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I CRIMINI DEL COMUNISMO: LA CINA DI MAO

LA CINA DI MAO

I soviet della cina del sud.
Nato dalla scelta di Mosca di radicare il movimento comunista internazionale nelle lotte anticoloniali dei paesi arretrati, oltre che in quelle proletarie del mondo industrializzato, il Pc cinese negli anni '20 si allea con i nazionalisti del Guomindang e trova le prime basi nelle città costiere della Cina. Nel 1927, tuttavia, il Pcc ritiene di maturi i tempi per strappare il potere al proprio alleato e organizza l'insurrezione armata a Canton e a Shanghai. Ma il tentativo fallisce e il Pcc deve subire la dura reazione del Capo del Guomindang, Chiang Kai-shek, che fa fucilare a migliaia i militanti comunisti. Sconfitto nelle città, il Pcc è costretto a riorganizzarsi nelle campagne e trova le proprie nuove basi nei villaggi della Cina del sud. Fornisce la giustificazione di tale scelta il giovane Mao Zedong nel Rapporto sul movimento contadino dello Hunan (1927): il movimento comunista cinese deve radicarsi tra i contadini e avere il suo nerbo nell'"esercito popolare di liberazione" che conduce la lotta contro il Guomindang. La prima esperienza politica orientata in tal senso è quella guidata da Peng Pai nel 1928 in alcuni villaggi del Guangdong: i quadri del Pcc sobillano i contadini poveri a espropriare i ricchi possessori delle terre; l'esercito comunista stesso (e non un'apposita polizia politica come in Urss) si incarica della punizione esemplare del nemico di classe; i proprietari non sono eliminati in segreto, ma, coinvolgendo la popolazione dei villaggi, a conclusione di processi pubblici nei quali i contadini sono istigati a denunciare, giudicare e mettere a morte i loro nemici; la punizione del nemico di classe, conformemente del resto a una tradizione di crudeltà tutta cinese, comporta abitualmente il supplizio pubblico, la tortura, nonché, spesso, il cannibalismo di vendetta. In quattro mesi, dai villaggi del Guoandong fuggono 50 mila persone. L'esperienza viene ripetuta ed estesa nei "soviet" guidati da Mao sui monti tra lo Hunan e lo Jiangxi (1927-31): secondo Domenach, solo il terrore, al di fuori dei combattimenti, fa 186 mila vittime. Oltre i proprietari torturati e giustiziati, vi sono molte migliaia di vittime della purga condotta da Mao contro i quadri meno allineati del partito e dell'esercito, che comporta anch'essa episodi di indicibile crudeltà nei confronti degli epurati e dei loro familiari. Nel 1931 in Hunan e Jiangxi si arriva alla Proclamazione della Repubblica cinese dei soviet, il cui Consiglio dei commissari del popolo è presieduto da Mao. Ma, nello stesso anno, criticato per i suoi metodi terroristici, Mao perde la direzione del partito. Inoltre, attaccati dai nazionalisti del Guomindang, i comunisti devono abbandonare le loro basi e attraverso una "lunga marcia" di ben 10 mila km si spostano nel nord, fino alla regione dello Shengxi, dove nel 1936 occupano la capitale Yanan. Da Yanan il Pcc, sospese le ostilità col Guomindang, conduce la resistenza contro i giapponesi, che hanno invaso la Cina nel 1937.

