef Stalin e del suo collaboratore ebreo Samuel Agurskij, tra il dicembre 1918 e l'agosto 1919, il Commissariato centrale per gli affari nazionali ebraici liquida le istituzioni religiose, culturali ed educative ebraiche.

La resistenza al potere bolscevico.
Dal giorno della presa del potere, e fino allo scioglimento dell'Assemblea costituente, per protesta contro il regime illegalmente instauratosi, entrano in sciopero gli impiegati pubblici, bloccando l'intera amministrazione. Quasi tutta l'intellighenzia è ostile al regime. Anche il controllo operaio sulle fabbriche, annunciato da Lenin alla presa del potere, si risolve in un fallimento: gran parte dei macchinari viene venduta; metà degli operai abbandona Pietrogrado nei primi mesi 1918. E, di fronte al travolgente fenomeno dell'indipendentismo, il nuovo governo controlla quasi solo Pietrogrado, Mosca e le regioni della Russia centrale. Ma la resistenza più forte viene dai partiti, che protestano duramente per lo scioglimento dell'Assemblea costituente. Nella primavera 1918, le elezioni dei soviet locali sono vinte quasi ovunque da menscevichi e socialisti rivoluzionari. In molte parti del paese questi partiti danno vita a una resistenza armata ai comunisti. Ad essi si aggiungono anche formazioni organizzate dagli ufficiali del vecchio esercito, disposte a collaborare con la sinistra su un programma di ripresa della guerra contro la Germania e di restaurazione della democrazia (pochissimi sognano il ritorno allo zarismo). Inoltre, dopo la pace separata con la Germania siglata nel marzo 1918, anche il Partito socialista rivoluzionario di sinistra, ultimo alleato dei comunisti, passa all'opposizione, giungendo anche a praticare il terrorismo contro il nuovo governo. L'Armata rossa (creata dai comunisti, e in particolare da Trotskij) combatterà per due anni contro tutti questi gruppi (detti bianchi), nonchè contro una molteplicità di altre forze armate create dagli indipendentisti, dai contadini ribelli e dagli anarchici, e, per alcuni mesi, contro le limitate forze dei paesi occidentali, intervenute, sia pure in modo assai riluttante, per riattivare il fronte orientale.

La fuga in avanti comunista.
E' in questo drammatico contesto che Lenin decide non di rettificare la precedente politica, bensì di accelerare la costruzione della società comunista. Il governo ha fino dai primi giorni deciso la requisizione delle grandi abitazioni (6 dicembre 1917), la nazionalizzazione di circa 500 grandi imprese (15 dicembre) e di tutte le banche (27 dicembre). Ha anche già iniziato una campagna di violenze di massa contro i borghesi. Nel giugno 1918 decide la nazionalizzazione di tutta l'industria, il razionamento delle derrate alimentari, la requisizione delle eccedenze cerealicole dei contadini. Il paese dovrà passare alla gestione di tutta l'economia da parte dello stato: la produzione sarà pianificata, e, teorizzano alcuni, anche la distribuzione dovrà essere amministrata dallo stato, con conseguente fine dello scambio e abolizione della moneta.
Dalla roccaforte delle grandi città si decide di estendere la rivoluzione comunista alle campagne, portando la guerra civile nei villaggi. Si immagina di potere scatenare una lotta dei contadini poveri contro i ricchi (kulaki). L'attacco è condotto dall'estate 1918 formando Comitati dei Poveri, all'interno dei villaggi, e inviando Distaccamenti alimentari costituiti da militanti comunisti delle città, dall'esterno. Ma manca una vera borghesia agraria e i villaggi restano sostanzialmente compatti nel respingere l'aggressione da parte dei "cittadini". Le squadre comuniste finiscono per identificare i kulaki in base al mero criterio politico dell'opposizione al bolscevismo. Poiché i contadini resistono armi in pugno, il governo comincia a impiegare contro di essi anche l'Armata rossa.
Inoltre, nelle retrovie, la prestazione lavorativa viene spesso ottenuta con metodi coercitivi, approfittando dell'obbligo del lavoro introdotto dalla Dichiarazione dei diritti delle masse lavoratrici e sfruttate. Il decreto "La patria socialista in pericolo" (21-22 febbraio 1918) stabilisce la creazione di battaglioni di lavoro forzato reclutati nella borghesia per scavare trincee (il principio del lavoro obbligatorio usato spesso per umiliare i borghesi). Nel gennaio 1918 il controllo operaio passa dai comitati di fabbrica ai sindacati. Nella primavera 1918 termina ogni sindacalismo indipendente. Non c'è formale abolizione del diritto di sciopero, ma la progressiva nazionalizzazione rende lo sciopero illegale. Di fatto, contro gli scioperi, considerati in se stessi controrivoluzionari, il governo ricorre alle esecuzioni in massa e alla requisizione delle tessere annonarie. Per influenza di Trotskij nel 1918-20 vengono progressivamente estesi i settori economici "mobilitati per servizio militare": ferrovie, miniere, combustibili, comunicazioni, medicina, metallurgia. I loro dipendenti sono dunque soggetti alle corti marziali. Le unità militari non necessarie al fronte non vengono smobilitate, ma impiegate nelle Armate del Lavoro.

