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FOIBE : UNA TRAGEDIA ITALIANA ( II PARTE)

Gli alleati arrivano in città il giorno dopo,trovandola occupata si sistemano alla meglio in periferia.

Gli Slavi assumono i pieni poteri. Affidano il comando al Gen. Josip Cemi, sostituito, dopo pochi giorni, dal Gen. Dusan Kveder. Nominano un Commissario Politico, Franc Stoka, comunista filo slavo. Emanano ordinanze sconcertanti per la illiberalità. Impongono, a guerra finita!, un lungo coprifuoco (dalle 15 alle 10!). Limitano la circolazione dei veicoli. Dispongono il passaggio all'ora legale per uniformare la Città al "resto della Jugoslavia"! Fanno uno smaccato uso dello slogan "Smrt Fazismu - Svoboda Narodu", "Morte al Fascismo - Libertà ai popoli", per giustificare la licenza di uccidere chi si suppone possa opporsi alle mire annessionistiche di Tito. Danno carta bianca alla polizia politica, l'OZNA, le cui modalità d'azione superano quelle della Gestapo.
Prelevano dalle case i cittadini, in media cento al giorno!, pochi fascisti o collaborazionisti, ma molti Combattenti della Guerra di Liberazione: ciò perché agli occupatori sta a cuore dimostrare di essere solo loro i liberatori del capoluogo giuliano!

L'otto maggio proclamano Trieste "città autonoma" nella "Settima Repubblica Federativa di Jugoslavia", con le altre sei: Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro, e Macedonia. Sugli edifici pubblici fanno sventolare la bandiera Jugoslava affiancata dal Tricolore profanato dalla stella rossa. L'unico quotidiano è "Il nostro Avvenire", schierato in funzione anti italiana. La "Guardia del Popolo", detta pure "Difesa Popolare", è uno strumento per incidere nel tessuto cittadino e rimuovere i non marxisti, gli Alleati si limitano a osservare e riferire ai loro comandi.

In città vige il terrore, si scopre presto dove vanno a finire i prelevati Nelle foibe! O nei campi di concentramento, come quello di Borovnica, anticamera della morte. Arresti indiscriminati, confische, requisizioni, violenze d'ogni genere, ruberie, terrorizzano ed esasperano i Triestini che invano richiedono l'aiuto del Comando Alleato.

Per quaranta giorni è un massacro continuo in città e in tutta la regione,i comunisti italiani che hanno fatto loro la pregiudiziale dell’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia collaborano attivamente in qualità di delatori e coesecutori con i Titini,si passa dunque alla guerra di classe,benestanti e possidenti sono le vittime preferite di quei giorni,è l’anteprima dell’agognata rivoluzione proletaria.

Il 5 maggio una .manifestazione spontanea di migliaia di Triestini che si erano radunati in corteo dietro una bandiera italiana fu sciolta a raffiche di mitra sparate ad altezza d'uomo con la conseguente uccisione di 5 persone tra cui un'anziana donna di 69 anni ed un giovane ragazzo, che nel corso della sua breve vita aveva già avuto modo di sperimentare la "liberazione" titina essendo un esule di Fiume.

I comunisti italiani hanno responsabilità pesantissime in questa tragedia,per chiarire ulteriormente la posizione e le responsabilità politiche avute dal PCI italiano nell'evolversi della situazione dei Giuliano-Dalmati basta rifarsi alla lettera che Togliatti inviò nel '45 all'allora Presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi.
In questa missiva, consultabile nell'Archivio Centrale dello Stato a Roma, Togliatti arrivò a minacciare una guerra civile se il CLNAI avesse ordinato ai partigiani italiani di prendere sotto il proprio controllo la Venezia-Giulia, evitando in tal modo l'occupazione e l'annessione de facto alla Jugoslavia.

Il 19 ottobre 1944 lo stesso Togliatti, impartiva le direttive alle federazioni di Trieste ed Udine, e raccomandava di fare in modo, per quanto possibile, che la regione venisse occupata dai partigiani di Tito, piuttosto che dalle truppe anglo-americane. In questa prospettiva il capo del P.C.I. consigliava che le strutture locali del partito collaborassero con gli slavi nell'organizzare un potere popolare nelle zone liberate ed un contropotere in quelle ancora sotto occupazione tedesca.

In questa azione i comunisti italiani non avrebbero dovuto avere remore nell'opporsi a quei loro connazionali che, ispirandosi ad una concezione imperialistica e nazionalistica, alimentassero la discordia con i vicini slavi.

Sulla questione di fondo, la definizione della futura frontiera Italo-Slava, Togliatti non indicava una soluzione, ma solamente il metodo attraverso cui ricercarla e cioè quello di un confronto fra 'democratici' italiani e 'democratici' jugoslavi, ovverossia fra i due PC.

Di fronte alla ferma opposizione che queste proposte incontravano da parte dei rappresentanti degli altri partiti, i comunisti giuliani uscivano definitivamente dal C.L.N. formando un comitato di coordinamento italo-jugoslavo dichiarato esteso a tutte le forze antifasciste giuliane.