Il comunismo di Yanan.
A Yanan, Mao, che ha recuperato il potere, stabilisce il nucleo di quella che un decennio più tardi sarà la Repubblica popolare cinese e delinea le strutture del suo comunismo basato sull'alleanza tra i contadini e l'esercito. L'espropriazione degli agricoltori ricchi assicura un indubbio sostegno da parte dei contadini poveri. Ma la pressione fiscale sul mondo contadino è comunque terribile: nel 1941 viene prelevato il 35% del raccolto, 4 volte più che nelle zone controllate dal Guomindang. Mao non disprezza inoltre il traffico di oppio, che assicura al Pcc fino al 1945 tra il 26 e il 40% delle entrate. Il potere è totalitario e traduce in forme cinesi i metodi staliniani. Nella campagna di "rettifica" del 1942-43 contro gli intellettuali comunisti dissidenti, che è affidata a Kang Sheng, un comunista cinese preparato dall'Nkvd, si mette a punto il metodo delle sessioni di lotta: l'inquisito è esposto pubblicamente alle accuse di una popolazione istigata dai quadri del partito e costretto all'"autocritica". La vittima più illustre è Wang Shiwei, un intellettuale che ha difeso la libertà di critica contro Mao. Sono molte le esecuzioni e impressionante è la catena dei suicidi.

La fondazione della Repubblica popolare.
Sconfitto il Giappone, il Pcc riprende la lotta contro il Guomindang, e, forte dell'appoggio dei contadini, riesce nel 1949 battere definitivamente Chiang Kai-shek e a proclamare la Repubblica popolare cinese. Tra il 1946 e il 1952 la riforma agraria, sperimentata prima nel sud e poi a Yanan, coinvolge tutto il paese. Nelle grandi "riunioni di amarezza" i proprietari e i contadini ricchi vengono accusati e umiliati dalla massa dei contadini, coordinata dai quadri comunisti, condannati a morte e pubblicamente giustiziati. Mao dichiara nel 1950: "Dobbiamo uccidere tutti quegli elementi reazionari che meritano di essere uccisi". Il mondo contadino si lega con un patto di sangue al partito. Tra il 1956 e il 1957 l'agricoltura viene poi collettivizzata, ma l'impresa, a differenza di quanto era avvenuto nell'Urss, non aliena al partito i contadini: viene attuata sulla base del villaggio e lascia ancora al contadino la possibilità di abbandonare la cooperativa. Complessivamente le lotte agrarie portano comunque nei campi di concentramento più dell'1% degli abitanti delle campagne.
Tra il 1949 e il 1957, intanto, il Pcc rafforza il proprio controllo sulle città, attraverso una serie di purghe urbane che emarginano o eliminano, uno dopo l'altro, i diversi nemici di classe. Nel 1949-52 una prima "campagna contro la criminalità" porta all'eliminazione fisica di 2 mil. di "banditi" e alla deportazione di altrettanti residenti nelle città (secondo dati del Pcc). Nelle città viene generalizzato il sistema del controllo reciproco (baojia), inizialmente introdotto dal Guomindang: si formano i comitati di strada e di quartiere, responsabili del controllo sui cittadini; sono imposti il certificato di residenza urbana e la registrazione delle visite di estranei. Le vie delle città cominciano a essere costellate di cassette per le denunce anonime. I comitati urbani sono inoltre incaricati di disciplinare l'intervento della popolazione nei grandi processi pubblici, che, nelle città come già nelle campagne, vengono intentati ai "controrivoluzionari". Nel 1950 viene scatenata la "campagna contro i controrivoluzionari": si legalizza la retroattività della pena e con ciò si rendono punibili anche i "controrivoluzionari storici". Mao teorizza esplicitamente la persecuzione della dissidenza: "Dopo aver annientato i nemici armati, resteranno ancora i nemici non armati; è inevitabile che combattano disperatamente contro di noi e noi non dobbiamo mai prenderli alla leggera". Nel 1951 vi sono le campagne dei "tre contro" e dei "cinque contro", dirette a sgominare la borghesia cittadina, e la "campagna di riforma del pensiero" contro gli intellettuali occidentalizzati: vengono istituti i "collettivi di lavoro", cui debbono affiliarsi gli intellettuali per potere svolgere un'attività culturale e davanti ai quali devono periodicamente presentarsi per dare conto dei propri "progressi". I missionari vengono sistematicamente colpiti con l'accusa di spionaggio, e, tra il 1950 e il 1955, sono cancellati dalla Cina. Così, senza scomodi testimoni, dopo il 1955, il governo può internare nei campi di concentramento centinaia di migliaia di cristiani di tutte le confessioni. Gli operai sono sollecitati a ispezionare i libri contabili delle imprese e a condurre le "tigri capitaliste" alle riunioni di lotta nelle quali vengono accusate e giudicate pubblicamente. Schiacciati dalle tasse, obbligati a mettere i capitali a disposizione dello stato dal 1953, obbligati ad affiliarsi a società pubbliche di approvvigionamento dal 1954, nel gennaio 1956 gli imprenditori accettano in massa la "proposta" della collettivizzazione delle imprese. Nel 1955 è la volta della "campagna per l'eliminazione dei controrivoluzionari nascosti", diretta contro gli intellettuali che cercano di mostrare una qualsiasi forma di indipendenza: vittima illustre lo scrittore marxista Hu Feng. Finisce sotto accusa il 10% dei quadri del partito. Mao nel 1957 valuta in 800 mila le persone eliminate dalle purghe urbane (su 2-3 mil. del complesso delle vittime dalla fine della guerra), ma è probabile che esse siano più di un milione. Gli internati nei campi di concentramento sono il 4% degli abitanti delle città. Si valuta che durante questi anni nelle città vi siano 700 mila suicidi. Nel maggio 1957 Mao vara infine una liberalizzazione intellettuale ("Cento fiori") che lascia venire allo scoperto le critiche dei "compagni di strada". Ma essa viene cancellata nel giugno da una nuova "campagna contro gli elementi di destra", la quale consente di colpire appunto le persone che si sono esposte con le critiche sollecitate appena il mese precedente: Mao stabilisce che la nuova campagna debba epurare il 5% di ogni unità di lavoro e di fatto essa porta nei campi 400-700 mila quadri. Dopo le ondate di repressione del 1949-57 e in omaggio al principio maoista "Non dimenticate la lotta di classe", tutti i cinesi si trovano ufficialmente classificati in una "categoria rossa" (operai, contadini poveri, quadri del partito, soldati dell'esercito popolare, "martiri rivoluzionari") o in una "categoria nera" (proprietari, contadini ricchi, controrivoluzionari, "cattivi elementi", "elementi di destra"): l'appartenenza viene trasmessa ai discendenti ed è decisiva per l'assegnazione dei benefici statali e per le assunzioni. Basandosi sull'insieme delle ricerche recenti, Margolin valuta in 6-10 mil. le vittime del terrore comunista tra il 1949 e il 1957.