L'istituzionalizzazione del terrore.
La rivoluzione comunista implica un'estensione progressiva dei metodi coercitivi e della violenza. Il vecchio esercito viene disgregato: il linciaggio degli ufficiali, istigato dagli agitatori comunisti, diviene un vero massacro nella Flotta del Mar Nero. Il 16 luglio 1918 viene massacrata l'intera famiglia imperiale, agli arresti dall'Ottobre. La decisione è presa da Lenin per rompere in maniera anche simbolica la continuità della tradizione russa.
Dalla ascesa al potere i comunisti dissolvono il preesistente sistema giudiziario e perseguono la creazione di una "giustizia rivoluzionaria". Il decreto 22 novembre 1917 abolisce tutte le corti esistenti, tranne quelle locali che trattano casi minori, e tutte le professioni legali. Istituisce i Tribunali Rivoluzionari, competenti per i reati controrivoluzionari e affidati quasi tutti a bolscevichi privi di qualifica specifica e guidati dalla sola "coscienza rivoluzionaria". Nel marzo 1918 anche le corti locali vengono rimpiazzate dalle Corti del Popolo, che trattano i reati non politici. Accantonate tutte le leggi anteriori all'ottobre 1917, le nuove corti devono farsi guidare dal "senso di giustizia socialista".
D'altra parte, fino dai primi giorni del potere bolscevico, per fare fronte allo sciopero degli impiegati, è stata creata la Cheka (Commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione), una polizia politica di partito guidata da Feliks Dzerzhynskij, nobile polacco e vecchio bolscevico. Estendendo progressivamente organici e competenze, sotto diverse denominazioni successive (Cheka, Gpu, Ogpu, Nkvd, Kgb), sarà il pilastro dell'apparato repressivo comunista. Il decreto "La patria socialista in pericolo" del 21-22 febbraio 1918 concede alla Cheka il potere di passare per le armi sul posto speculatori, sabotatori e controrivoluzionari, senza attendere autorizzazione dai tribunali, della cui relativamente mite condotta Lenin è poco soddisfatto. Alla fine del 1918, in connessione con la militarizzazione del lavoro, la Cheka assume la responsabilità del controllo di tutti i trasporti. Nell'ottobre 1921 verrà attribuita alla Cheka competenza della censura preventiva per (indefiniti) motivi militari (la censura preventiva era stata abolita nel 1864). I suoi funzionari sono sempre più numerosi: a metà 1920 saranno 250 mila. Nel reclutamento sono preferiti i non russi, anche allo scopo di evitare legami con le vittime della repressione.
La svolta decisiva è nell'estate 1918. In risposta al terrorismo praticato dai socialisti rivoluzionari di sinistra, nel luglio 1918 vengono fucilati centinaia di esponenti di quel partito. Poi, dopo che ad agosto Lenin stesso è scampato a un attentato, il decreto del 5 settembre 1918 ufficializza il "terrore rosso". Nel solo autunno 1918 la Cheka effettua 10-20 mila esecuzioni. Il decreto comanda anche la creazione di campi di concentramento per i "nemici di classe" (ma i primi campi di concentramento erano stati creati da Trotskij già nell'agosto). Col decreto del 30 settembre 1918, inoltre, per fare fronte alla disperata mancanza di comandanti competenti, Trotskij ordina di prendere in ostaggio, e detenere nei campi, le famiglie degli ufficiali ex zaristi, allo scopo di costringere questi ultimi a servire nell'Armata rossa.
La guerra civile tra i rossi, i bianchi, le altre formazioni spontanee dei contadini ribelli, e infine l'esercito polacco, che nel 1920 invade la Russia e respinge poi l'Armata rossa dalla Polonia, è condotta da tutte le forze in campo con metodi spietati. Difficile una quantificazione precisa delle vittime. Da dati degli archivi sovietici, risulta che l'Armata rossa ha 700 mila morti nella lotta contro i bianchi e altri 250 mila nella lotta contro i contadini. Un milione di morti dichiarano bianchi e polacchi. Ma molti più sono i morti tra i civili. Lo storico Richard Pipes stima che i civili siano il 91% dei morti durante la guerra. La direttiva segreta del governo bolscevico all'Armata rossa del marzo 1919, in risposta a una resistenza contadina particolarmente accanita, decreta lo sterminio della dirigenza dei cosacchi e la fine di essi come popolo autonomo: ci saranno 300-500 mila uccisi o deportati destinati in gran parte alla morte, su 3 mil. di persone. Lenin dà personalmente l'ordine di sterminare in Polonia nobili, preti e contadini ricchi (immaginava di potere scatenare la guerra civile, ma al contrario l'invasione cementa l'unità nazionale polacca). Per le vittime complessive del terrore rosso le valutazioni oscillano tra le centinaia di migliaia e i 2 mil. di esecuzioni. Più di un milione e mezzo sono i russi che espatriano.

La ritirata della Nep.
Il paese, riconquistato dai comunisti, è stremato dalla guerra e dal terrore. Tra l'1 e il 17 mar zo 1921 i marinai di Kronstadt, la base militare navale un tempo roccaforte del bolscevismo, si ribellano al governo, chiedendo la fine delle persecuzioni contro la sinistra e il ripristino della legalità. La rivolta viene duramente repressa dall'Armata rossa, ma convince Lenin dell'opportunità di riconsiderare la prematura costruzione del comunismo decisa nel 1918. La disorganizzazione del sistema economico prodotta da quella decisione è tale che in quei mesi la carestia farà almeno 5 mil. di vittime (e diversi altri ne saranno evitati dai soccorsi internazionali). Secondo le proposte di Lenin, per venire incontro al diffuso bisogno di pace sociale, il X congresso del Partito comunista (marzo 1921) decide la Nep (Nuova Politica Economica), che prevede la sostituzione delle requisizioni ai contadini con un'imposta in natura, la restaurazione della libertà di commercio e della proprietà privata delle piccole e medie imprese, l'abolizione del controllo operaio, la reintroduzione del cottimo, il ristabilimento dell'azione sindacale, la creazione del Gosplan per la pianificazione statale dell'economia. Principale teorico della Nep sarà Nikolaj Bukharin.

