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UN ANNO DI PRODI !

E’ facile dal mio punto di vista  fare un “bilancio” di un anno di governo  Prodi, il mio giudizio è fin troppo  scontato e di parte, pur se onestamente qualcosa ho condiviso,perlomeno nelle intenzioni, purtroppo annegate nella “precarietà” e nella “improvvisazione” nel quale questo esecutivo è costretto a muoversi.

Pertanto Vi propongo un “sunto” di due editoriali apparsi in questi giorni sulla stampa, a firma di due giornalisti di certo “organici” al centrosinistra e tutt’altro che Berlusconiani ,Ilvo Diamanti e Luca Ricolfi su Repubblica e La Stampa,che sintetizzano alla perfezione la “delusione” e il “disincanto” del popolo di sinistra più di qualsiasi sondaggio sulle intenzioni di voto.

 

Di Ilvo Diamanti

La delusione dei cittadini. Al di là degli eventi, al di là delle oscillazioni congiunturali, resta elevata. Come un anno fa. Come negli ultimi mesi prima delle elezioni. Molto più alta rispetto al 2002, quando Berlusconi governava da un anno; come oggi Prodi. Con l'aggravante che allora l'economia mondiale era depressa, dopo lo shock dell'attentato alle Torri; mentre oggi è in crescita. La stessa retorica del declino è declinata. Contraddetta dall'andamento dell'economia. Oggi, semmai, la polemica si è concentrata sul significato da attribuire all'attuale ripresa.

Un anno dopo le elezioni del 2006 è come se tutto fosse cambiato, per lasciare le cose come prima. Si continua a navigare a vista. Senza intravedere l'orizzonte. Senza una mappa, una rotta. Ogni voto al Senato è un corpo a corpo. E continua ad aleggiare, nell'aria, l'idea che da un momento all'altro qualcosa possa accadere. Che questa legislatura possa subire uno strappo, una battuta d'arresto, una svolta. Solo il 20% degli italiani pensa che il governo durerà per tutta la legislatura. Era il 33% solo sei mesi fa. Ma fra gli elettori di centrosinistra l'ottimismo non è molto più esteso (scommette sulla "durata naturale" del governo il 35% di essi).

Repubblica 10/04/07

 

Di Luca Ricolfi

Come ha mostrato la recente crisi di governo, la durata di questo esecutivo è del tutto aleatoria: può durare tutta la legislatura, come cadere la prossima settimana. E in quest’ultimo caso sarebbe inevitabile chiedersi: in che modo è stato usato il poco - ma non pochissimo - tempo che ha avuto a disposizione?

L’Italia di oggi somiglia come una goccia d’acqua a quella di Berlusconi, con un’aggravante però: oggi non c’è nessuno che ricordi a chi governa i problemi per cui milioni di persone sono scese in piazza per anni, nonostante nessuno di quei problemi sia nel frattempo stato risolto. Se fra un mese improvvisamente la legislatura finisse, ci ritroveremmo esattamente nella situazione che ieri suscitava un permanente «allarme democratico». Che cosa dobbiamo dunque pensare? In questi dodici mesi i Girotondi hanno rettificato il loro giudizio negativo sull’era Berlusconi?

Se adottiamo il punto di vista dei produttori - ossia lavoratori e imprese - le cose non vanno molto meglio. La promessa centrale della campagna elettorale dell’Unione era stata la riduzione del cuneo fiscale a imprese e lavoratori dipendenti. Le prime non hanno ancora incassato un euro, perché le misure previste in Finanziaria non sono ancora entrate in vigore, e comunque non andranno a regime prima del 2008. Quanto ai secondi, l’aumento di 3-400 euro l’anno c’è stato, ma solo per un lavoratore su quattro.

Qui possiamo anche raccontarci la storiella del risanamento, del recupero di gettito evaso, della ripresa dell’economia. Ma la realtà sembra - purtroppo - essere molto diversa da come amano raccontarcela i nostri governanti. L’economia è in ripresa, ma il nostro tasso di crescita resta sensibilmente al di sotto di quello dell’Eurozona, esattamente come lo è stato negli ultimi dieci anni, con qualsiasi governo. Le esportazioni aumentano, ma la nostra quota di export continua a diminuire, anche qui come è sempre avvenuto negli ultimi dieci anni. Non è colpa di Prodi, naturalmente, ma ci si può chiedere se valesse la pena varare una Finanziaria che, per ammissione dello stesso governo, era destinata a deprimere il nostro tasso di crescita.

La risposta dell’Unione è che la stangata fiscale era necessaria per rimettere in ordine i conti pubblici devastati da Berlusconi, e che l’aumento (imprevisto) del gettito tributario nel 2006 segnala i primi risultati della lotta all’evasione fiscale. Purtroppo questa ricostruzione è incompatibile con l’evidenza empirica disponibile. Le entrate tributarie, al netto delle una tantum della Finanziaria 2006, erano cresciute in modo imprevisto già nel primo trimestre del 2006, e nel resto dell’anno - ossia dopo l’insediamento del governo Prodi - non sono cresciute a un ritmo più rapido che nel primo trimestre. Se il confronto viene fatto con il 2005, l’accelerazione post-elezioni è minima: da +7,9% a +8,6%. Se il confronto viene fatto con il 2004 (il gettito 2005 ha un profilo temporale anomalo), l’accelerazione post-elezioni è addirittura negativa, nel senso che le entrate rallentano la loro corsa dopo le elezioni (da +11,6% a +7,8%). In breve, l’extra-gettito di cui ora si dà mostra di stupirsi, era perfettamente visibile già a metà dell’anno scorso, ai tempi della due diligence e del Dpef, ed era largamente consolidato in autunno, ai tempi del dibattito sulla Finanziaria.

Come mai il governo, in tutti i documenti prodotti nel 2006, ha chiuso un occhio sull’entità dell’extragettito? Perché «accorgersi» tempestivamente che in cassa stavano entrando un sacco di quattrini avrebbe avuto tre conseguenze indesiderate: rendere meno plausibile la denigrazione del governo precedente, rendere meno giustificabile l’aumento delle tasse, rendere più difficile il finanziamento di nuove spese. Dunque è vero che i conti pubblici vanno meglio, e (forse) andranno ancora meglio l’anno prossimo, ma questo non è il risultato di una correzione dei nostri squilibri strutturali bensì di un ennesimo giro di vite fiscale che ha riportato le entrate in prossimità del loro massimo storico, toccato giusto dieci anni fa (sempre con Prodi, ma allora per una «giusta causa»: l’ingresso in Europa). Continuiamo ad avere aliquote troppo basse sulle rendite finanziarie e troppo alte sui redditi di impresa. Pochi ammortizzatori sociali e troppa previdenza. Insomma, ben poco è cambiato dai tempi del Rapporto Onofri, che i mali fondamentali del nostro welfare li aveva messi in luce tutti già dieci anni fa.

È Pasqua, e dovremmo essere buoni persino con i politici. A me, però, vengono in mente solo «idee che non condivido», per dirla con Altan. Ad esempio questa: visto che non hanno il coraggio di fare le riforme, perché non provano - semplicemente - a fare il meno possibile?

La Stampa 09/04/07

   

Pubblicato il 11/4/2007 alle 15.54 nella rubrica Politica.

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