Il sistema concentrazionario. Viene organizzato completamente solo dopo le campagne degli anni '50. Si arriva al campo di concentramento dopo essere passati per i "centri di detenzione" nelle città, dove si svolge l'istruttoria (a volte anche per dieci anni e con 3 mila ore di interrogatori) e dove alla sera i reclusi sono tenuti allo studio obbligatorio del marxismo-leninismo e del pensiero di Mao: gli inquisiti hanno l'obbligo di passare per la meditazione, la confessione e il pentimento. Struttura principale del sistema concentrazionario è il laogai (abbreviazione di laodong gaizao, "riforma attraverso il lavoro"), campo di concentramento e di lavoro, strumento principale della repressione, che è spesso occultato dietro l'insegna di imprese industriali o agricole. I reclusi vi sono organizzati militarmente e sono privi di diritti civili. La sottoalimentazione è deliberata (12-15 kg di riso al mese, ma il lavativo può vederla scendere fino a 9 kg) e mira a spezzare la volontà dell'internato. Il lavoro dura almeno 12 ore al giorno, ma si incoraggia la competizione tra i reclusi affinché prolunghino il lavoro fino a 16 o 18 ore. Non c'è giorno di riposo, se non nelle feste nazionali, quando si è tenuti a subire interminabili prediche ideologiche. Il lavoro è affiancato dall'indottrinamento e gli internati esercitano reciprocamente e periodicamente un controllo di ortodossia ideologica. L'aggravio delle pene è frequente per ogni tipo di mancanza. La violenza da parte delle guardie è rara, ma frequente quella demandata agli altri detenuti. Vi passano decine di milioni di cinesi: in media vi sono recluse 10 mil. di persone. La mortalità media è del 5% annuo: in tutto è probabile che nei laogai siano morte 20 mil. di persone. L'esercito massacra i detenuti implicati nelle rivolte, che, soprattutto all'inizio, sono numerose. Dopo l'eventuale rilascio, gli internati nel laogai (al 95%) passano nel jiuye, campo di sorveglianza, dove possono avere con sé le famiglie e cambiare eventualmente attività. Nel laojiao ("rieducazione attraverso il lavoro") avviene invece la detenzione amministrativa (decisa dalle autorità di governo senza necessità di un formale processo), che è più leggera, più breve (qualche anno), e accompagnata da un piccolo salario (peraltro quasi del tutto trattenuto per il vitto e l'alloggio). Vi sono poi un migliaio di prigioni, che hanno la funzione delle nostre carceri di massima sicurezza e nelle quali è concentrato solo il 13% dei reclusi. Sotto Mao, di fatto, il più delle volte la condanna è una condanna a vita. Da tenere presente inoltre la larga discrezionalità della quale godono le corti nel decidere la pena: Mao non vuole che il diritto penale sia formalizzato in un codice (il primo codice penale sarà emanato solo nel 1979, tre anni dopo la sua morte) e affida lo svolgimento dei processi alla indefinita "coscienza rivoluzionaria" dei giudici.