Il terrore negli anni della Nep.
La ritirata strategica sul piano sociale non coincide d'altra parte con uno smantellamento dello stato totalitario o un allentamento del terrore. Viene a cessare anzi ogni residuo di democrazia anche dentro il partito. Già nel 1920 è l'Ufficio organizzativo, e non l'organizzazione periferica, a nominare i funzionari locali. I membri del partito e soprattutto i funzionari hanno diritto a razioni speciali. Lo stesso X congresso che decide la Nep, in nome della lotta al "frazionismo", stabilisce anche il divieto di creare correnti in seno al partito, epura il partito di circa un terzo dei membri e attribuisce alla Segreteria il potere di scegliere i delegati al congresso. Vinta l'Opposizione Operaia, la corrente comunista per colpire la quale era stata ideata la norma contro il "frazionismo", il sindacato è trasformato da organismo rivendicativo in "cinghia di trasmissione" della volontà del partito: le sue preoccupazioni principali saranno da questo momento in poi l'aumento della produzione e il mantenimento della disciplina tra gli operai. Nel 1922 Lenin crea la carica di Segretario Generale del partito, col compito di fissare l'agenda del Politburo, provvederlo di materiali, dare attuazione alle sue decisioni e provvedere alle nomine. Alla nuova carica viene nominato Stalin.
L'azione militare contro gli oppositori continua. Le rivolte contadine ancora serpeggiano nel paese, e, secondo dati ufficiali, l'Armata rossa ha 237'908 morti nella guerra 1921-22 contro le bande contadine ribelli (soprattutto contro i ribelli di Tambov, capeggiati dal socialista rivoluzionario Alexander Antonov, che schierano decine di migliaia di combattenti). I morti tra i contadini si conteranno in numero assai maggiore. Gli insorti di Kronstadt sono massacrati a centinaia. I superstiti sono deportati sul Mar Bianco e pochi tornano vivi. Saranno essi ad inaugurare il campo di concentramento delle isole Solovetskie, organizzato tra il 1922 e il 1923, ed embrione del sistema concentrazionario sovietico. Tale sistema si espande rapidamente: nell'ottobre 1923 ci sono già 315 campi con 70 mila prigionieri. In essi vige il principio della responsabilità collettiva: la punizione per eventuali insubordinazioni ricade sulla totalità dei prigionieri. Il vitto è scarso, le condizioni igieniche sono molto misere. Data la dislocazione dei campi, il freddo è quasi insopportabile. La mortalità è dunque altissima. Tra il 1923 e il 1927 viene inoltre represso l'indipendentismo in Transcaucasia e in Asia centrale (Georgia 1924, Cecenia 1925). Anche da queste regioni le deportazioni saranno di grandi proporzioni.
La lotta anticontadina viene inoltre accompagnata da una recrudescenza della battaglia contro la religione. Secondo un'idea di Trotskij, nel marzo 1922 è lanciata la requisizione dei calici e degli oggetti di culto preziosi, ufficialmente con l'intento di rimediare agli effetti della carestia, ma in realtà con l'obiettivo di provocare la reazione della Chiesa. Di fatto si contano più di un migliaio di episodi di resistenza. I responsabili vengono portati davanti ai Tribunali rivoluzionari, mentre gli organi di partito preordinano le sentenze: circa 100 vescovi e 10 mila preti sono imprigionati, 28 vescovi e 1215 preti messi a morte, circa 8 mila persone uccise in tutto. Nel dicembre 1922 è organizzata poi una campagna di manifestazioni pubbliche per irridere il Natale. Nella primavera seguente manifestazioni simili sono ripetute in occasione della Pasqua e alcuni mesi più tardi in occasione di Yom Kippur, la principale festa religiosa ebraica.
Negli anni della Nep sono riorganizzati i sistemi della giustizia e della polizia. Il 6 febbraio 1922 la Cheka è sostituita dalla Gpu. La nuova polizia politica nasce, ufficialmente, per ripristinare la "legalità rivoluzionaria", ponendo fine alle procedure extragiudiziarie, ma, di fatto, essa mantiene gli organici della Cheka, e, il 16 ottobre 1922, ottiene l'autorità di punire senza processo, anche con la morte, i responsabili di "banditismo". Il decreto del 10 agosto 1922 dà poi al commissariato degli Interni l'autorità di disporre in via amministrativa l'esilio esterno o interno per gli accusati di attività controrivoluzionarie. Il 6 giugno 1922 viene creato il Glavlit per la censura preventiva. Col nuovo Codice penale del 1922 comincia la sistemazione del diritto rivoluzionario. La delineazione delle figure di reato è tuttavia abbastanza indeterminata da consentire larga discrezionalità nella persecuzione degli oppositori: si parla genericamente di "attività controrivoluzionarie", di "nemici del popolo" e di "sospetti". I Principi fondamentali della legislazione penale dell'Urss nel 1924 codificano il concetto di "persona socialmente pericolosa" e dichiarano la punibilità anche delle intenzioni controrivoluzionarie indirette: si delinea cioè la figura di un controrivoluzionario punibile non per atti specifici o per manifeste intenzioni criminose, ma per la semplice posizione di classe. Dal 1926 si includono nell'"attività controrivoluzionaria" punita con la morte l'adempimento intenzionalmente insufficiente dei propri doveri, la tentata fuga all'estero, i rapporti privati con governi stranieri, mentre l'"omissione di controllo sulle attività controrivoluzionarie" è punito con la deportazione (anche nel caso non si denuncino parenti e amici).



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18 maggio 2006

I CRIMINI DEL COMUNISMO:L'URSS DI LENIN E STALIN 2a PARTE

IL PARADIGMA DEL TERRORE DI MASSA: L'URSS DI LENIN E STALIN
Seconda Parte

Nascono i processi-spettacolo.
Tra il 6 giugno e il 7 agosto 1922 presso il Supremo Tribunale Rivoluzionario sono processati i capi dei socialisti rivoluzionari. Secondo il desiderio di Lenin, che invoca "processi educativi", il 20 giugno si tiene una manifestazione di massa cui partecipano anche il giudice e il procuratore del processo in corso, per chiedere la condanna a morte degli imputati: è il primo dei processi-spettacolo sovietici, istruiti non tanto per eliminare gli oppositori imputati, quanto per mobilitare politicamente la popolazione tutta. Su suggerimento di Trotskij, i giudici annunciano che le condanne a morte stabilite nella sentenza non verranno eseguite, se i socialisti rivoluzionari ancora liberi abbandoneranno l'attività cospirativa.
Si organizza l'irreggimentazione della gioventù nelle istituzioni educative controllate dal partito: dopo la ventata di pedagogia libertaria dei primissimi anni, nel 1921 sono reintrodotti nella scuola i sistemi educativi tradizionali, integrati però con la propaganda politica: i bambini fino 15 anni sono inquadrati nei Pionieri; dai 15 anni si accede alla Gioventù Comunista, o Komsomol, che seleziona i candidati al partito.

La svolta staliniana e la ripresa della costruzione del comunismo.
Approfittando abilmente della carica di segretario generale, dopo la malattia e morte di Lenin (1924), Stalin si libera dei concorrenti più pericolosi dentro il partito (Trotskij, Kamenev e Zinovev perdono le loro posizioni di potere), e, in alleanza con Bukharin, conquista entro il 1926 il pieno controllo del Pcus e dello stato. Ma, nel 1928, con un brusco cambiamento di linea e di alleanze (Bukharin viene allontanato dal potere), dopo sette anni di relativa tregua economica, Stalin decide l'abbandono della Nep e la ripresa della costruzione del comunismo. Il mercato viene sostituito da un'economia interamente pianificata dallo stato per mezzo del Gosplan. Il primo piano quinquennale dirotta la massima parte delle risorse del paese nella creazione dell'industria pesante. Il costo della gigantesca operazione sarà pagato dagli strati contadini, tutte le cui eccedenze dovranno essere utilizzate per nutrire le città e acquistare macchinari e tecnologie in Occidente. Per evitare che la requisizione delle eccedenze si traduca, come nel 1918, in una guerriglia villaggio per villaggio, si decreta, nel 1929, la abolizione della gestione privata della terra e il trasferimento dei contadini e di tutti i loro beni in grandi fattorie collettive (kolchoz e sovchoz).