Il 17 ottobre dello stesso anno, il P.C.I. giuliano emanava un proclama in cui si annunciava che in breve tempo sarebbero incominciate le operazioni dell'esercito di liberazione jugoslavo per l'espulsione dei tedeschi dall'Italia Nord-Orientale e s'invitava la popolazione ad accogliere i partigiani di Titini non solo come liberatori, bensì "come fratelli maggiori che ci hanno indicato la via della rivolta e della vittoria contro l'occupazione nazista e dei traditori fascisti". Sollecitava altresì tutte quelle unità che si sarebbero venute a trovare ad operare all'interno del campo operativo dei partigiani jugoslavi a porsi disciplinatamente ai loro ordini e per la necessaria unità di comando e per il fatto che quelli erano meglio inquadrati, più esperti e meglio diretti. Concludeva infine impegnando tutti i comunisti ed invitando tutti gli antifascisti a combattere come i peggiori nemici della liberazione dell'Italia tutti coloro che, con il pretesto del 'pericolo slavo' e del 'pericolo comunista', lavoravano per sabotare gli sforzi militari e politici dei seguaci di Tito, impegnati nella lotta di liberazione del loro paese e della stessa Italia, e per opporre gli italiani agli slavi, i comunisti ai non comunisti.

Il 6 aprile ’45 la Federazione Comunista di Udine affigge un volantino in cui è scritto: “Friulani! Dovete comprendere che il diritto dei nostri fratelli sloveni a raggiungere il sacro confine del Tagliamento è pienamente giustificato da ragioni storiche, geografiche ed etniche”. Il 30 aprile 1945, quando ormai la rivolta contro i tedeschi è iniziata e i comunisti titini sono in arrivo a Trieste viene affisso un manifesto firmato da Palmiro Togliatti : “Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con loro nel modo più assoluto”.

In questo modo si creavano le condizioni affinchè l'operato degli occupanti slavi diventasse totalmente insindacabile, data la facilità di far passare ogni azione difforme alla logica annessionistica slava come imperialista e nazionalista, ponendo così gli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia in completa balia degli slavi.

Finalmente gli Angloamericani bisognosi di dispone del porto di Trieste per le linee di comunicazione verso l'Europa centrale, constatato che Tito si rivelava ogni giorno di più inaffidabile e simile ad Hitler, intimano alle truppe slave di ritirarsi aldilà della "Linea Morgan" (dal nome del Capo di Stato Maggiore del Gen. Harold Alexander che per primo l'aveva indicata).

Fanno affluire due Divisioni, ed alcune unità navali da combattimento. Il 9 giugno a Belgrado, il Leader iugoslavo, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo, fa arretrare le sue truppe, sottoscrivendo, con il suo Capo di Stato Maggiore, Gen. Arso Jovanovich, l'accordo proposto dagli Angloamericani.

"Finalmente se ne vanno", è il gioioso commento urlato dalla cittadinanza! Ma quell'accordo costituirà anche lo sciagurato prodromo al bagno di sangue di Fiume,Istria e Dalmazia,massacri,infoibamenti,fucilazioni e deportazioni si susseguirono sino a che gli italiani superstiti non abbandonarono le loro case e i loro averi per trovare rifugio in Italia.

Il numero di vittime di questa feroce follia tra le foibe e i campi di concentramento viene stimato tra Quindicimila(15.000) e Ventimila(20.000).

Dopo sessanta anni di oblio nel 2004 il parlamento italiano ha istituito nel 10 febbraio il giorno del ricordo dei martiri delle foibe e dell’esodo degli istriani,fiumani e dalmati , fortemente voluto dal governo Berlusconi.

Mentre il parlamento approvava e istituiva il “giorno del ricordo” si manifestava l’esempio lampante di come e perché su questa tragedia ci sono stati silenzi e omissioni, in quegli stessi giorni infatti, Giorgio Napolitano futuro Presidente della Repubblica, in una lettera aperta ai quotidiani il Manifesto e Liberazione sulla questione parlò di “revisionismo fuori tempo massimo” e che i profughi italiani di Fiume,Istria e Dalmazia se ne andarono di “loro spontanea volontà”(Sic).

E come nella migliore tradizione comunista della menzogna e del ribaltamento della realtà,con una faccia di bronzo degna di miglior causa,oggi in occasione della ricorrenza del “giorno del ricordo” lo stesso Napolitano parla di :”opportunismo e cecità politica e ideologica,nell’ignorare il dramma delle foibe e degli esuli giuliano-dalmati”.

Insomma il “giorno del ricordo” rischia di trasformarsi nel “giorno del ridicolo”,dire che Napolitano rappresenta l’Italia e l’unità del paese è un puro esercizio di fantasia.

E’ proprio vero, i lupi possono anche cambiare pelo,ma non diventeranno mai agnelli, d’altronde da un “pistolino di Stalin e Pol Pot” non ci si poteva aspettare di più.

"Ora non sarà più consentito alla Storia di smarrire l’altra metà della Memoria. I nostri deportati, infoibati, fucilati, annegati o lasciati morire di stenti e malattie nei campi di concentramento jugoslavi, non sono più morti di serie B." (Annamaria Muiesan)



Pubblicato il 10/2/2007 alle 16.22 nella rubrica Miseria,Terrore e Morte.

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