La conquista del Tibet.
Nel 1949 l'esercito cinese occupa il Tibet, retto dai monaci buddisti, lo smembra da un punto di vista amministrativo e lo sottrae all'autorità del Dalai Lama. Gli anni peggiori culminano nel 1959 con la collettivizzazione forzata, l'insurrezione che la segue (a partire dalla regione orientale del Kham fino alla capitale Lhasa), la brutale repressione di questa, e la fuga in India del Dalai Lama, accompagnato da 100 mila seguaci. Ma la guerriglia khampa dura fino al 1972 e Lhasa vede una nuova insurrezione anticinese nel 1969. Nel 1984 il governo tibetano in esilio accusa i cinesi di avere sterminato 1 mil. 200 mila tibetani (uno su quattro). Altri studi limitano i morti a 800 mila. Solo in minima parte i luoghi di culto sono lasciati aperti.

Il Grande Balzo in Avanti (1958).
Confortato dai buoni raccolti del 1957, nel maggio 1958 Mao propone nuovi ambiziosissimi traguardi quantitativi per l'agricoltura cinese e sollecita la creazione di nuove infrastrutture industriali e imponenti lavori di irrigazione. Fa appello alla volontà rivoluzionaria del partito: "tre anni di sforzi e mille anni di felicità". Ma, frattanto, viene internato nei campi di concentramento il personale dell'Ufficio centrale di statistica, che ha espresso dubbi sulla realizzabilità dei progetti di Mao. In agosto annuncia la formazione delle "comuni popolari": gigantesche unità produttive e sociali, destinate a raggruppare ciascuna migliaia o decine di migliaia di famiglie contadine, dove tutto diviene comune (pasti in comune, riposo in grandi camerate collettive, collettivizzazione anche degli oggetti di uso personale) e non c'è vita privata familiare. Mao pensa che esse si dovranno rendere autosufficienti attraverso lo sviluppo di attività industriali interne. Abolisce il diritto di tenere piccoli orti privati e di abbandonare le cooperative di appartenenza.
In breve gli effetti si rivelano disastrosi. Una serie di fattori aggiuntivi aggravano la catastrofe agricola: l'applicazione dei metodi del biologo sovietico Lysenko (che, sulla base dell'idea della solidarietà della specie, ha teorizzato la coltura ultraintensiva); la decisione centrale di sostituire in modo generalizzato le colture industriali e quelle dei cereali minori con la coltivazione di cereali più nutrienti, ma anche più delicati, come riso e grano (anche in Tibet, dove il grano viene tutto perduto); la fretta e la scarsa competenza con cui vengono intraprese le opere di irrigazione (che spesso sono poi abbandonate o si rivelano pericolose); l'imprevidenza con cui si avviano ovunque le improvvisate industrie volute da Mao (tragico esempio gli altiforni artigianali realizzati nelle comuni, che, oltre tutto in maniera completamente antieconomica, riescono a produrre solo acciaio di pessima qualità); alcune scelte dettate unicamente da un pregiudizio ideologico che sconfina nella follia (lo sterminio dei passeri - accusati di sfruttamento perché sottraggono i chicchi della semina - che determina la proliferazione dei parassiti e la perdita di interi raccolti). Sordo alle critiche del ministro della guerra Peng Dehuai, subito rimosso ed emarginato, nell'agosto 1959 Mao impone un'accelerazione degli sforzi e annuncia l'estensione delle comuni popolari alle città (che però non verrà mai attuata). Ai primi segni della tragedia Mao reagisce lanciando una vera offensiva militare contro le comuni dove i segni di fallimento sono più evidenti: internamenti di massa, uso sistematico della tortura, requisizione degli utensili da cucina individuali, proibizione di accendere fuochi.
I raccolti tra il 1959 e il 1961 sono in larga parte perduti, il bestiame si dimezza, la superficie coltivata diminuisce di un terzo, la mortalità si impenna e crolla la natalità: indipendentemente dalle mancate nascite, le stime delle morti attribuibili alla carestia oscillano tra i 20 mil. (cifra riconosciuta dalle autorità cinesi nel 1988) e i 43 mil. (studi occidentali; ma accettata anche dal segretario postmaoista del Pcc Zhao Ziyang). E' la più grande carestia dell'intera storia umana. Nel 1961, senza perdere nominalmente il suo ruolo di presidente del Pcc, Mao viene sostituito nel governo da un direttorio formato dal presidente della repubblica Liu Shoaqi (il quale ammette che la carestia è frutto di errori umani almeno per il 70%) e da comunisti a lui fidati, come il segretario generale del Pcc Deng Xiaoping. Si torna lentamente ai metodi del 1957: cooperative di villaggio, diritto di tenere orti privati a scopo di autoalimentazione, imprese artigianali libere. L'agricoltura cinese sarà nuovamente ai livelli del 1952 solo nel 1983.