La persecuzione dei nepmen e la nuova guerra contro i contadini.
La fine della Nep si accompagna a un'ondata di persecuzioni contro gli imprenditori privati, gli ingegneri e i tecnici, che della Nep erano stati i principali artefici (i nepmen). Vengono allontanati dal governo i consiglieri economici moderati, tra cui Nikolaj Kondratev, Vainstein, Feldman e Bazarov. Nel 1928 si svolge un nuovo processo-spettacolo, attorno al quale viene orchestrata l'attenzione della stampa e delle organizzazioni sociali. Ne sono vittima alcuni ingegneri degli impianti di Shaktij, falsamente accusati di sabotaggio in combutta con potenze straniere: costretti con la tortura e le minacce ai familiari, quasi tutti gli accusati si dichiarano colpevoli e la metà di loro viene condannata a morte. Nel 1931 è la volta dei bukharinisti, che della Nep erano stati i maggiori sostenitori: l'attacco si concretizza nel processo contro Bazarov e altri membri del Gosplan su posizioni moderate, nonché contro David Rjazanov, direttore dell'Istituto Marx-Engels, tutti quanti (falsamente) accusati di voler ricostituire il partito menscevico.
Ma è soprattutto la collettivizzazione dell'agricoltura a determinare i livelli più alti della repressione e del terrore. I contadini reagiscono all'espropriazione abbattendo il bestiame e resistono al trasferimento nelle fattorie collettive. Ma, a differenza del 1920-22, la resistenza contadina non riesce a organizzarsi in vere rivolte. Lo stato risponde con le fucilazioni di massa, che colpiscono centinaia di migliaia di contadini. Con convogli ferroviari o in interminabili marce, almeno 2 mil. di contadini vengono deportati nel nord o in Siberia e abbandonati alla violenza del clima, senza essere neppure accolti in veri campi di concentramento. Morranno a centinaia di migliaia. Infine, si decide di stroncare ogni velleità di resistenza contadina con l'arma della fame, attraverso la requisizione delle scorte (anche delle scorte alimentari e delle sementi). Consapevolmente pianificata e scatenata, nel 1932-33, una nuova terribile carestia si abbatte sulla Russia centrale, l'Ucraina e il Caucaso (la carestia colpirà le zone in cui nel 1930 si era verificato l'85% degli episodi di resistenza): nel biennio vi sono 7 mil. di vittime, 5 mil. delle quali nella sola Ucraina. Alla guerra contro i contadini, nel 1929-30, come già nel 1921-22, viene collegata una seconda offensiva contro la Chiesa: ulteriori restrizioni per il clero, nuova settimana senza domenica festiva per tutti, sequestro delle campane. Nessuno dei maggiori dirigenti comunisti protesta per la sorte dei contadini: non i teorici della Nep come Bukharin, non i vecchi bolscevichi esclusi dal potere, tantomeno l'operaista Trotskij. Anzi la guerra contro i contadini viene esaltata dal governo camuffandola da lotta di classe e premiandone pubblicamente gli esecutori più zelanti e spietati. Così, nel 1932, il Komsomol celebra come eroe e martire Pavlik Morozov, il quattordicenne che durante la collettivizzazione ha denunciato il padre, responsabile del villaggio, provocandone l'arresto e la fucilazione (e che per vendetta poi è stato ucciso dai parenti).
Il controllo sociale è fortemente intensificato. Un decreto del 26 marzo 1928 converte le condanne minori in lavori presso le imprese di stato. Uno del 27 giugno 1929 converte le condanne superiori ai tre anni in lavori forzati nei campi del nord e dell'oriente. Il decreto del 12 dicembre 1930 priva di diritti civili (comprese abitazione, tessera annonaria, assistenza sanitaria) le categorie sociali degli ex-privilegiati, ex-funzionari, membri del clero e di partiti politici. La legge del 7 agosto 1932 (cosiddetta "legge delle spighe", perché viene applicata anche ai casi di spigolatura) punisce come sabotaggio con la pena di morte il furto di beni dello stato. Una legge del novembre prevede il licenziamento per l'assenza ingiustificata dal lavoro di almeno un giorno (mentre il decreto del 26 giugno 1940 punirà in base al Codice penale ogni assenza sul lavoro, a partire dai ritardi di venti minuti). Una del 27 dicembre introduce il passaporto interno, per meglio controllare gli spostamenti della popolazione. Onde evitare che le fattorie collettive possano essere abbandonate per la città, il passaporto interno non viene concesso ai contadini.

