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I CRIMINI DEL COMUNISMO: LA CAMBOGIA DEI KHMER ROSSI

LA CAMBOGIA DEI KHMER ROSSI

I Khmer rossi.
I loro capi, a cominciare da Pol Pot, sono marxisti molto influenzati da Mao, hanno studiato in Francia e hanno militato nel Pcf. Il nome ufficiale dell'organizzazione è Fronte unito dell'Angkar: un partito-esercito di 120 mila miliziani, perlopiù giovanissimi, reclutati anche dai dodici anni, che combatte contro gli americani impegnati nella guerra d'Indocina e contro il regime, da essi protetto, di Lon Nol. L'organizzazione è circondata dal mistero: solo nel settembre 1977 Pol Pot annuncia ufficialmente che l'Angkar è in realtà il Partito Comunista della Cambogia. A differenza dei capi degli altri partiti comunisti, Pol Pot non ha né biografia ufficiale né immagini diffuse a scopo di propaganda né una pubblicazione ufficiale delle opere. Nella propaganda di partito, non si fa riferimento ai classici del marxismo-leninismo o a Mao Zedong. Si fa invece appello alla volontà rivoluzionaria della nazione khmer e si afferma che la nazione khmer sarà capace di diventare l'avanguardia del comunismo mondiale. Il partito si circonda di un'aura paternalistica: in pubblico ci si riferisce ai membri dell'Angkar chiamandoli "padri e madri".

Pol Pot al potere.
Massacri vengono compiuti dai Khmer rossi anche prima della conquista di Phnom Penh: nel 1974, presa Udong, antica capitale, i Khmer rossi uccidono 10 mila dei suoi abitanti. Dopo il 1973, quando gli americani decidono di ritirarsi dall'Indocina, si raffreddano i rapporti con i comunisti vietnamiti e comincia la persecuzione dei loro simpatizzanti cambogiani. Nell'aprile 1975 i Khmer rossi concludono la loro lotta per il potere in Cambogia ed entrano nella capitale Phnom Penh. Li guida un inusitato programma di rinnovamento radicale della nazione. Convinti che la metropoli rappresenti di per sé un focolaio di corruzione, in 24 ore evacuano completamente i 2-3 mil. di abitanti di Phnom Penh, costringendoli ad abbandonare quasi tutti i loro beni. Sopprimono anche le altre città, evacuandole e deportandone la popolazione nelle campagne nel giro di una settimana (alcune centinaia di migliaia di abitanti). Viene stabilito un rigido regime di apartheid tra la popolazione già sotto il controllo khmer ("vecchio popolo", o "'70") e i deportati dalle città, bisognosi di una più radicale rieducazione ("nuovo popolo", o "'75"): proibito parlarsi (in teoria), stabilire rapporti sociali, sposarsi. Negli ultimi mesi dell'anno gli ex-cittadini vengono nuovamente deportati verso il nord-ovest del paese. Si introduce il lavoro obbligatorio. La moneta viene abolita, rimpiazzata da un sistema di distribuzione gestito dallo stato. Si decide lo sterminio di tutti coloro che possano rappresentare il passato: monaci buddisti, missionari, funzionari del precedente regime, borghesi, coloro che si sottraggono al lavoro obbligatorio (colpevoli di "sottrarre manodopera all'Angkar", anche se invalidi o malati di mente), intellettuali (per essere uccisi basta possedere un libro, portare gli occhiali, sapere qualche parola di una lingua straniera: sarà uccisa almeno la metà dei laureati del paese e comunque il 40% degli abitanti di Phnom Penh). Si decide lo sterminio delle popolazioni dell'est, sospette di simpatie per il Vietnam. Nell'intento di cancellare ogni traccia del passato, vengono distrutti tutti i documenti di identità (ma questo paradossalmente consente di sopravvivere a molti funzionari del precedente regime). Aboliti i tribunali, non vengono sostituiti con alcun apparato di giustizia. Non c'è una polizia: la repressione è gestita senza processi dai miliziani khmer. I bambini vengono sistematicamente utilizzati come spie. Le esecuzioni avvengono fuori dai villaggi, più spesso a bastonate o per soffocamento che attraverso armi da fuoco; nel caso di personaggi esemplari, attraverso crudeli torture. I cadaveri sono raccolti in migliaia di fosse comuni, o, più frequentemente, usati per concimare le risaie. Si proibisce la vita familiare: si separano i congiunti; si puniscono le madri che dedicano attenzioni maggiori ai propri bambini; si sostituisce l'inumazione alla cremazione, che per i cambogiani è segno di cura e rispetto per i defunti; si impedisce l'assistenza personale ai familiari malati. Viene introdotto l'obbligo di prendere i pasti in mense collettive. Si riforma coattivamente il costume: obbligatoria l'uniforme (nera, maniche lunghe, abbottonata fino al collo), proibite le manifestazioni d'affetto, le espressioni di dolore, le liti. Non c'è scuola: solo qualche corso di lettura e di canti rivoluzionari. I canti rivoluzionari sono anche la sola forma d'arte consentita. Si decide la cancellazione culturale delle minoranze: l'unica lingua ammessa è il cambogiano. Viene perseguitata la minoranza musulmana Cham: sono distrutte le moschee, è proibita la preghiera, viene imposta l'abiura, spesso obbligando a scegliere tra la morte e la consumazione di carne di maiale. Ma la resistenza dei Cham dura per anni e nel 1978 il governo decide il loro sterminio: ne morrà almeno il 50%. Il lavoro obbligatorio dura almeno 11 ore al giorno, viene interrotto solo un giorno ogni dieci, dedicato all'educazione politica. Nessuno (tantomeno gli ingegneri presenti tra i cittadini deportati) osa criticare l'imperizia con la quale sono realizzate le opere di irrigazione volute dal governo e dirette dai miliziani khmer. Già nel 1976 è la catastrofe economica: la superficie coltivata è solo il 50% di quella del 1975. Nel 1977 vengono arrestati e uccisi anche i familiari dei funzionari sterminati nel 1975. I massacri si susseguono fino al 1979, quando l'esercito vietnamita occupa la Cambogia e pone fine al regime khmer.

Il bilancio.
L'ex-presidente Lon Nol calcola in 2 mil. 500 mila le vittime dei Khmer rossi. Le autorità vietnamite di occupazione in 3 mil. 100 mila. Ma anche i Khmer rossi testimoniano indirettamente l'entità dei massacri da loro compiuti: in un opuscolo ufficiale del 1987, il dirigente khmer Khieu Samphan cerca di spiegare il vistoso crollo della popolazione, attribuendo agli occupanti vietnamiti l'uccisione di un milione e mezzo di cambogiani. Gli studi recenti di Sliwinski calcolano i morti in poco più di 2 mil., il 26% della popolazione: il 34% degli uomini, il 18% delle donne (segno che la maggior parte dei decessi è dovuto ad assassinio).

 
                                      

Pubblicato il 18/5/2006 alle 15.32 nella rubrica Miseria,Terrore e Morte.

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