La Rivoluzione Culturale.
Con l'intento di recuperare il controllo sul partito, nella primavera 1966 Mao lancia ai giovani l'appello a una "grande rivoluzione culturale proletaria" contro il burocratismo dei quadri dirigenti e il "revisionismo": "il mondo vi appartiene"; "è sulla pagina bianca che si scrive la poesia più bella"; "ribellarsi è giusto"; "non vogliamo la gentilezza, vogliamo la guerra"; "fate fuoco sul quartier generale". Rispondono a milioni soprattutto gli studenti, che, spesso non iscritti al Pcc, ma fanaticamente devoti a Mao e impugnando il "libro rosso" delle sue citazioni, formano i nuclei delle "guardie rosse". Si impadroniscono delle università, convinti, secondo il principio maoista, che esse debbano formare non "esperti", bensì "rossi". Li appoggiano, inizialmente, il ministro della guerra Lin Biao e l'esercito. In sostegno al movimento si decide in estate la chiusura (che si protrarrà per un anno) di scuole e università. Molte iniziative sono spontanee, ma, dal centro, attraverso il ministro della sicurezza Kang Sheng, Mao influenza le campagne di lotta, facendo pervenire alle guardie rosse liste di persone da colpire. In ottobre il movimento delle guardie rosse viene aperto ai "mal nati" "neri", che ne approfittano per reinserirsi nella vita sociale e spesso esibiscono un fanatismo ancora maggiore dei nati entro le "categorie rosse". In novembre il movimento viene aperto agli operai con la decisione di formare gruppi di guardie rosse dentro le fabbriche: aderiscono soprattutto gli operai giovani e precari. Dal dicembre si tenta di estenderlo alle campagne, attraverso la decisione di formare gruppi nei villaggi, ma le campagne resteranno sempre piuttosto sorde all'apppello. Sotto la direzione delle guardie rosse, i laogai inaspriscono il trattamento dei prigionieri.
Le guardie rosse catturano quadri e intellettuali (classificati come "nona categoria fetida" dei "neri", in omaggio al principio maoista: "la classe capitalista è la pelle, gli intellettuali sono i capelli che spuntano sulla pelle"), li umiliano pubblicamente, e, in "riunioni di lotta" in cui le vessazioni degenerano spesso in spettacoli pubblici di tortura, li costringono all'"autocritica". Tra le vittime eccellenti vi sono Liu Shaoqui, costretto all'autocritica, imprigionato, torturato fino a portarlo alla pazzia, colpito da una polmonite che i medici non vogliono curare e che ne causerà la morte nel 1969; Peng Dehuai, già emarginato nel 1959, che è ora costretto all'autocritica, viene bastonato fino ad avere spezzata la colonna vertebrale, subisce 130 sessioni di interrogatorio e muore di cancro nel 1974; il figlio di Deng Xiaoping, torturato fino ad essere reso paraplegico; l'ex-ministro della sicurezza Luo Ruiqing, fedele di Deng Xiaoping, lasciato per tre anni con un piede rotto dopo le violenze subite e trascinato di villaggio in villaggio a scopo dimostrativo; molti grandi scrittori; almeno un decimo degli insegnanti. Si suicidano o vengono uccisi almeno 142 mila insegnanti, 53 mila tecnici e scienziati, 500 professori di medicina, 2600 tra scrittori e artisti. Il 60% dei membri del Comitato Centrale del Pcc, tre quarti dei segretari provinciali e 3-4 mil. di quadri (su 18) vengono espulsi. Il movimento colpisce anche i simboli della presenza straniera: i palazzi e anche i cimiteri "imperialisti" vengono saccheggiati e distrutti; il vestiario di tipo occidentale viene proibito. Nell'ansia di liberare la Cina dalle sue tradizioni millenarie, e soprattutto dal conservatorismo "confuciano", si distruggono opere d'arte, libri, manoscritti, gran parte degli arredi dei templi.
A partire da Shanghai, nel gennaio 1967, le amministrazioni locali vengono rovesciate dalle guardie rosse, che si impadroniscono del potere a livello locale. Preoccupati, Mao e l'esercito adesso oscillano più volte tra il sostegno alla ribellione e il tentativo di riprendere il controllo. Il 1967 e buona parte del 1968 vedono il movimento degenerare in scontri tra fazioni diverse delle guardie rosse, "ribelli" e "conservatori": talvolta le battaglie sono condotte anche con l'impiego dell'artiglieria pesante, dei carri armati e dei caccia. Nel 1968 l'esercito riprende il controllo, reprime il movimento rivoluzionario attraverso feroci massacri, scioglie le guardie rosse, e, infine, invia 5 mil. e mezzo di giovani (ma prima del 1976 saranno già 15-20 mil.) a "rieducarsi" nelle campagne. Due mil. di nuovi prigionieri riempiono i laogai. L'ondata di terrore dall'alto si attenua solo nel 1971 dopo la misteriosa morte di Lin Biao, erede designato di Mao.
Le fonti cinesi ufficiali valutano in 725 mila il numero delle vittime della Rivoluzione Culturale (e della seguente repressione), ma gli studiosi occidentali le stimano più frequentemente tra i 2 e i 4 mil. Uno studio americano recente arriva a congetturare tra i 15 e i 20 mil. di morti.

              

 

Pubblicato il 18/5/2006 alle 15.25 nella rubrica Miseria,Terrore e Morte.

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