Il Grande terrore.
Al XVII congresso del Pcus (gennaio 1934), che si riunisce per celebrare i risultati del primo piano quinquennale e si autodefinisce enfaticamente "congresso dei vincitori", il capo del PC di Leningrado, Sergej Kirov, si pronuncia contro le pena di morte per i reati di opinione e propone in generale una liberalizzazione del sistema. Avendo ottenuto in congresso perfino più consensi di Stalin, si decide la sua nomina a segretario del Pcus accanto a Stalin stesso. Ma l'1 dicembre Kirov viene assassinato in circostanze poco chiare (l'assassino risulterà essere stato in contatto con la Gpu che, sotto la guida di Genzich Jagoda, è ora unita al commmissariato del popolo per gli interni Nkvd). Stalin accusa del delitto i traditori e gli imperialisti stranieri.
Mentre la polizia politica conduce una campagna di arresti che colpisce i comunisti meno allineati con Stalin, il governo vara una serie di misure che preparano lo scatenamento del terrore. Il decreto del 7 aprile 1935 estende pene previste per gli adulti a tutti i maggiori di dodici anni (sarà decisivo per ricattare gli inquisiti con la minaccia di procedere nei confronti dei figli). Uno del 9 giugno prevede la pena di morte per i tentativi di espatrio clandestino, e, per mancata vigilanza rivoluzionaria, la deportazione per i familiari, informati o non del tentativo. Il decreto del 14 settembre 1936 semplifica le procedure giudiziarie nei casi di attività controrivoluzionaria, escludendo tra l'altro appello e grazia. Anche per favorire il sostegno delle democrazie occidentali di fronte alla possibile minaccia hitleriana, il 5 dicembre 1936 viene varata in Urss una nuova costituzione garantista, redatta con la collaborazione di Bukharin, ora riabilitato (la costituzione riconosce i diritti di libertà tipici dell'occidente, ma anche il diritto al lavoro, al riposo, all'istruzione gratuita). Ma le garanzie da essa formalmente sancite sono svuotate dall'assenza di una magistratura indipendente: non avranno mai un qualsiasi valore reale.
Il terrore è preceduto inoltre dallo smantellamento di una serie di organizzazioni da Stalin ritenute poco affidabili. Nella primavera 1935 Stalin scioglie sia l'Associazione dei Vecchi Bolscevichi sia l'Associazione degli ex-Prigionieri Politici. Lo scrittore comunista Maksim Gorkij, fiore all'occhiello del regime, tenta invano di riconciliare Stalin con i vecchi compagni dell'Ottobre. A partire dal 1935 viene portato il terzo e ultimo attacco contro la Chiesa, con la deportazione ed eliminazione di buona parte del clero. Tra il 1934 e il 1939 vengono soppresse le istituzioni ebraiche sopravvissute e in particolare le scuole dove si insegna in yiddish. Lo stesso Agurskij, antico persecutore degli ebrei, viene accusato di far parte della "clandestinità ebraica fascista" e imprigionato.
A partire dall'estate del 1936 si scatena l'ondata di repressione sanguinosa che sarà nota come Grande terrore. La manifestazione più clamorosa è una serie di nuovi processi-spettacolo che vedono tra gli imputati gran parte dell'antica dirigenza bolscevica. Nei casi maggiori la corte sarà presieduta da Vladimir Ulrich, mentre pubblico ministero sarà Andrej Vyshinskij. Primo è il processo contro il "centro trotstkista-zinoveviano" (19-28 ago 1936): gli imputati Kamenev e Zinovev confessano di avere fatto uccidere Kirov e di avere progettato l'assassinio di tutta la dirigenza del Pcus. Zinovev confessa addirittura di essere passato al fascismo. Tutti gli imputati vengono riconosciuti colpevoli e fucilati. Il 25 settembre 1936 il potente capo dell'Nkvd Jagoda viene destituito e rimpiazzato da Nikolaj Ezhov. Di lì a poco Ezhov denuncia anche un (fittizio) tradimento di Jagoda. Segue il processo contro il "centro parallelo trotstkista" per sabotaggio e legami col nemico tedesco e giapponese (23-30 gen 1937): sono imputati diversi vecchi militanti bolscevichi, tra cui Radek, accusati di avere clandestinamente preparato lo smembramento dell'Urss a vantaggio degli stranieri confinanti. Tutti gli imputati vengono riconosciuti colpevoli e fucilati (tranne Radek che viene deportato e scompare poi in un campo di concentramento). Nel febbraio-marzo, al Comitato centrale del Pcus, Stalin espone la tesi che la lotta di classe andrà inasprendosi, e non attenuandosi, durante la costruzione del socialismo: è la legittimazione sul piano teorico del Grande terrore. In segreto si tiene poi un processo per tradimento contro i responsabili dell'Armata rossa, basato anche su un falso dossier approntato dalla Gestapo (11 giugno 1937): tra gli altri sono imputati il generale Tukhachevskij e l'eroe della guerra civile Jona Jakir. Tutti gli imputati vengono riconosciuti colpevoli e fucilati. Jakir muore gridando: "Viva il partito! viva Stalin!". Dal giorno del processo parte un'epurazione generale nelle forze armate: alla fine del 1938 la purga è costata 3 marescialli su 5, 12 comandanti dell'esercito su 14, tutti gli 8 ammiragli, 60 comandanti di corpo d'armata su 67, 136 generali di divisione su 199, 221 generali di brigata su 397, il 45% degli ufficiali e dei commissari politici. Nel 1937 vengono sciolti in particolare quasi tutti i distaccamenti militari addestrati da Yakir alla guerra partigiana. L'armata rossa è letteralmente destrutturata: affronterà la Seconda guerra mondiale trovandosi ancora in condizioni di grave disorganizzazione. L'acme nella serie dei processi-spettacolo è raggiunto col processo contro il "blocco dei destri e dei trotstkisti" (2-13 marzo 1938): sono imputati tra gli altri Bukharin, Rykov, Jagoda e altri vecchi bolscevichi. Tutti gli imputati (definiti dal pubblico ministero Vyshinskij "cani rognosi") vengono riconosciuti colpevoli e fucilati.
In base alla figura penale dell'omissione di controllo la purga si estende anche ai parenti e agli amici degli epurati. Diverse figure importanti del partito, come Tomskij e Ordzhonikidze, si suicidano prima di essere coinvolte dal terrore. All'inizio del 1937, la tortura, già largamente usata, viene legalizzata attraverso un provvedimento reso noto alle autorità di polizia, ma tenuto segreto alla pubblica opinione. Si pratica la tortura anche sui familiari degli inquisiti, talvolta alla presenza di questi. In media, solo un inquisito su cento riesce a non confessare i reati ascrittigli. La popolazione viene sistematicamente mobilitata attraverso la stampa e le organizzazioni di partito. Nel gennaio 1937, in occasione del processo contro Radek, a Mosca una folla di 200 mila persone (ci sono -27°) è radunata per invocare la punizione degli imputati. Nel 1937-38 l'epurazione si estende ai comunisti stranieri presenti a Mosca: vengono fucilati o mandati a morire nei campi di concentramento Bela Kun, tutti i dirigenti del Pc jugoslavo, del Pc polacco e del Pc coreano (i Pc polacco e coreano vengono addirittura sciolti), molti comunisti francesi, rumeni e olandesi, 200 dei 600 comunisti italiani esuli a Mosca. Nel 1936 vengono epurati i comunisti delle repubbliche baltiche. L'Nkvd dirige inoltre la repressione della sinistra non stalinista in Spagna: decine di migliaia di combattenti del partito comunista libertario Poum e del movimento anarchico vengono fucilati (su un totale di 400 mila morti della guerra civile). Il capo del Poum Andrés Nin e il leader anarchico Camillo Berneri vengono torturati e uccisi dagli agenti dell'Nkvd. Sono assassinati anche due figli di Trotskij. Alla fine, perfino il principale responsabile della repressione spagnola, il console sovietico Vladimir Antonov-Ovseenko, viene richiamato a Mosca e fucilato con l'accusa di trotskismo. Ma anche dei 6 mila comunisti spagnoli riparati nell'Urss dopo la fine della guerra, nel 1948 sopravvivono solo in 1500.
Nel 1937-38 l'epurazione si estende anche agli scrittori: tra gli altri vengono condannati e uccisi Babel', Pil'njak, Mandel'stam, Mejerchol'd. Dei 700 scrittori che partecipano al primo Congresso degli scrittori nel 1934 solo 50 sopravvivono vent'anni dopo per partecipare al secondo. L'Associazione degli scrittori proletari, che negli anni '20 aveva protetto le avanguardie, viene sciolta e sostituita dalla nuova Unione degli scrittori: con la collaborazione di Gorkij sono codificate le norme del "realismo socialista", che impone agli scrittori di magnificare le conquiste della società sovietica. In architettura è favorito un pomposo e monumentale classicismo. Viene bandita la sociologia (forse anche perché era stata patrocinata da Bukharin). Nel 1937 viene liquidata la scuola dello storico marxista Pokrovskij. Nell'ufficiale Storia del Partito comunista dell'Unione sovietica (1938) le vicende del bolscevismo sono riscritte, cancellando ogni ruolo positivo degli avversari di Stalin. La scuola viene riformata secondo concezioni tradizionali, con voti, uniformi e programmi diversi per maschi e femmine. E' propagandato un antiintellettualismo plebeo che attribuisce valore solo al lavoro manuale. La famiglia tradizionale viene esaltata. L'aborto è reso illegale, il divorzio viene reso più difficile; è reintrodotta l'illegittimità dei figli nati fuori dal matrimonio.
Ma epurati più duramente sono gli stessi apparati dello stato e del partito. Nel 1936-38 si svolgono massicce epurazioni di dirigenti comunisti locali, tutte guidate da fedelissimi di Stalin, Lavrentij Berja nel Caucaso, Georgij Malenkov in Bielorussia, Anastasij Mikojan in Armenia, Lazar Kaganovich in Russia, Nikita Kruscev in Ucraina. Nel 1937 il 90% dei procuratori provinciali viene rimosso e spesso arrestato. Viene liquidato il 90% dei comitati locali del Pcus. Viene epurato pesantemente il Komsomol, per fare posto a una nuova dirigenza ostile al vecchio egualitarismo. Vengono eliminati anche 20 mila funzionari dell'Nkvd. Al XVIII congresso del Pcus, sono scomparsi ben 1108 dei 1966 congressisti del XVII, 110 dei 139 membri del Comitato Centrale. Sono stati eliminati tutti i dirigenti del Pcus della vecchia guardia intellettuale bolscevica, e in particolare tutti i maggiori dirigenti ebrei (eccetto Kaganovich).
Il terrore è pianificato dal centro: Stalin firma personalmente lunghe liste di personaggi da mandare a morte. E' Mosca arbitrariamente a indicare il numero dei (falsi) traditori che gli organismi locali del partito e dell'Nkvd dovranno poi individuare e perseguire. Ma c'è anche uno slittamento del meccanismo alla periferia: per non essere accusati di negligenza (e dunque di tradimento), spesso sono i dirigenti locali stessi ad elevare il numero delle persone coinvolte dalle indagini e (immancabilmente) trovate colpevoli. L'acme della purga è toccato nella prima metà del 1938, quando ormai il circuito della repressione ha coinvolto ampi strati di persone comuni prive di qualsiasi particolare collocazione istituzionale. All'epoca circa il 5% dell'intera popolazione è passata attraverso gli arresti. Pervade il paese l'ossessione del sabotaggio orchestrato da forze straniere. C'è un'atmosfera generale di paura, che induce i cittadini a ridurre le relazioni sociali e a distruggere le memorie familiari, nel timore che entrambe possano essere usate per eventuali imprevedibili iniziative inquisitorie. Le categorie più colpite: ex funzionari dello stato, membri del clero, testimoni di Geova, ex borghesi, ex funzionari della Croce Rossa, ex membri di partiti non comunisti, membri di associazioni studentesche, impiegati di ditte e legazioni straniere, cittadini che hanno contatti con l'estero (compresi i filatelici e gli esperantisti), rifugiati stranieri. Molto colpite le minoranze etniche: i greci del Mar Nero, gli armeni, i cinesi, gli ebrei ex-membri del Bund o sionisti. Le categorie istruite sono state colpite a tal punto che mancano i tecnici: le imprese hanno in organico nei ruoli tecnici soprattutto non laureati e non diplomati. Il nome di Ezhov è temutissimo. Non a caso, alla fine del 1938, quando Stalin decide di chiudere la stagione delle purghe, Ezhov stesso viene destituito e rimpiazzato da Berija alla guida dell'Nkvd. In seguito sarà ucciso nel manicomio criminale dove è stato rinchiuso. A perfezionamento del terrore, infine, anche Trotskij verrà ucciso a Città del Messico il 21 agosto 1940, raggiunto da un sicario di Stalin. Le purghe hanno comportato almeno un mil. di esecuzioni e diversi milioni di deportazioni nei campi di lavoro, dove peraltro la mortalità è altissima. Alla fine della purga solo i bambini affidati agli orfanotrofi dell'Nkvd (cioè i figli di deportati o giustiziati) sono tra i tra i 500 mila e il milione. Attraverso la purga Stalin ha potuto eliminare tutti gli oppositori potenziali e forgiare un partito sostanzialmente nuovo, compatto nella fedeltà alla persona del capo. I grandi processi sono anche serviti ad additare all'opinione pubblica un capro espiatorio per gli insuccessi del regime.

Il sistema del Gulag.
La sezione Gulag dell'Nkvd controlla 80 sistemi formati ciascuno da 20-100 campi di concentramento. Il sistema di Kolyma nell'estremo oriente siberiano occupa da solo una superficie grande otto volte l'Italia. Tra il 1934 e il 1948 nei campi vengono deportati 15 mil. di persone. La popolazione del Gulag oscilla. Alla fine dell'era staliniana, nel 1953, è di 2 mil. 450 mila detenuti, mentre altri 2 mil. 750 mila "coloni speciali" dipendono da una diversa amministrazione. L'Nkvd impegna almeno 250 mila militari per vigilare i campi. All'interno dei campi solo un quarto o un terzo dei prigionieri sono detenuti politici. I delinquenti comuni godono di privilegi e vengono utilizzati per controllare e colpire i politici. I deportati sono impiegati soprattutto nel taglio del legname, nei cantieri e nelle miniere. Nei campi del nord e dell'est si lavora 12-16 ore al giorno e si ha una razione di 8 etti di pane solo se si è svolto l'intero lavoro assegnato (la dose decresce in proporzione al lavoro svolto). La produzione è rilevante. Secondo le stime dell'amministrazione carceraria, durante la guerra i detenuti assicurano circa un quarto della produzione dell'industria degli armamenti, della metallurgia e delle miniere, e il 13% del volume dei grandi lavori in Urss. La mortalità nei campi è del 10% annuo nel 1932, del 20% nel 1938. Ma è alta anche durante i trasferimenti: durante quelli invernali nelle terre artiche può toccare anche il 50%. Non è rara l'eliminazione dei deportati divenuti inabili al lavoro.

Il terrore durante la guerra.
Dopo una tregua sul finire degli anni '30, la guerra porta con sé lo scatenamento di nuove ondate di terrore. L'alleanza con Hitler del 1939 permette a Stalin di occupare un terzo della Polonia e le tre repubbliche baltiche. Dove arriva l'Armata rossa, l'Nkvd procede sistematicamente all'eliminazione o alla deportazione delle borghesie nazionali, del clero, della nobiltà. Nel 1940-41 si ha una prima sovietizzazione della Polonia: 25'700 ufficiali e dirigenti sono subito eliminati; 381 mila civili (ma gli storici polacchi parlano di 1 mil.) e 230 mila militari vengono deportati nell'oriente sovietico (dopo un anno ne sopravvivono in tutto 388 mila). Nel giugno 1941 viene effettuata la prima sovietizzazione dei paesi baltici: 25 mila deportati, presumibilmente dopo l'eliminazione dei capifamiglia.
Quando poi Hitler rompe l'alleanza con Stalin e invade l'Unione sovietica (22 giugno 1941), la resistenza alla Wehrmacht porta con sé una nuova ondata di terrore. Nel 1941-42 è deportata quasi per intero la minoranza etnica dei tedeschi del Volga, per prevenirne un possibile collaborazionismo: 1 mil. 209 mila (su una popolazione di 1 mil. 427 mila), vengono trasferiti ad est, in condizione di quasi abbandono. Vengono trasferiti ad est, perlopiù a piedi su percorsi di migliaia di chilometri, 750 mila forzati dislocati nelle zone che stanno per essere occupate dai tedeschi. Ma decine di migliaia sono direttamente eliminati perché non cadano nelle mani degli occupanti. Il sistema del Gulag si sovraccarica e solo nel 1942-43 vi si contano 600 mila decessi.
A partire dal 1943, una terza ondata di terrore viene scatenata nelle regioni via via riprese dall'Armata rossa. Ne sono vittime interi popoli accusati in blocco di collaborazionismo. Nel 1943-44 sono deportati oltre 900 mila ceceni, ingusci, tatari di Crimea, caraciai, balcari e calmucchi; 42 mila bulgari, greci e armeni; 86 mila turchi mescheti, curdi e chemscini. Nei trasferimenti muore almeno un quarto, forse la metà dei deportati. Alla fine della guerra, metà della popolazione del Kazachstan è formata da etnie esiliate. Comincia il terrore nei confronti degli ucraini. La seconda sovietizzazione delle regioni occidentali nel 1944-45 comporta la deportazione di 100 mila civili ucraini (febbraio-ottobre 1944), 100 mila bielorussi (settembre 1944-marzo 1945), 38 mila lituani (gennaio-marzo 1945). Vengono deportati inoltre 148 mila soldati russi superstiti dell'armata antisovietica organizzata dal generale Andrej Vlasov. Ultime vittime della repressione del tempo di guerra sono gli stessi militari sovietici caduti prigionieri dei tedeschi. Sospettati di tradimento per essere sopravvissuti durante la prigionia, sono inviati in appositi campi di concentramento. Passano per questa esperienza 421 mila prigionieri sovietici nel 1942-44, 4 mil. 200 mila prigionieri e civili sovietici nel 1945-46. Di essi, il 19% viene alla fine nuovamente arruolato, il 14,5% assegnato ai "battaglioni della ricostruzione", l'8,6% internato nel Gulag (sono circa 360 mila persone).

Il terrore nel dopoguerra.
La guerra, il terrore e in generale la debolezza dell'economia sovietica, soprattutto agricola, provocano una nuova carestia. Nel 1946-48 ci sono 2 mil. di morti per fame in Urss, dovuti alla scelta di puntare sull'industria. Il governo teme che la pace porti con sé l'insubordinazione della popolazione, provata dalla guerra e tentata dalle informazioni sulle condizioni di vita nei paesi occidentali, che giungono attraverso i rimpatriati. Inasprisce allora il controllo sociale. Nel 1946 vengono limitati gli orti privati dei colcosiani. Alcuni decreti del 1947 aggravano la legge del 1932 sui furti alimentari: comminano 7-10 anni di internamento per il primo furto, 25 anni o la fucilazione per i recidivi. Nell'autunno 1946 erano state condannate per furti alimentari più di 25 mila persone. Nel 1947 i condannati saranno 380 mila. Continua la repressione delle minoranze etniche. Nella primavera del 1948, per stroncare la perdurante resistenza, 21 mila lituani vengono uccisi, 50 mila vengono deportati come coloni speciali e 30 mila trasferiti nel Gulag. Nel 1949-51 viene effettuata la seconda sovietizzazione dei paesi baltici: 95 mila baltici sono deportati nel marzo-maggio 1949; 17 mila nel settembre 1951. La sovietizzazione dei moldavi nel 1949 comporta la deportazione di 120 mila persone (il 7% della popolazione). La sovietizzazione delle coste del Mar Nero, ancora nel 1949, la deportazione di 58 mila greci, armeni e turchi. Nel 1945-52 vengono deportati 172 mila resistenti ucraini. Nel 1951-52 sono deportati anche 12 mila mingreli, 5 mila iraniani della Georgia, 4 mila Testimoni di Geova, 4 mila bielorussi, mille ucraini, 3 mila tagichi, mille kulaki di Pskov, mille appartenenti alla setta dei Veri Cristiani.
Il clima si fa particolarmente pesante per gli intellettuali. Nel 1946 Andrej Zdanov, che assume la responsabilità della politica culturale del Pcus, attacca alcune riviste letterarie di Leningrado, la poetessa Akhmatova e l'umorista Zoscenko. Due anni dopo attacca il formalismo di musicisti come Prokofev e Shostakovich (aprile 1948). Per oscure ragioni, dopo la morte di Zdanov (agosto 1948), vengono fucilati molti dirigenti di partito a Leningrado. La purga arriva fino alla destituzione e all'arresto di Nikolaj Voznesenskij, presidente della commissione nazionale del piano (aprile 1949). Verrà fucilato l'anno successivo. Anche la posizione di Berja si fa fragile. Nell'ottobre 1950 viene denunciato dalla stampa un "complotto nazionalista mingrelo", ma Berja (che è originario della Mingrelia) per il momento non viene colpito. Nel 1948 viene chiuso l'Istituto di Economia Mondiale diretto da Evgenij Varga e si attaccano le teorie di Einstein, accusate di idealismo borghese. Lo stesso anno Stalin condanna la genetica mendeliana e impone agli scienziati sovietici le teorie del biologo neolamarckiano Trofin Lysenko, che sostiene l'ereditarietà dei caratteri acquisiti. Sulla base delle concezioni biologiche di Lysenko, Stalin decide il "piano per la trasformazione della natura", che prevede un rimboschimento intensivo delle zone aride del sud-est. Il fallimento è totale. Nel maggio-agosto 1950 Stalin interviene personalmente nella campagna postuma contro il linguista Nikolaj Marr, sostenendo tra l'altro che esiste una lotta per l'esistenza tra le diverse lingue.
Anche gli ebrei sono guardati con crescente sospetto. L'intellettuale ebreo Mikhoels muore in un misterioso incidente nel gennaio 1948. Stalin è particolarmente preoccupato quando una manifestazione di 50 mila ebrei sovietici saluta con entusiasmo la missione diplomatica israeliana guidata da Golda Meir (ottobre 1948): teme che la creazione dello stato di Israele possa indurre velleità di indipendenza nella popolazione ebraica. Nel dicembre 1948 viene liquidato il comitato antifascista ebreo (creato durante la guerra), colpevole di aver suggerito la Crimea, spopolata dai tatari, come area di insediamento giudaico. Negli stessi giorni viene arrestata perfino la moglie del ministro degli Esteri (e fedelissimo stalinista) Vjacheslav Molotov, la dirigente del comitato ebreo Polina Zemcuzina, che verrà deportata e liberata solo dopo la morte di Stalin. Nei mesi successivi vengono uccise centinaia di personalità ebraiche e deportate decine di migliaia di ebrei, tra i quali tutti i membri del comitato tranne Ilja Ehrenburg. Nell'aprile 1949 viene chiuso il Teatro ebraico di Mosca. Vengono lanciate inoltre campagne di stampa di ispirazione nazionalista contro i "cosmopoliti senza radici" (ma già nell'agosto 1942 il dipartimento Agit-prop del Pcus aveva stilato una nota interna sulla posizione dominante degli ebrei negli ambienti artistici, letterari e giornalistici) e in difesa del contributo russo alla civiltà (fantasiosamente, si rivendica la paternità russa di invenzioni come la macchina a vapore, la radio, l'aereo).

L'ultima purga e l'incipiente terrore antisemita.
Gli anni 1952-53 vedono maturare una nuova grande purga. Già nell'ottobre 1951 viene denunciato un "complotto nazionalista ebraico" attribuito ad Viktor Abakumov (intimo di Berija). Nella nuova edizione dell'Enciclopedia sovietica la voce "ebrei" è drasticamente decurtata e scompaiono le voci relative ai popoli deportati. I dipartimenti universitari perdono quasi metà del personale per l'estromissione degli ebrei. Nel giugno 1952 sono processati a porte chiuse i dirigenti del Comitato antifascista ebraico per un (inventato) complotto sionista sostenuto dagli imperialisti mirante a staccare la Crimea dall'Urss. Si conclude con la condanna a morte di tutti gli imputati, eccetto la famosa biologa Lena Stern. Nell'ottobre 1952, al XIX congresso del Pcus viene decisa l'integrazione del Presidium con nuovi membri supplenti, cosa che, per analogia con quanto era avvenuto nel 1936, fa sospettare a Kruscev, Malenkov e Berija l'imminenza di una nuova purga. Subito dopo la conclusione del congresso, Mikojan, accusato di essere una spia dei turchi, viene esautorato, mentre il maresciallo Voroshilov viene accusato di essere una spia inglese. Si ha poi una serie di condanne a morte contro i responsabili dell'industria tessile ucraina, tutti ebrei (novembre 1952). Inoltre Rudolph Slansky, presidente del Pc cecoslovacco, ebreo antisionista e antiisraeliano molto legato a Berija, e altri tredici dirigenti di quel partito, dieci dei quali ebrei, per diretto ordine di Stalin, vengono processati con l'accusa di avere organizzato un complotto sionista per assassinare il presidente della repubblica Gottwald e restaurare il capitalismo, in combutta con Israele e gli Usa (novembre 1952). Undici di loro vengono condannati a morte il mese successivo. Nel novembre 1952 alcuni medici del Cremlino, tra i quali diversi ebrei, vengono arrestati: nel gennaio 1953 la Tass dà la notizia che è stato sventato un complotto di medici ebrei, responsabili di avere fatto morire Zdanov e altri dirigenti comunisti, nonché intenzionati a uccidere Stalin e tutta la dirigenza sovietica. Immediatamente in tutta la stampa si scatena una martellante campagna a sfondo antisemita e viene criticato il sistema di sicurezza sovietico, posto sotto la responsabilità di Berija. Si succedono licenziamenti in massa di ebrei, arresti e migliaia di esecuzioni. Circola una petizione, preparata dall'Nkvd e firmata da grandi personalità ebraiche come lo scrittore Vasilij Grossman, i fisici Lev Landau e Petr Kapitza, il violinista David Ojstrach, nella quale viene chiesta la deportazione in massa degli ebrei sovietici in Asia per proteggerli dalla violenza antisemita. Dopo una bomba all'ambasciata sovietica di Tel Aviv, l'Urss rompe le relazioni diplomatiche con Israele, mentre la stampa collega il fatto al presunto complotto sionista antisovietico (febbraio 1953). Ma l'attuazione della progettata grande purga contro Berja e gli ebrei viene bloccata dalla morte di Stalin (5 marzo 1953). Ai suoi funerali a Mosca, Malenkov e Berija non alludono a complotti occidentali e dichiarano la possibilità di pacifiche relazioni internazionali. Per iniziativa di Berija, vengono liberati e riabilitati i medici incarcerati. Gradualmente si aprono anche le porte del Gulag. Paradossalmente Berija (arrestato nel luglio 1953 e più tardi fucilato) cadrà vittima dell'ultimo episodio sovietico di lotta al vertice condotta attraverso l'eliminazione fisica dei perdenti. Nel 1959 restano nel Gulag solo 11 mila detenuti per reati politici e il Gulag stesso si assesta su una cifra media di 900 mila detenuti, con piccole unità che prendono il posto degli enormi complessi penitenziari.

Il bilancio del terrore nell'Urss.
Al di là delle menzognere ricostruzioni fornite dal governo di Mosca fino all'era di Gorbachev, il dibattito tra gli storici, prima della fine del comunismo, era stato segnato dalla contrapposizione tra gli studi di Robert Conquest sulle repressioni staliniane, che, sulla base di estrapolazioni dai pochi dati accessibili, calcolava le sole vittime di Stalin in circa 20 mil., da un lato, e le posizioni di alcuni giovani storici revisionisti come J.Arch Getty, dall'altro, che sostenevano che le vittime fossero invece solo nell'ordine delle migliaia. Con Gorbachev, nel 1987, giungono le prime ammissioni sovietiche semi-ufficiali, che parlano di 5 mil. di famiglie contadine deportate all'inizio degli anni '30 e di 17 mil. di persone che passano attraverso il Gulag. Ma solo la caduta del comunismo a Mosca apre agli storici gli archivi del governo e della polizia, consentendo i primi studi quantitativi affidabili. Le molte ricerche soprattutto russe degli anni '90 permettono di stabilire che le vittime del comunismo non furono meno di 10 mil. durante l'epoca di Lenin e 10 mil. durante l'epoca di Stalin. Non è possibile calcolare esattamente i decessi nei campi di concentramento e possono elevare il bilancio soprattutto i caduti durante i massacranti trasferimenti ai campi, dei quali all'epoca non veniva tenuta alcuna contabilità. Le ricerche comunque continuano. Nell'ottobre 1999 la Commissione storica per la riabilitazione delle vittime del terrore nominata dal Cremlino e presieduta da Aleksandr Yakovlev calcola i morti causati dal comunismo in Urss tra il 1917 e il 1953 in 43 mil. A Mosca di grande importanza e attendibilità è anche il lavoro dell'associazione Memorial, che da anni raccoglie ogni documentazione possibile per ricostruire anche le singole vicende delle vittime del terrore.


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